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Capoluoghi più cari, Macerata nella top ten:
l’inflazione falcidia stipendi e pensioni,
le famiglie sono in difficoltà

L'ANALISI di Ugo Bellesi - L’aumento della spesa annua per famiglia è pari a 443 euro. I pensionati sfiorano la soglia della povertà. Basta una spesa imprevista per mettere in crisi i risparmi. Prima si rinuncia al cibo di qualità, poi si tagliano le spese per il tempo libero e quelle per la cultura, seguono quelle per lo sport e infine le spese per la sanità

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Ugo Bellesi

di Ugo Bellesi

I più recenti dati dell’Istat ci dicono che Macerata si posiziona nella top 10 dei capoluoghi di provincia più cari d’Italia. Infatti l’aumento della spesa annua per famiglia è pari a 443 euro con un’inflazione annua che nel luglio scorso ha raggiunto il 2,2% (il doppio della media regionale). Il potere di acquisto del ceto medio si è ridotto del 10% in pochi anni. Basti pensare che tra il 1970 e il 1980 il prodotto interno lordo era salito del 41,4% mentre nel decennio successivo solo del 25,5%. Negli anni ’90 del 17,9% e nel primo decennio del nuovo millennio (cioè nel 2010) è cresciuto soltanto del 3,2%. Tra il 2010 e il 2019 la crescita è stata pari a 0,9%.
Secondo il Censis il 2008 è stato l’anno della grande crisi finanziaria che a sua volta ha provocato la crisi del debito sovrano e di conseguenza in soli cinque anni il reddito delle famiglie italiane è crollato di quasi 9 punti percentuali. E’ come se la globalizzazione avesse provocato la nostra deindustrializzazione mentre si affermavano i prodotti della Cina e dell’India. E intanto noi stiamo assistendo ad un progressivo impoverimento della classe produttiva del nostro paese.
Nomisma ha fatto una inchiesta sul malessere degli italiani e il 59% degli intervistati sostiene di non avere un reddito adeguato per far fronte alle necessità primarie. Il 15% lo ritiene insufficiente o gravemente insufficiente. Il 42% afferma che la propria situazione sia peggiorata nel corso dell’ultimo anno e il 33% che peggiorerà nei prossimi 12 mesi. Il 62% sostiene che è tutta colpa dell’aumento del costo della vita mentre il 19% ritiene che siano troppo elevate le spese per la casa. Nella sostanza si percepisce che aumenta l’incapacità a gestire situazioni inattese come la perdita del lavoro da parte di un coniuge (per il 17% delle risposte pervenute) o la nascita di un figlio (per il 10% degli intervistati).
In conclusione l’aumento del costo della vita ha costretto l’85% dei nuclei familiari a tagliare le spese per il tempo libero, il 72% quelle per la cultura, il 67% le attività sportive e il 50% le spese sanitarie.
inflazioneL’Istat ci dice che il 20% delle famiglie italiane ha bisogno di un sostegno economico mentre quasi sei milioni di italiani vivono nella povertà. In pratica si riesce a risparmiare su ciò che si mangia perché ciò che si guadagna è assorbito dalle spese fisse. La peggiore situazione è quella di un separato che vede il suo reddito dimezzato da assegni di mantenimento, mutui e affitto. Secondo le statistiche gli sprechi maggiori avvengono nelle classi medio basse in quanto si acquista il prodotto meno costoso e spesso è più scadente anche perché più deperibile.
Da uno studio di Confcommercio sui bilanci delle famiglie risulta che le spese incomprimibili sono troppo alte perché assorbono il 41,8% dei consumi. Su circa 21.800 euro di consumi annui pro capite, più di 9mila euro finiscono nelle spese obbligate (348 euro in più rispetto al 2019). Le spese per l’abitazione assorbono 4.830 euro ma comprendono 1.721 euro per energia, gas e carburanti.

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La ripresa dall’alto di Macerata

Nei prossimi 15 anni in Italia mancheranno 5,5 milioni di lavoratori a causa della crisi delle nascite. Pertanto sorgeranno grossi problemi per mantenere la soglia vitale di 1,5 occupati per ogni pensionato. Attualmente a Macerata, secondo uno studio della Cgia, a fronte di 136mila pensioni erogate dall’Inps si contano 128mila occupati con un saldo negativo di 8mila unità. Il che mette a rischio la sostenibilità economica del nostro sistema sanitario e previdenziale. L’indice di invecchiamento da noi è piuttosto elevato mentre per quanto riguarda l’occupazione dei giovani s’è verificato un depotenziamento delle strutture produttive accompagnato da bassi salari.
Su questi problemi ha lanciato l’allarme, per quanto riguarda le Marche, la Cisl la quale sottolinea che nella nostra regione le pensioni ammontano nel 2024 a 622.699 di cui l’84% (522.212) sono pensioni di vecchiaia, invalidità e inabilità e pensioni a superstiti. Il 16% (100.487) è costituito da prestazioni assistenziali e in particolare: 14.415 assegni sociali e 86.072 prestazioni per invalidi civili. Gli assegni per prestazioni assistenziali hanno un importo medio mensile di 1.244 euro lordi mentre quelle di vecchiaia salgono in media a 1.447 euro lordi; quelle di invalidità a 1.046 euro e quelle ai superstiti a 714 euro.
anzianaPurtroppo le pensioni erogate nelle Marche risultano inferiori a quelle medie di altre regioni per cui il dato evidente è che pensionati e soprattutto pensionate delle Marche stanno per varcare la soglia della povertà.
Per quanto riguarda l’ambito produttivo della nostra regione abbiamo i dati del trimestre aprile-giugno 2024 (in base all’indagine trimestrale condotta dal Centro studi Giuseppe Guzzini di Confindustria Marche) dai quali risulta che la produzione industriale registra un -3,8% (era -3,3% nel primo trimestre 2024); le vendite -2,6% in termini reali; un -7,1% nel mercato interno; +1,7% nell’export.
E veniamo alle statistiche dei laureati della nostra regione. Purtroppo le Marche sono l’unica regione del centro-nord con il saldo negativo dei movimenti sia con altre regioni d’Italia che con l’estero. Il che significa che tra il 2012 e il 2021 esattamente 4.127 laureati tra i 24 e i 35 anni hanno preferito lasciare la propria terra per cercare lavoro o all’estero (sono stati 2.063) o in altre regioni (2.064). Il 44,2% ha preferito la Spagna. Quali le ragioni di tutto ciò? La prima considerazione è che su oltre 7.000 nuovi posti di lavoro disponibili nelle Marche in meno del 19% si richiedeva la laurea, solo nel 29% era necessario il diploma di scuola superiore. Per il 41% bastava una qualifica o un diploma professionale. Nel 20% dei casi serviva la licenza elementare.
Abbiamo trovato la spiegazione a questa fuga dei nostri giovani verso l’estero da una serie di interviste apparse in un quotidiano delle Marche. Il professor Donato Iacobucci docente all’Univpm ha spiegato che i giovani vanno all’estero in quanto “fanno parte di quelli che hanno preso atto che l’Italia non offre gli spazi di crescita professionali dovuti e nemmeno quell’inquadramento economico che si meritano”.
Una universitaria 33enne sta per concludere a Berlino il dottorato di ricerca in chimica computazionale (sviluppo di modelli matematici e applicazioni) all’Università di Humboldt. Non ha trovato progetti simili in Italia, dove difficilmente si può trovare un posto dove mettere a sistema le sue innovative e tecnologiche competenze. In Germania ha già avuto proposte concrete da alcune industrie.
Un medico di 39 anni, specializzato in urologia all’Università Politecnica di Ancona, ha spiegato che nel 2014 era in stage in un ospedale in Catalogna, dove ha trovato un ambiente in cui medici giovani erano già formati e in quasi tutti i tipi di interventi chirurgici complessi. C’era pure una equipe che faceva operare agli specializzandi. Oggi è specializzato in chirurgia laparoscopica e può realizzare qualsiasi tipo di intervento robotico.
Una 32enne laureata al Politecnico di Torino in design del prodotto e comunicazione visiva ha collezionato una serie di borse di studio in Inghilterra, Irlanda e Lettonia. Oggi lavora a Trier presso alcune multinazionali. Ha dichiarato che le opportunità di crescita e le condizioni economiche in Italia non si possono paragonare con quelle all’estero.


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