Dentro la storia, volenti o nolenti

DAVOLI A MERENDA - Il centro storico di Macerata al tempo del coronavirus. Una passeggiata salutare... senza nessuno da salutare
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di Filippo Davoli

Ho la ventura, abitando in centro, di passeggiare al riparo di potenziali diffusori del coronavirus. Nei mesi e negli anni scorsi, mi è capitato molte volte di lamentarmi per la progressiva desertificazione di questo mio quartiere; ma adesso, col coronavirus che incombe minaccioso, è fonte di sicurezze dal contagio vedere le strade deserte, i negozi chiusi, ascoltando un silenzio così irreale da sembrare la mattina di Capodanno.

No, non mi si fraintenda: un animale sociale come il sottoscritto di certo non si rallegra di questo clima plumbeo e minaccioso, anche quando in cielo splende un azzurro immacolato. L’unico beneficio, come dicevo, è quello di non dover temere minacce da alcuno, non essendovi proprio nessuno in giro.

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Mi è ricapitato tra le mani, mettendo a posto la libreria sempre troppo ingombra, un libro di Gian Ruggero Manzoni di alcuni anni fa; si intitola “Il morbo” e so che di recente è stato ristampato in formato e-book. Curioso averlo ritrovato proprio questi giorni. È un libro potente, ed anche illuminante per chi, dopo aver creduto che il progresso l’avesse messo al riparo dalle grandi epidemie della Storia, ci si ritrova invece fronte a fronte a dover fare i conti. Gian Ruggero Manzoni, per chi non lo conosce o non l’ha mai letto, è senz’altro una delle migliore penne in circolazione in Italia (sia poeta che narratore; che pittore di alta qualità). Uno che, quando scrive, non fa sconti al lettore (e nemmeno a se stesso): non “mestiereggia”. Va al cuore delle questioni, le affronta di petto, quasi le vive, le incarna, mentre le narra. Dovreste trovarvi una copia de “Il morbo”: di sicuro, nel tempo che viviamo, avreste modo una volta di più di apprezzarne la bellezza.

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Io invece continuo le mie perlustrazioni desertiche, affidando al pensiero e alla riflessione la stranezza insospettabile che ci è capitata in sorte in questa Quaresima del 2020. Anche da soli si può stare in compagnia: di letture fatte, di incontri che ci hanno segnato e riaffiorano, dello specchio che spesso ci tortura ma a volte ci consola. Esattamente come altre volte ci si può sentire soli pur in mezzo a un mare di gente non necessariamente estranea, anche prossima, amica.
Nella piazza vuota, in cui si incanala l’aria – dove cioè, come in una bocca, può circolare il flatus vitae, il respiro, l’anemos da cui origina la voce – ho come l’opportunità inedita di potermi fermare a ragionare. Quante volte ho chiamato Macerata “la città degli inevitabili”, dove anche non volendolo incontri le persone. Oggi è l’opposto: anche desiderandole, forse, non appaiono, non sbucano da un vicolo, non le senti vociare in una bottega. Eppure te ne porti dentro (me ne porto dentro) ogni accento, ogni battuta folgorante (che meraviglia, la maceratesità, quando si lascia andare a briglie sciolte nel definire un fatto, nel soprannominare un personaggio).

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Oggi non c’è nessuno. Non passano nemmeno le macchine, ci sono addirittura posti liberi per parcheggiare. Chi l’avrebbe mai sospettato solo qualche settimana fa? Ma dove sono andati a finire, tutti quanti? Davvero stanno tutti nelle case, obbedendo – come opportuno – alle indicazioni governative? Un encomio alla nostra civiltà, se è così. Ma contemporaneamente siamo anche, tutti quanti, nella Storia: quando saremo vecchi – se arriveremo alla vecchiaia (beh, qualcuno della mia età ci arriverà pure, tra trent’anni, alla vecchiaia!) – potremo dire, leggendo nei libri di storia, che noi questa volta c’eravamo. L’abbiamo toccata con mano, l’epidemia. La pandemia. La pandemia o l’epidemia? Beh, l’abbiamo comunque toccata con mano, questa pagina inedita che ci ha fatto ripiombare secoli addietro: a ricordarci che, come la vogliamo mettere, alla fine siamo sempre deboli, fragili. Miracolosamente e delicatamente strutturati. E basta un esserino infinitesimale a sbaragliarci la strada.

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Che parola, questo fatto del coronavirus! Che ridimensionamento obbligato! Poche settimane fa andava in scena la kermesse elettorale (quasi i destini della vita si giocassero lì…) e oggi il silenzio (non solo elettorale, ovviamente). Che felice lezione, nell’infelicità della circostanza! Che forza, che poderosità, quell’esserino infinitesimale! Dentro il vortice che ha creato – e che squassa tutto questo silenzio densissimo – la Storia mi appare davanti tutta rappresa, e poi dipanata, enorme. Un presente immenso dove la nostra ruota personale corre, si avvita, pare faccia chissà cosa e poi sparisce, lasciando spazio a un’altra ruota, e poi a un’altra, a un’altra… una rotaia lunghissima, sterminata, segnata da tanti piccoli punti: unici e irripetibili, e contemporaneamente rapidi, evanescenti. E medito che c’è del bello anche a sparire, a far parte comunque di questo passaggio del testimone, a prendere di peso la vita così come a lasciarla andare quando sarà il momento, per chi dovrà venire.

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Ascolto “Mina Fossati”. E poi i quattro concerti per pianoforte e orchestra di Rachmaninov. Mi risparmio il Winterreise perché, ancorché splendido (e Schubert è stato davvero grandioso a musicare i versi di Wilhelm Müller per affidarli al pianoforte insieme ad una voce baritonale), può bastarmi il “Viaggio d’inverno” che ho intorno, il tremore di qualcosa che si sfalda dentro la propria apparente incrollabilità, come in “Einsamkeit”.

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Adesso le luminarie à pois dello Sferisterio paiono bubboni di vaiolo; guardo i vecchi Magi che escono dalla Torre dei Tempi e penso che corrono rischi, a quell’età. Ma siamo soli io e loro. E la Vergine in trono col Bambino, più in alto. Allora torno sui miei passi, li saluto con discrezione, in buona sostanza mi affido a loro. E spero che, a ridosso della Pasqua, possa essere risurrezione per tutti.

 

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