La Liberazione di Quinto Nunzi
«Non mi fa paura il coronavirus
dopo quello che ho vissuto in guerra»

25 APRILE - Sopravvissuto a un campo nazista di concentramento e lavoro in territorio polacco, liberato dai russi e tornato a casa nel 1945 letteralmente mangiato dagli insetti. Oggi il 96enne di Civitanova ricorda lucidamente quei momenti e ai giovani dice: «La cosa più bella è la libertà». LA VIDEO-INTERVISTA
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La testimonianza di Quinto Nunzi

di Laura Boccanera

«Oggi non mi fa paura il Coronavirus, sono rientrato a casa nel 1945, pesavo 35 chili, mangiato dagli insetti. Ai giovani dico: la cosa più bella è la libertà». Parlare con Quinto Nunzi durante la quarantena ti rimette a posto col mondo.

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Quinto Nunzi

Ha 96 anni, vive a Civitanova ed è un Capricorno di ferro. Gli anni sono stati clementi con lui, lasciando intatta la lucidità e preservandogli un positività fanciullesca. Il suo 25 aprile è il ricordo della liberazione da un campo nazista di concentramento e lavoro in territorio polacco nei pressi di Cracovia. Parla dei russi, della sua baracca e delle parole di un ufficiale tedesco come se fosse successo ieri. E’ un racconto che ti riporta coi piedi per terra, che fa assumere tutt’altro peso e consistenza all’obbligo di indossare una mascherina o di stare rinchiusi in casa al caldo con smartphone e tv. Quinto Nunzi è sfuggito alla morte in varie occasioni, complice la fortuna sicuramente, ma anche le sue qualità. Partito a soli 20 anni da Campofilone dove viveva la sua famiglia è arrivato a Gorizia come soldato di fanteria nel 1942 per l’addestramento. Dopo l’8 settembre del 1943 è stato imprigionato e condotto con un treno in un campo nazista di concentramento e lavoro vicino Cracovia passando dalla Germania: «eravamo 26 soldati nella baracca numero 4, facevamo lavori pesanti, a volte non c’era da mangiare e qualcuno, in preda alla fame mangiava perfino i topi o rosicchiava il legno della baracca – racconta Quinto – una volta provammo a scappare: due alpini e io uscimmo a mezzanotte, c’erano 20 gradi sotto lo zero e 85 centimetri di neve, camminammo almeno per un chilometro, ma i tedeschi ci avvistarono e arrivarono le guardie con i mitra e fummo consegnati al capitano delle SS». A salvarlo dalla morte è stata la sua capacità di parlare tedesco (Nunzi ancora alterna l’italiano al tedesco nel racconto) e la sua somiglianza col figlio del capo delle SS: «mi chiese se parlavo “deutsche” – racconta – dissi “un po'”, mi disse che aveva un figlio di 20 anni che stava a Bologna e che era identico a me. Mi graziò e mi portò ad un ricevimento per pulire. In cucina c’erano le bucce delle patate e mangiai quelle». In un’altra occasione provò di nuovo a scappare. Stavolta a salvarlo fu la sua abilità da sarto: «attaccavo i bottoni, aggiustavo i pantaloni, mi davano qualcosa da mangiare, una patata e un pezzo di pane nero e anche 1 marco tedesco». Rimase prigioniero fino al 1945 quando i carri armati russi entrarono nel campo nazista di concentramento e lavoro in territorio polacco e liberarono i soldati e i prigionieri: «fu una gioia, una liberazione, si tornava a vivere. Poi lungo la strada, mentre i russi ci portarono a Cracovia prima e Varsavia poi scoprimmo cosa fosse quel fumo nero che tutti i giorni vedevamo dal nostro campo di lavoro, era un campo di sterminio e il fumo era quello dei corpi che venivano inceneriti». E oggi a 75 anni di distanza la memoria di Quinto Nunzi è tornata a quel giorno e a quando, dopo 6 mesi di cammino, è tornato a Campofilone: «mia mamma piangeva – racconta – pensava che mi avessero sparato, avevo i buchi sulla pelle, ma in realtà erano stati gli insetti, pesavo 37 chili, ma ero felice, ero tornato a casa». Oggi l’accostamento fra Coronavirus e guerra lo fa sorridere: «non mi fa paura il Coronavirus, dopo quello che ho vissuto ci rido su».

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