
Mojtaba Sadeghi
di Francesca Marsili
«L’ultima volta che sono riuscito a comunicare con i miei familiari è stato il 9 gennaio, mi raccontavano di spari contro la gente scesa in strada. Poi il silenzio, le comunicazioni si sono interrotte. Non abbiamo notizie, neppure da fonti giornalistiche internazionali sul posto, ed è drammatico». Sono giorni di angoscia quelli vissuti da Mojtaba Sadeghi, 69enne iraniano, che da 45 anni vive a Macerata.
Fissa il suo cellulare, da giorni è in attesa di una chiamata, di un messaggio, di un segnale da parte dei suoi parenti in Iran, lì dove da settimane i pasdaran torturano e uccidono i manifestanti che protestano contro il regime degli ayatollah. La repressione in Iran si fa sempre più asfissiante e il suo pensiero è costantemente rivolto non solo ai suoi familiari di cui non ha notizie, ma a tutto il popolo iraniano.
«Gli scontri sono in atto in tutto il Paese, anche nei villaggi. Sono tutti a rischio – spiega – il regime è spietato, non so come andrà a finire. Che si interrompessero le comunicazioni è successo anche durante le proteste per la morte di Mahsa Amini, che hanno dato vita al movimento “Donne, vita e libertà”, ma ora, se possibile, la situazione è peggiore – racconta – le poche trasmissioni avvenivano tramite i satelliti Starlink, ma ora stanno abbattendo anche quelli. Credo che il regime non voglia interferenze straniere, un modo per cercare i veri leader dell’opposizione».

Le proteste in Iran
Sadeghi a Macerata è arrivato nel 1980, quando ha lasciato Isfahan per studiare in Italia. Laureato in Scienze politiche all’Università di Macerata, è stato per molti anni un commerciante di tappeti, oggi in pensione. E’ sempre stato un attivista per la liberazione del suo Paese dal regime.
Nel febbraio del 2023, Sadeghi era stato tra i promotori del flashmob “Donne, vita e libertà. I diritti delle donne e del popolo iraniano” in piazza Vittorio Veneto, a Macerata, per sensibilizzare sulle sofferenze di chi tutti i giorni rischia la propria vita per far tornare la democrazia nel proprio Paese. Dopo sette anni di assenza, lo scorso novembre è tornato nella sua terra per un mese, e in quell’occasione ha avuto il sentore che qualcosa stesse per accadere.
«L’Iran è oppresso da oltre 40 anni – racconta -, ma in quel viaggio a casa ho notato un altro approccio, negli ultimi anni qualcosa era cambiato e al ritorno ne avevo parlato con i miei amici iraniani. Ho trovato un popolo pronto a combattere, a riabbracciare la cultura della vita anziché sottomettersi alla morte. Il peggioramento delle condizioni di vita è drammatico, e questo ha portato la gente a scendere in piazza chiedendo la fine del regime e la libertà. Stavolta il cambiamento è radicale».
L’Iran oggi è attraversato da una insurrezione popolare. La repressione del regime degli ayatollah è totale e sanguinosa e al momento non ci sono dati certi sul numero totale delle vittime. Una rivolta – quella anti-governativa contro il sistema teocratico che governa l’Iran dalla rivoluzione islamica del 1979 che detronizzò lo scià – che nasce dalla crisi economica e si è trasformata in una domanda di libertà. Inflazione fuori controllo, svalutazione del Rial, salari erosi e commercio paralizzato hanno fatto saltare un equilibrio già fragile, trascinando nelle piazze bazar, studenti, periferie urbane e minoranze etniche.
«Noi siamo repressi in tutto – aggiunge – in nessuna parte del mondo c’è una simile ingiustizia. Anche in questa rivolta, le donne sono in prima linea e continuano a lottare per i propri diritti. L’Iran non è un mondo lontano: è un Paese giovane, colto, urbanizzato, soffocato da un regime che non lo rappresenta più».
Se teme una guerra civile Sadeghi risponde: «Sì. Ma temo anche che l’Iran – ricchissimo di petrolio, oro e terre rare – possa fare gola agli esportatori di democrazia. Decenni di repressione hanno impedito la formazione di una classe dirigente capace di organizzare il dissenso».
Il peggioramento delle condizioni é dovuto solo e solamente alle influenze americane, questa non è libertà bensì cambiare padrone. Iraq, Libia, Venezuela, Panama, Ucraina non hanno insegnato nulla?
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Ma se non vanno bene gli esportatori di democrazia Donald può fare anche l’esportatore di scià di Persia.
Massimo Giorgi la sua ironia la riservi per una serata con i suoi amici.
caro amico mio,
ti sono vicino con tutto l’affetto possibile e faccio il tifo ininterrottamente per la libertà del tuo popolo, che è colto, vivace, moderno ma dalla storia e dall’arte millenarie, e davvero non merita di rimanere ancora soggiogato da questa infinita iattura del regime.
Lu peccato originale de l’Iranu
Quasi nisciuno ’l vede, quasi nisciuno capì,
che l’unica colpa vera, lu peccato che conta,
de l’Iranu è statu nò d’esse cattivu o matu,
ma de nò fa’ la pompa benzina pe’ li cargo americanì.
Quelli sa’ l’Arabia Saudita, specchiati e puliti,
fanno li servi sereni, nò je n’importa gnente,
ma lì, co’ Mossadeq e co’ la Rivoluzzione islamica,
hanno ditu: «Nò, grazie, caminèmo pe’ contu nostru».
E nisciuno se dumanna, mentre je s’eccitano,
mentre je trinciano giudizi, condanne e rimproveri,
perché proprio su quilli obbiettivi, sempre quilli,
je fa’ comodo a li signori de Washington.
Finito de sparà su Maduro, via, du’ minuti d’odio
pe’ li Ayatollah, come se cambiasse lu vinu
sa’ la tovaglia: nò je n’importa de chi è lu burattinaio,
de chi suona lu pifferu de le balle e de le psy-op.
Noi qui joppe le Fosse, sa’ lu cappotto vecchiu,
guardèmo er mondo da la finestra, un po’ svagati,
e pensèmo: forse so’ sorci purtroppu, menati pe’ lu naso,
ma almeno, almeno, nò famo finta de nò vede lu filo.
L’Iran e lu Paccistan, du’ casini diversi
L’Iran è na dittatura criminale,
ma li giovan so’ istruiti e mentalmente liberi,
nun je va de sta’ incatenati all’islamismo,
mentre in Paccistan se lapida l’adultera ancora.
Lu reggime casca, ma come se po’ fa’?
Nun je vole er Ciro Pahlavi americano,
ch’è vicinu a Israele, porta guerra fratellu,
mejo che l’iraniani se decidano loro.
Se li USA insiste co’ la so’ testardaggine,
pure li dittatori finissen come Maduro,
ma l’Iran spera in na libertà de mente.
Lu Paccistan c’ha la bomba atomica fatta,
la po’ tira su l’India o la vende a li matti,
eppure nisciuno lo vede come pericolo!
Ornella Bellesi, io sono amico di tutti.
Moje, amico mio, un grane abbraccio in questo terribile momento.
Sull’Iran, o la decomposizione accelerata
Sanzioni, snapback, rial a un milione e mezzo per dollaro:
che bel modo di contare i fallimenti.
L’uomo inventa la moneta per misurare la sua miseria,
poi la guarda crollare e finge sorpresa.
L’inflazione al 48 %,
i prezzi del pane che salgono come bestemmie.
Chi soffre per il pane soffre due volte:
perché ha fame, e perché sa che la fame non serve a niente.
Guerra di dodici giorni con Israele –
dodici giorni per ricordare che la storia
non progredisce, ripete solo le sue idiozie con munizioni più care.
Danni infrastrutturali, fuga di capitali, blackout di tre ore:
l’infrastruttura è l’illusione che il disastro abbia una forma.
Corruzione ai vertici, aiuti a Hezbollah invece che ai bambini denutriti –
il regime preferisce esportare la sua cancrena
piuttosto che curarla in casa.
Geopolitica: la scusa nobile per sacrificare il proprio popolo
sull’altare di un orgoglio che nessuno nota.
PIL +0,6 %, o forse negativo –
la crescita è il mito degli ottimisti;
qui si contrae con dignità,
si spegne piano, come una sigaretta dimenticata.
Protestare nel 2026 per il rial crollato:
che ingenuità.
Le folle gridano contro i prezzi,
ma il prezzo vero è essere nati in un paese
che ha scelto di marcire in grande stile.
Il governatore della banca centrale cambiato,
l’austerity proclamata –
gesti da chi crede ancora nei rimedi,
mentre il male è l’esistenza stessa del paziente.
Tempesta perfetta, dicono.
No: solo la normalità accelerata della decomposizione.
Sanzioni, guerra, corruzione, blackout, sete –
ingredienti banali per l’unica ricetta universale:
il fallimento, l’Iran resiste.
Resiste come resiste un malato terminale
che rifiuta l’eutanasia per noia.
La sofferenza non nobilita: logora.
Quanto è triste un popolo
che muore di fame per salvare la faccia di un’idea
che nessuno, fuori dai suoi confini, prende sul serio.
La storia non giudica: deride.
E il rial continua a cadere.
Come tutto, del resto.
Lentamente, inutilmente,
con la precisione di chi sa
che non c’è redenzione
nemmeno nel crollo.