Chiusura dell’Hotel Terme a Macerata,
una delle tante occasioni mancate

L'ANALISI - Seconda puntata dei tanti treni lasciati persi nel nostro territorio: c’è anche la ferrovia che la Santa Sede aveva previsto lungo la valle del Potenza. Dolorosa pure la cessione dell’Azienda elettrica del capoluogo all’Enel. Per non parlare dell’unico Museo polare d’Italia trasferito da Civitanova a Fermo e della Giunta maceratese che negò l’acqua ad uno stabilimento termale
- caricamento letture

 

ConvegnoCM_Terremoto_FF-12-e1543082439487-325x326

Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

Tra gli interventi pervenuti a commento dell’articolo sulle “occasioni mancate” e sui tanti “treni persi” nel corso degli anni dal nostro territorio, particolarmente significativo quello di Paolo Perri, pediatra, che, arrivato a Macerata nel 1977, ha trovato un ospedale in grande efficienza, ricco di personale altamente qualificato, in grado da figurare tra i migliori dell’Italia centrale. E, a dimostrazione di ciò, Perri ricorda anche i nomi di quelle personalità della medicina che, sotto la guida del dott. Ezio Centioni, avevano contribuito a creare quella eccellenza. Nel giro di pochi decenni purtroppo l’immagine del nostro ospedale si è logorata e ora appare quasi impossibile riportarlo a quei livelli, anche se non mancano le professionalità giuste. Ma adesso tutto appare fermo in attesa della costruzione del nuovo ospedale alla Pieve. Ma forse non si farà lì perché decentrato per la vallata del Potenza e poi perché non c’è più bisogno di un ospedale unico ma di più ospedali.

expo-villa-potenza-3-325x244

Il foro boario a Villa Potenza

Un altro lettore invece ci ha telefonato per ricordarci la “triste” vicenda dell’Azienda elettrica municipale. Risale al 1891 il progetto per la creazione di un canale per la derivazione di acqua dal fiume Chienti, capace di mille cavalli di forza motrice per la centrale elettrica da realizzare a Sforzacosta. Centrale che venne inaugurata nel 1893 e nel 1905 venne approvata la municipalizzazione del servizio di illuminazione pubblica e privata. Nel 1915 fu inaugurata la centrale idroelettrica di Villa Potenza e l’Azienda elettrica municipale di Macerata divenne tanto efficiente da poter fornire energia anche a diversi Comuni della provincia. Tutto sembrava filare per il meglio tanto che Enrico Mattei, vista la potenzialità elettrica dei nostri impianti, pensò di realizzare qualche industria importante nel nostro territorio. C’era però qualche altro soggetto che aveva messo gli occhi addosso alla nostra Aem. Infatti in un quotidiano, nel 1957, comparve un esauriente articolo che aveva per titolo “L’Unes vuole impadronirsi dell’Aem”. Ma subito non successe nulla tanto che i bilanci consuntivi furono sempre approvati regolarmente anche negli anni seguenti, nel 1966 come nel 1968.  Fu proprio in quegli anni che l’Enel subentrò all’Unes e proprio nel 1970, dopo tante polemiche che in città si crearono due schieramenti, uno favorevole alla cessione e l’altro (più numeroso) contrario, si ebbe la notizia, clamorosa per i maceratesi, che “L’Aem è passata all’Enel”. Ma a detta di tutti, il verbo “è passata” significava “è stata svenduta”. Infatti si disse che quei “pochi soldi” incassati erano stati già destinati per costruire il campo boario di Villa Potenza. Quindi un’azienda elettrica venne scambiata con un campo boario. Qualcuno aveva visto lucciole per lanterne? Ai posteri l’ardua sentenza.

Silvio-Zavatti

Silvio Zavatti

Da Civitanova invece ci hanno segnalato la “perdita” del Museo polare etnografico creato da Silvio Zavatti nel 1969. Aveva avuto fin da allora sede a Civitanova ininterrottamente fin quando, nel 1985, è stato trasferito a Fermo. Non si fece molto per non farlo trasferire. Ed è stata sicuramente una “perdita” gravissima in quanto si tratta dell’unico museo polare esistente in Italia e quindi era ed è motivo di attrazione non solo per gli studiosi ma anche per le scolaresche. Soltanto che prima il punto di riferimento era Civitanova ed ora è Fermo. E’ accaduto come con la Lube: prima era Lube Macerata ed ora è Lube Civitanova. E per fortuna che è rimasta sempre in provincia. C’è anche qualcuno che ci ha sollecitato a ricordare la spoliazione delle opere d’arte delle Marche da parte di Napoleone Bonaparte nel 1810. La gran parte, come è noto, è finita al Museo di Brera, e quindi chi volesse ammirarle deve andare a Milano. Tante volte si è accennato ad una eventuale possibile restituzione, ma è ovvio che ormai questo è un discorso da tempo chiuso per cui non resta che rassegnarci. E ci sarebbe anche da ricordare soprattutto le clausole vessatorie imposte da Napoleone al pontefice Pio VI in occasione del trattato di Tolentino firmato nel 1797. Ma l’unico commento può essere soltanto “Guai ai vinti”, la celebre frase pronunciata da Brenno, capo dei Galli Senoni che nel 390 a.C. invasero Roma e imposero ai romani un pesantissimo riscatto in oro. Un altro lettore ha insistito per approfondire la vicenda relativa alla ferrovia Civitanova-Fabriano.

elettrificazione-tratta-civitanova-albacina-FDM-1-325x217

La stazione di Civitanova

Così è venuto alla luce che il tronco ferroviario mare-montagna non doveva partire da Civitanova, che allora era un centro non di grande richiamo, ma da Porto Recanati che stava crescendo dal punto di vista turistico anche per la vicinanza con il santuario di Loreto. Nel 1846 la Santa Sede, che stava progettando un collegamento ferroviario Tirreno-Adriatico, aveva individuato il seguente tracciato: Roma, Terni, Foligno, Nocera Umbra, Valle del Potenza, Castelraimondo, San Severino, Macerata, Porto Recanati. L’impresa che portava avanti i lavori, arrivata a Fabriano, fece prevalere (ovviamente su pressione delle autorità doriche) la scelta per la valle dell’Esino e quindi il tracciato fu Fabriano, Iesi, Falconara, Ancona. Fu allora che la Provincia di Macerata affidò al Genio civile la progettazione del tracciato che da Fabriano raggiungesse l’Adriatico attraversando la nostra provincia. Si pensava che sarebbe stato ripreso il progetto del 1846 scelto dal Vaticano. Era il tragitto più logico e anche meno costoso perché in pianura e senza dover costruire ponti e gallerie. E cioè: Fabriano, Matelica, Castelraimondo, San Severino, e quindi la vallata del Potenza, vale a dire Passo di Treia, Villa Potenza, Sambucheto e Porto Recanati. Si dice (ma forse è soltanto una maldicenza) che le imprese impegnate nei lavori avessero insistito per preferire la vallata del Chienti «perché, seguendo la vallata del Potenza, sarebbe stata tagliata fuori una città come Tolentino». C’è però anche un’altra versione e cioè che la soluzione lungo la vallata del Potenza sia stata scartata per l’opposizione dei proprietari terrieri di Treia che vedevano stravolti i loro poderi, assai fruttiferi e irrigabili, in cambio di “pochi spiccioli” per l’esproprio. Fatto sta che ancora una volta si è persa una occasione storica per valorizzare la vallata del Potenza.

IMG_0897-400x267

Americo Sbriccoli

«Macerata – come sostiene da sempre il prof. Americo Sbriccoli – ha un ruolo intervallivo tra il Chienti e il Potenza, non può essere sbilanciata tutta verso la vallata del Chienti». A ragion veduta va sottolineato che dalla parte del Potenza ci sono centri importanti come Treia, Cingoli, Potenza Picena, Recanati e Loreto, senza dimenticare Montefano, Montecassiano e Porto Recanati (e scusate se è poco). Ma si è sempre in tempo per rimediare. Già il presidente della Provincia, Antonio Pettinari, rivolge una particolare attenzione alla viabilità di quella vallata, ma anche la nuova Giunta comunale di Macerata potrebbe impegnarsi per valorizzare quella vasta area. E “valorizzarla” non significa solo svilupparne il turismo ma soprattutto farla crescere economicamente perché “non dobbiamo lasciare indietro nessuno”. E la viabilità è un elemento determinante per lo sviluppo di un’area come quella. Questo anche per far in modo che il ristrutturato Centro fiere di Villa Potenza non diventi una cattedrale nel deserto.

piloni-piazza-san-giovanni-macerata

Piazza San Giovanni a Macerata

Parlando di occasioni mancate non va dimenticato quanto è accaduto proprio a Macerata. Nei primi anni del 1900 nella nostra città si era messo in evidenza per le tante iniziative l’imprenditore Biagio Micozzi Ferri. Fu proprio lui che nel 1921 aprì una sottoscrizione per creare, al di sotto dell’area dello Sferisterio, in via Maffeo Pantaleoni, un grande edificio termale. Ma tutto venne bloccato dall’amministrazione comunale dell’epoca che rifiutò la concessione gratuita dell’acqua. Elemento questo che sarebbe stato determinante dal momento che la sottoscrizione era stata un po’ “carente”. Un’altra amministrazione, pur di avere in città le Terme avrebbe fatto i salti mortali. Ma è così che vanno le cose dalle nostre parti. Ma Micozzi Ferri non si fermò lì e progettò un grande investimento a ridosso di piazza San Giovanni. Si trattava di tre fabbricati collegati tra loro per destinarli ad albergo, bagno pubblico, cure termali, salone per le feste e come ritrovo cittadino, solarium etc. Questa volta il Comune non si tirò indietro infatti vendette all’impresario parte del fabbricato della biblioteca comunale con appezzamento di terreno contiguo all’ex collegio dei Gesuiti. Micozzi Ferri costruisce un nuovo corpo di fabbrica per realizzarvi un hotel (con 12 camere da letto), un cinema-teatro da 800 posti (con platea e galleria), lavanderia a vapore, 20 docce per i bambini delle elementari, spogliatoi, caldaie e magazzini per il carbon fossile. In tutto il complesso ci sono sale di lettura, locale per manicure e pedicure, otto sale di lettura, quattro per docce, una barbieria, una cabina del telefono, due gabinetti. Inoltre grande spazio (con platea e galleria) per il restaurant-buffet, caffè e bouvette, sala d’aspetto che si affaccia su piazza San Giovanni capace di ospitare mostre d’arte ed esposizione di prodotti del territorio. Sul terrazzo viene realizzata la pista di pattinaggio con possibilità d’estate di farci cinema all’aperto. Il tutto viene inaugurato il giorno di Pasqua del 1925 con il nome di “Stabilimento delle terme” ma chiamato anche “Hotel delle terme”. E il ristorante veniva affidato al grande chef Cesare Tirabasso, che allora nelle Marche andava per la maggiore. Purtroppo la bella iniziativa di Micozzi Ferri non ebbe il successo sperato e che meritava. Così lo stabilimento chiuse i battenti nel 1935.

evio-hermas-ercoli-1-325x217

Evio Hermas Ercoli

Il prof. Evio Hermas Ercoli, nel suo commento al volume “Il cuoco classico” di Cesare Tirabasso, spiega questo fallimento con «i costi di gestione troppo elevati» ma anche perché «Un luogo di ristoro, svago e benessere di così vaste proporzioni probabilmente era esagerato rispetto alla portata reale di una cittadina come Macerata e alle possibilità economiche dei suoi abitanti. Di sicuro l’Hotel delle Terme rimane una proposta originale e moderna, forse arrivata con troppo anticipo in una società ancora per molti versi rurale». Considerazioni giustissime e da condividere ma c’è anche da considerare il fatto che quella struttura doveva avere una valenza regionale e doveva essere un faro di eleganza, di cultura, di alta cucina. Sicuramente non ha avuto il supporto di iniziative necessarie per farlo conoscere. Anzi è avvenuto il contrario perché i cosiddetti “benpensanti” ne avranno dette di tutti i colori quando avranno visto «Nella sala del cine teatro le pareti laterali – scrive sempre il prof. Ercoli – artisticamente decorate con quattro enormi pannelli affrescati rappresentanti scene esotiche mitologiche ed orientalizzanti con donnine discinte e provocanti, che rinviano a piacevolezze edonistiche inconfessabili. I seni scoperti e la lascivia della composizione non vogliono passare inosservati e naturalmente provocano tante dicerie e lo scandalo scontato negli ambienti del conformismo cittadino». C’erano quindi tutte le premesse perché certi ambienti cittadini guardassero quella iniziativa, che avrebbe potuto dare tanto lustro a Macerata ed essere ritrovo di lusso per tutta la regione, come luogo di peccato e di perdizione.

Venanzetti_Bancone_1-325x244

Il caffè Venanzetti smantellato

Quanto accaduto per l’Hotel delle Terme ci fa venire in mente quanto purtroppo, ma recentissimamente, è avvenuto per il caffè Venanzetti che è stato letteralmente “smantellato”. Pochi anni fa era successo anche per il caffè Pompei a dover chiudere i battenti anche se aveva un glorioso passato essendo stato punto di riferimento – per merito di Ettore Pompei – non solo per Macerata ma per tutte le Marche. Per non parlare del fatto che qualche decina di anni fa Macerata poteva vantare ben cinque gallerie d’arte che richiamavano artisti e critici d’arte da tutta Italia, come può essere testimone di ciò anche l’amico Nino Ricci, al quale facciamo gli auguri (in ritardo purtroppo) per i suoi 90 anni. Ben più gravi le conseguenze di quanto accaduto con la Cassa per il mezzogiorno. Era il 1950 quando appunto fu creata la Cassa per il mezzogiorno d’Italia che doveva favorire lo sviluppo economico delle aree più disagiate d’Italia. Il problema ovviamente riguardava il sud ma anche le Marche e quegli interventi economici avrebbero potuto favorire molte aree della nostra regione ed in particolare quelle interessate al settore delle calzature. Di diritto entrarono nei benefici della Cassa 25 Comuni della provincia di Ascoli ma ne fu esclusa Macerata. Secondo quanto ci ha riferito una fonte autorevole – sarebbe accaduto l’incredibile: «Da Macerata si fece sapere che non eravamo interessati alla Cassa in quanto la provincia aveva già un discreto sviluppo industriale e non poteva essere aggregata al Sud Italia».  Essendo questa versione delle cose poco credibile abbiamo voluto approfondirla e così abbiamo appreso dall’onorevole Adriano Ciaffi che non tutti i Comuni potevano usufruire dei benefici della Cassa ma soltanto quelli i cui abitanti avessero un reddito pro capite inferiore ad una certa quota. E’ per questo che non tutti i Comuni di Ascoli usufruirono della Cassa ma soltanto 25 e per lo stesso motivo Macerata fu esclusa del tutto. Almeno questa ennesima “figuraccia” Macerata se l’è risparmiata. Purtroppo a volte può accadere (ma non dovrebbe succedere) che una “diceria”, ripetuta nel tempo, alla fine venga presa per vera perché appare più semplice, più convincente, più irridente (e questo piace a tutti) nei confronti di chi è al potere in quel momento (chiunque sia).

 

 

Perché abbiamo perduto tanti treni? Errori e inefficienze del nostro passato



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page
-





Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X