La compagnia pugliese QuiEdOra
si dimostra all’altezza di “Ferdinando”

LA RECENSIONE - Al Lauro Rossi di Macerata è andato in scena l'ultimo spettacolo prima della pausa natalizia. Per la compagnia di Bisceglie non era facile recitare in napoletano: la prova è stata ben superata sebbene sia mancata un po’ di naturalezza nel suo fluire. Convincenti gli interpreti maschili, ma sono le due donne ad avere il maggiore risalto
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Gli attori dello spettacolo “Ferdinando”

di Fabrizio Cortella

«Na vota ’e muorte turnaveno per fa cumpagnie ’e vive […] Mò ’e muorte so lloro ca se piglieno appaura d’ ’e vive». È la battuta finale di donna Clotilde che racchiude tutta la morale di “Ferdinando”, lo spettacolo messo in scena domenica dalla compagnia “QuiEdOra” di Bisceglie al Lauro Rossi di Macerata, per il quinto pomeriggio della 54esima rassegna Angelo Perugini.

Ferdinando-5-325x297Quando Annibale Ruccello, l’indimenticato autore del testo, morto nel 1986 appena 30enne in un drammatico incidente automobilistico, si accinse a comporre la sua opera più famosa, partì proprio da tale battuta conclusiva avendo già in mente perfino a chi farla pronunciare: la grande Isa Danieli che, da allora, si è incaricata di trasmettere ai posteri la sua eredità. L’azione si svolge nel 1870 in una villa vesuviana in cui vivono, in esilio volontario, la baronessa donna Clotilde Lucanigro, chiusa nella sua solitudine rabbiosa e allettata per una mal simulata infermità, e donna Gesualda, la cugina povera e zitella, che la accudisce e ne limita gli eccessi. Espressione e superstite di una razza in via d’estinzione, la nobildonna rifiuta culturalmente e storicamente la modernità, non solo ripudiando la nuova situazione politica e il re sabaudo, ma anche l’italiano in quanto “lengua straniera… barbara, senza sapore…senza storia…e senza Dio!”. L’altra, che ha intrecciato una torbida relazione clandestina con don Catello, curato pedante e vizioso, unico frequentatore maschile della casa, vive con tormento la sua condizione di subalternità.

Ferdinando-1-325x250L’improvviso arrivo di Ferdinando, sedicente lontano nipote della baronessa, che porta “’o nomme ’e nu re”, arrecherà scompiglio nella casa: rampollo di una generazione senza memoria, nuovo barbaro che ha perduto ogni legame con la tradizione e qualunque senso di appartenenza, finirà per rivelarsi Filiberto, impostore con il nome di un Savoia, il cui solo obiettivo è quello di impossessarsi della “cascetta” di gioielli della baronessa. Lo stesso Ruccello precisò che nel dramma «prende corpo l’analisi e il tentativo fotografico di messa in evidenza dei rapporti affettivi intercorrenti fra quattro persone in isolamento coatto. Gli odi, i desideri, le bramosie sessuali, le vendette, le sopraffazioni, le tenerezze, gli abbandoni fra quattro personaggi, tutti perduti, dannati da una storia diversa per ognuno, ma sempre inclemente e perfida».

Ferdinando-Difficile inquadrare l’opera perché ogni definizione finirebbe per limitarne l’enorme valore culturale ed artistico: in bilico tra il romanzo d’appendice e il racconto verista, «sfugge alle classificazioni, macchina narrativa che non dà tregua, personaggi sanguigni e spietatamente autentici», così Vincenzo Raguseo, uno dei due registi (l’altra è Daniela Rubini). Sorretto da una profonda analisi antropologica e storica del popolo napoletano e con un finale virato al noir perfettamente in sintonia con i gusti attuali, l’intreccio è strutturato con grande maestria, ben tornito e bilanciato in ogni sua parte.

Ferdinando-4-325x303Allievo prodigio di Roberto de Simone, Ruccello innerva il testo con un dialetto antico eppure vivo, frutto di un’accurata ricerca linguistica, il cui uso serve a sottolineare le sfumature psicologiche ed i contrasti caratteriali. La sua poetica trae origine dalla più radicata cultura popolare della sua terra, ma si alimenta anche della migliore cultura teatrale e letteraria napoletana, a partire da quell’Andrea Perrucci, barocco teorizzatore della Commedia dell’arte, oggetto della sua tesi di laurea in filosofia. Ma sono evidenti anche le influenze di Giambattista Basile e quelle più recenti della dinastia Scarpetta/De Filippo. Tuttavia, sarebbe un errore ridurre il teatro di Ruccello ad uno sterile esercizio filologico: la sua visione, infatti, è totalmente imperniata sulla contemporaneità e sulla percezione delle sue ambiguità; l’analisi dei personaggi e delle loro dinamiche relazionali mira, infatti, a svelarne le nevrosi e le psicosi dell’oggi.

Ferdinando-7-325x259Nel confronto con un tale mostro sacro, la giovane compagnia “QuiEdOra” ha dimostrato di essere all’altezza dell’obiettivo prefissatosi: la regia ha sostanzialmente seguito la via già indicata da Ruccello stesso e sul testo sono stati operati tagli davvero minimi, restituendoci in tutto il suo splendore l’intento originario dell’autore. L’oggettiva difficoltà di recitare in una lingua non propria è stata ben superata sebbene sia mancata un po’ di naturalezza nel suo fluire. Anche se i ruoli del perfido Ferdinando (Antonio Carella) e dell’ambiguo don Catello (Vincenzo Raguseo) potrebbero apparire “minori”, entrambi gli interpreti sono convincenti. Ma sono le due donne ad avere il maggiore risalto.

Ferdinando-2-325x280Daniela Rubini interpreta la baronessa Clotilde, nel ruolo che fu della Danieli, con una vèrve che non le è da meno: abile nel gestire le variazioni tonali della voce, sebbene nei registri più bassi la comprensione da parte del pubblico ne sia stata un poco penalizzata, diviene magistrale nel “non detto” poiché ottimamente attrezzata nella mimica e nella gestualità, come nella migliore tradizione partenopea. Patrizia Colonna è la battagliera Gesualda, “jetteca e zoccola”, che interpreta con grinta ed impeto: dotata di presenza scenica e di vigorosa espressività, è apparsa talora troppo monolitica nella sua caratterizzazione appannando la variegata complessità emotiva del personaggio. Raggiunto il climax grazie alla performance della compagnia pugliese, la Rassegna si ferma per la pausa natalizia. La ripresa è prevista per domenica 8 gennaio con un altro spettacolo di spessore: “Le sedie” di Ionescu.

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