Standing ovation per Mike Melillo,
il pianista che ha varcato l’oceano
per amore di Macerata
SPETTACOLO - Palazzo Buonaccorsi, ha celebrato gli 80 anni del musicista jazz che ha suonato con Coleman, Hawkins, Webster, Rollins, Hall e Chet Baker
di Maurizio Verdenelli
(foto di Anna Maria Cecchini)
Quattro ore prima della entrata in scena, Mike è pronto. Camicia, pantaloni e maglietta della salute, tutto di color nero. E nera è pure la giacca chiusa in un’ampia borsa, a terra. “Sarà necessaria?” mi chiede. L’escursione termica del sabato aveva infatti raffreddato la folta platea accorsa per il quartetto (leader Gabriele Boggio Ferraris) protagonista della prima delle due notti magiche del festival jazz sotto il cielo dell’estate maceratese. E ieri sera anche il meteo, non solo lo stellone sopra palazzo Buonaccorsi, ha celebrato gli 80 anni di un grande pianista jazz che ha suonato con Coleman, Hawkins, Webster, Rollins, Hall e Chet Baker.
C’è una foto del mitico trombettista con lui, Mike Melillo e Paolo Piangiarelli, tutti intervistati al bancone del Pozzo, dall’inviato Rai Pino Scaccia. Una foto, presente su una parete dello storico pub, che è simbolo della nascita di questo fondamentale movimento musicale nell’Atene delle Marche. A ricordare un percorso ormai cinquantennale, qualche mese fa, agli Antichi Forni una mostra fotografica a cura di Carlo Pieroni ed un’elegante pubblicazione. E ieri sera lo strepitoso concerto di Mike, il grande del jazz che trent’anni fa scelse Macerata rispetto a New York, per vivere qui la maggior parte dell’anno. E qui ha festeggiato musicalmente il proprio birthday, anche se il brindisi con gli amici era già avvenuto, proprio al Pozzo, a giugno essendo lui nato il 9 giugno nel New Jersey a Newark. Poi a cinquant’anni l’amore per la Grande Prugna, per dirla con Mario Affede che riteneva Macerata piu ricercata di Londra e Parigi ( In ogni caso più tranquilla e ‘cocca’). E l’arrivederci alla Grande Mela.
Rifarebbe la stessa scelta, maestro? «Macerata è diventata una città moderna. Ed io non amo la modernità…». Come definirebbe ora questo capoluogo marchigiano? Melillo forse non vorrebbe rispondere. Si affretta a raccogliere il borsone (sul pavimento della cioccolateria di cui è cliente abituale) e quasi sussurra in perfetto slang locale ed indelebile accento nuiorchese: «Macerata? ….se magna». Scomparendo fuori in piazza della Libertà ancora semideserta nel caldo accecante del pomeriggio estivo domenicale. Per ricomparire attorniato dai vecchi amici, seduto su una delle candide e circolari panche sotto il loggiato del cortile di palazzo Buonaccorsi in attesa della “chiamata” sul palco di Daniele Massimi, direttore del festival jazz.
E’ stato un concerto di eccezionale bravura ed altrettanta generosità. Diciassette pezzi (due bis) intervallati …dall’avaria all’allarme del palazzo che ha suonato impertinente per due minuti ‘buoni’. Pezzi sull’onda di Cole Porter e Thelonius Monk, con la rivisitazione dello stesso Melillo, laureato pure in composizione alla Rutgers University. Standing ovation dalla platea degli appassionati. E stremato, dopo aver dato tutto, il pianista che ha varcato l’oceano per amore delle Marche, ha avuto solo la forza di annunciare a Massimi che lo sollecitava a voler dire ‘qualcosa’ agli astanti (istituzioni assenti): «Ora vado a dormire». Sogni d’oro, Mike, ultimo testimonial d’eccezione di un’Atene marchigiana sbriciolata come un affresco di Tulli.


