Quando Monaldo importò il vaccino:
il resoconto di un medico maceratese
e i no vax ai tempi di Leopardi

LA STORIA SI RIPETE - Romano Ruffini ripercorre attraverso testimonianze dell'epoca le prime inoculazioni per contrastare il dilagare del vaiolo. Un piccolissimo Giacomo venne immunizzato insieme ai fratelli. Il dottor Boccanera lascia un resoconto dettagliato della sua attività in città
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Dipinto con il dottor Jenner che inocula il vaccino

 

di Romano Ruffini *

In questo periodo, in cui il tema delle vaccinazioni è un mantra che riempie giornali e comunicati radio e tv, ho voluto cercare le prime notizie su una sorta di vaccinazioni eseguite nell’Ottocento a Macerata. Sono rimasto davvero sorpreso per alcune interessanti novità che meritano di essere conosciute.

Monaldo-Leopardi

Monaldo Leopardi

Nel 1801-1802 nella nostra provincia era in atto un’epidemia di vaiolo che, come scriveva Monaldo Leopardi, «ha fatto strage considerevole». Monaldo era anche amministratore del Comune di Recanati e si interessava molto di problematiche sociali, tenendosi aggiornatissimo anche sulle scoperte sanitarie. Preoccupato per l’epidemia, per la sua famiglia e per i suoi concittadini, volle affrontare la problematica delle vaccinazioni, che dal 1796, con una pubblicazione del dottor Edward Jenner, erano entrate nel dibattito scientifico pubblico, non senza suscitare vaste polemiche e conflitti. Questi proponeva il superamento del pericolosissimo innesto di pus di infetto umano da vaiolo, con quello prelevato da pustole da vaccina infetta dallo stesso virus, che risultava essere molto meno pericoloso e produceva immunizzazione.

Monaldo Leopardi, in proposito, scriveva: «Di questo vajolo vaccino, scopertosi non da molto in Inghilterra dal Dr. Jenner, feci io venire nei mesi scorsi di primavera la marcia da Genova procuratami dal mio agente in Roma Sig. Bonini col mezzo del Sig. Principe Doria. Fui il primo in questa Città, anzi intera Provincia e credo nello Stato [Pontificio] sicuramente, perché in Roma né in Ancona né in alcun altro paese aveva di questa materia; fui il primo dico che accreditai questa nuova benefica scoperta e vi sottoposi la mia piccola Paolina ed alcuni giorni appresso gli altri due figli [Giacomo e Carlo] appena liberatisi di una violenta tosse».

Il Leopardi fece innestare la marcia o materia, come si chiamava in quel tempo il pus prelevato dalle pustole del vaiolo da vaccina, che poi veniva opportunamente conservata per le inoculazioni. Egli, nella primavera del 1801, fece attuare tale operazione al primo medico recanatese, dottor Giovanni Cuppini, il quale scrisse un resoconto delle vaccinazioni da lui eseguite sia su Paolina (che ancora non aveva un anno), che su Carlo (due anni) e Giacomo Leopardi (che aveva tre anni), oltre che su numerose altre persone tra cui alcuni maceratesi e, tra questi, il conte Giovanni Gatti. Monaldo, non essendo sicuro dell’immunizzazione ottenuta, fece pure eseguire una sorta di richiamo nell’ottobre successivo, con una seconda vaccinazione, della quale registrò punti-gliosamente tutti i sintomi e le reazioni dei suoi tre figli ed anche del figlio di un congiunto. Il dottor Cuppini, nel suo resoconto, riferiva altresì che a Macerata il dottor Boccanera eseguiva questa vaccinazione, con «una profonda incisione, cioché è precisamente interdetto da Jenner». Come si può notare, anche in quell’epoca non mancavano polemiche e contrasti tra medici sulle modalità da praticare in merito alla vaccinazione.

Il dottor Boccanera arrivò a Macerata nel 1801, dopo aver ricoperto l’incarico di primario (medico assunto dai Comuni, per curare a domicilio i cittadini, con a lui sottoposti altri medici e chirugici) a Leonessa, Nepi, San Severino e Fabriano. Egli rimase nella nostra città fino alla morte, avvenuta all’età di novant’anni. Nella sua lunga carriera ebbe molti importanti incarichi, in un periodo politicamente travagliato che vide due occupazioni francesi e le successive restaurazioni pontificie. Il vaiolo era allora una malattia infettiva fra le più devastanti per indice di mortalità e dagli effetti sfiguranti, per le vescicole che si formavano sul viso e su tutto il corpo lasciando delle cicatrici. La vaccinazione, introdotta a Recanati da Monaldo Leopardi, si diffuse anche nelle città vicine, compresa Macerata, e nel territorio della nostra provincia.

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Vignetta satirica sugli inoculati da vaccina affetta da vaiolo

Il dottor Giovanni Boccanera raccontava la sua esperienza di vaccinatore in uno dei suoi diversi manoscritti a carattere medico, conservati nella nostra Biblioteca Comunale, dal titolo: Istoria delle inoculazioni fatte in Macerata nel 1802, nel quale così scriveva: «La materia per l’inoculazione mi fù mandata dal Dottor Alberini medico secondo di Recanati, che mi comandò d’innestare con essa il suo figlio, che da’ suoi Zij non volle farsi innestare. Aveva ella servito per la Podalieri di Recanati con esito di uno scarso e benignissimo vajuolo. [Dopo la vaccinazione del figlio del collega] Avevo preparato il mio unico figlio, con nulla altro che con il metodo di dieta piuttosto vegetabile. Egli fù inoculato la mattina dei 20 Maggio = tra il pollice e l’indice della sinistra mano con ferita cruenta lieve, in cui si pose un filo che il detto Medico mandò ben chiuso in un ampolla, ed assicurò bene intriso di marcia, ma effettivamente non era né rigido, né giallastro. La ferita con il filo si tenne coperta per ore 48 con un cerotto. Nella fine del 3. giorno n’erano gli orli infiammati. Nel 4 suppurò con larga bolla che durava nel 5, e da cui gemeva della marcia bianca e densa, con infiammagione poi estesa. Parve la notte antecendente al 6° un poco il polso frequente: e nel 9, fino alle ore 20 si conservò con il detto polso un poco di calore; ma sulle Ore 21 le arterie erano nel più naturale stato, come il calore. Il fanciullo, che aveva anni 3 e mesi due incirca conservava la sua vivacità, il suo perenne volontario esercizio, il suo appetito, ma aveva il volto un poco pallido, un poco livido sotto degli occhi. Si ostentò una picciola bolla un poco rossa in una coscia. Verso le Ore 23 = con previa lassitudine ebbe freddo alle mani, delle vibrazioni dolorose nel luogo dell’innesto, quindi il calore, la frequenza del polso ancorché moderata. Sull’una della notte aveva una moderata febbre senza altro che i detti sintomi con l’aggiunta di un dolore che si estendeva fino alle ascelle nella parte interna del braccio. Tutto riuscì felicemente, sebbene crebbero le febbri con delirio, letargo, che mi obbligarono ad un salasso. Dopo il mio figlio feci eseguire circa 200 inoculazioni tutte con esito felice coronate».

Giacomo-Leopardi

Giacomo Leopardi

Il dottor Boccanera terminava il suo scritto con la constatazione che l’epidemia era dilagata nella città e che «moltissimi del popolo perirono di vajuolo spontaneo», mentre i vaccinati non furono contagiati. Ma le polemiche sulla vaccinazione erano esplose, come pure la nascita dei no-vax dell’epoca, nonostante gli incontestabili vantaggi della vaccinazione che stava salvando la vita a migliaia e migliaia di persone. Ci potremo domandare: chissà se Giacomo Leopardi sarebbe vissuto se non fosse stato vaccinato? Forse non avremo avuto il genio della poesia e il letterato che tutti conosciamo.

*Storico

Il vaiolo a Recanati nel 1800 e la fiducia di Monaldo Leopardi nei vaccini

 



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