«Il mio lockdown in Cina:
chiuso in casa per un mese
e tamponi ogni 72 ore» (Video)

COVID - Emiliano Polsonetti di Recanati racconta la sua esperienza a Jinjiang dove si è trasferito per lavoro da tre anni. Dalle difficoltà a trovare il cibo al desiderio di tornare nella sua città passando per l'esasperazione generale: «Qui non ci si sente mai davvero a casa»
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Le code per fare i tamponi a Jinjiang
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Emiliano Polsonetti in una foto scattata prima della pandemia

di Claudia Brattini

Mentre in Italia si allentano le misure restrittive in materia di Covid, in Cina – dove il virus ha avuto origine – le cose stanno andando molto diversamente.

lockdown_in_cina-3-225x400La popolazione cinese, infatti, è alle prese con lockdown serrati, positivi collocati in campi di isolamento con misure quasi detentive, animali domestici uccisi, minori separati dai genitori, provviste alimentari che scarseggiano nei negozi e condomini chiusi con sbarre per impedire agli inquilini di uscire. A raccontare e confermare queste scene che stanno facendo il giro del mondo è Emiliano Polsonetti di Recanati, che vive da tre anni a Jinjiang in Cina e racconta la sua esperienza.

Polsonetti dove si trova ora?

«Sono in questa città di due milioni di abitanti che fa parte della più grande Quanzhou».

Come mai si trova in Cina?

«L’azienda calzaturiera per cui lavoro ha deciso di spostarsi dalla Toscana alla Cina per ottimizzare il lavoro».

Come ha vissuto questo ultimo lockdown?

«Due anni fa ero riuscito a fuggire prendendo l’ultimo volto disponibile per l’Italia ma questa volta sono rimasto qui vivendo per ben un mese un durissimo lockdown. Il mio palazzo per fortuna non è stato blindato ma è precipitato tutto da un giorno all’altro: il venerdì ci hanno detto di effettuare un test e il sabato di restare a casa, all’inizio sembrava che bastasse un foglio rosa per poter uscire a fare la spesa ogni due giorni ma poi la domenica eravamo di fatto tutti chiusi nei nostri palazzi. Qui ogni palazzo fa parte di una sorta di piccola comunità col giardino al centro ma poi è stato reso inaccessibile anche questo. Dopo hanno iniziato i test di massa direttamente nel condominio con lunghe file in giardino, la mattina dalle 5 sentivamo altoparlanti che annunciavano l’organizzazione di questi test».

lockdown_in_cina-2-325x183Ha avuto problemi di approvvigionamento di cibo?

«Sì, è diventato complesso, sono iniziate delle organizzazioni autonome: dei gruppi di acquisto; nel mio condominio ad esempio chi aveva un negozio ha iniziato a vendere nel palazzo. Ovviamente per chi come me non capisce bene la lingua è stato molto più complesso».

Ha esperienze dirette – o di persone a lei vicine – che hanno vissuto situazioni “estreme” in seguito alle restrizioni repressive messe in atto dal governo cinese?

«Ad un mio amico americano che vive a soli duecento metri da casa mia hanno letteralmente sprangato l’ingresso, due giorni dopo hanno circondato il portone con barricate in metallo affinché non potessero proprio uscire dalla porta di casa e così erano costretti ad aspettare rifornimenti di cibo o altro in ogni appartamento. Ho visto persone positive portate via, non molte comunque come numero perché qui dove vivo c’erano “solo” 200 casi al giorno. Ora sono due settimane che siamo fuori dal lockdown più duro ma ogni 72 ore dobbiamo fare il test che è necessario per accedere ad ogni attività come andare dal supermercato e questo indipendentemente dalla vaccinazione».

lockdown_in_cina-1-300x400Nei giorni scorsi ci sono state delle rivolte come quella dei residenti di Shanghai che hanno iniziato a battere e gridare dalle finestre contro il blocco del governo. Nota anche lei una esasperazione generale anche da parte dei cinesi?

«Anche se ora non sembra vivo in un villaggio storicamente di campagna dove mediamente c’è meno consapevolezza ma decisamente ora l’esasperazione è sempre più visibile. Fino a dieci anni fa questa era una zona rurale e le persone non badavano molto a quello che accadeva esternamente al lavoro. Nell’ultimo decennio, tuttavia, c’è stato un vero boom economico per le moltissime aziende italiane, e non solo, che producono qui».

Molti italiani che hanno vissuto questa esperienza in modo traumatico ora hanno il desiderio di tornare in Italia, lei resterà in Cina a vivere?

«L’idea di lasciare la Cina sta diventando sempre più pressante, anche se imparassi bene la lingua ho compreso che sarebbe comunque molto difficile integrarsi. Conosco persone che pur essendo sposate con persone cinesi, avendo figli nati qui restano comunque “stranieri”. Si può vivere bene, anche a livello economico, ma senza sentirsi mai davvero a casa, la qualità della vita non è adeguata».

Cosa le manca maggiormente della nostra terra?

«Il ciauscolo e lo stracchino. Sono le uniche cose che qui non trovo ma cibo a parte mi manca la libertà di muovermi senza dover affidamento a delle persone per capire come funzionano le cose o per risolvere dei problemi. Ho vissuto in molti posti del mondo e il mio desiderio è tornare nella mia Recanati, dove però, purtroppo, resta il problema degli stipendi e del costo della vita».



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