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Il mistero della pescheria a cielo aperto:
Leonardo Annacondia “re abusivo”
sfugge ai radar dei controlli (FOTO)

CIVITANOVA - L'armatore da anni vende il pescato al porto in una postazione da lui stesso realizzata ma non potrebbe farlo in base ai regolamenti. Fa ottimi affari e di lui sembrano accorgersi solo i clienti. Pugliese, venne condannato a 21 anni per omicidio nel maxiprocesso Dolmen. E' il fratello di Salvatore, conosciuto come "Manomozza"
sabato 22 Giugno 2019 - Ore 14:26 - caricamento letture
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di Giuseppe Bommarito *

Avevamo già denunziato nel marzo 2017 che qualcuno, nella zona portuale di Civitanova, faceva quello che gli pare sotto gli occhi benevoli delle autorità competenti, pronte e risolute ad intervenire contro i pescatori civitanovesi dediti alla piccola pesca con reti da posta ma ferme e immobili come statue di sale nel caso di Leonardo Annacondia.

Giuseppe Bommarito

Costui – qualcuno se lo ricorderà – è un sessantenne originario della Puglia, condannato diversi anni fa dalla Corte di assise di Trani nel maxiprocesso Dolmen a 21 anni di reclusione per un omicidio risalente al 1990, da tempo stabilitosi a Civitanova e fratello del ben più noto Salvatore Annacondia, detto Manomozza. Un breve riepilogo della vicenda è tuttavia necessario per meglio comprendere lo stato dell’arte e il motivo per cui è opportuno ritornare sulla questione.

La moglie di Leonardo Annacondia è proprietaria dell’imbarcazione “Carmine” ed aveva ottenuto nel 2011 dal Comune di Civitanova, così come altri imprenditori della piccola pesca, l’assegnazione sino al dicembre 2016 di un posto fisso su una pedana in legno realizzata nella parte rialzata del molo sud, fornita anche di acqua ed energia elettrica, per la vendita del pescato catturato esclusivamente con l’imbarcazione individuata nella convenzione.

Ma l’Annacondia non volle mai trasferirsi, se non per pochissimo tempo, dal suo preesistente posto vendita abusivo, organizzato come una vera e propria pescheria e sito nei pressi della Lega Navale e del Club Vela, in piena battigia e prossimo allo scivolo pubblico per i natanti, mentre altri tre pescatori civitanovesi accettarono invece di vendere il loro pescato in maniera regolare ed autorizzata direttamente sul molo sud, trattandosi di una grossa opportunità per la loro attività commerciale. Senonchè l’esperimento dei posti fissi sulla pedana durò solo pochi anni in quanto lo stesso Comune, dopo qualche tempo, ritenne che tali strutture fisse presentassero una inaccettabile situazione di degrado a livello igienico-sanitario e che in tali punti vendita, in parte nemmeno utilizzati, si vendesse materiale non pescato con l’imbarcazione oggetto di convenzione, ma di ignota provenienza. Fine dell’esperimento, quindi, con grave disagio di chi aveva avviato tale forma di commercializzazione del pescato, ma non per tutti, giacché a questo punto, siamo a fine 2016, Leonardo Annacondia, senza autorizzazione alcuna, ha seguitato con la massima tranquillità, come peraltro faceva già prima, ad occupare quotidianamente lo spazio demaniale destinato ad alaggio nei pressi della Lega Navale e a vendere bellamente e alla luce del sole pesce catturato tramite reti da posta con l’imbarcazione della moglie (che lui, ufficialmente mozzo di bordo, non poteva e non può condurre, non avendo i titoli da comandante) e pesce – a suo dire – a lui ceduto da soggetti pescasportivi o forse acquistato al mercato ittico all’ingrosso.

In buona sintesi, Leonardo Annacondia ha mostrato di fregarsene di tutto e di tutti, e anche di poterselo permettere, vista l’inerzia del Comune e della Capitaneria che sarebbero dovuti intervenire tempestivamente per rimuovere una siffatta situazione di palese illegalità e di inspiegabile privilegio. Una situazione che inspiegabilmente continua pure oggi. Nessun piccolo armatore al porto di Civitanova ha l’autorizzazione a vendere pesce dal produttore al consumatore con impianti amovibili e tanto meno con impianti fissi. La vendita, per norma di legge, è possibile solo dalla barca, eppure Annacondia, imponente nella sua postazione e circondato chissà perché (forse perché fanno folclore, ma non certo pulizia) da oche e galline libere di scorrazzare a loro piacimento, tutti i giorni, in una situazione di innegabile degrado igienico-sanitario, vende sfruttando il sito abusivamente occupato e godendo rispetto alla concorrenza di un maggior giro di clientela e quindi di affari, derivanti dal suo inspiegabile monopolio portuale. Molti mugugnano e recriminano, ma nessuno si muove, nessuno interviene, nessuno gli dice che deve sbaraccare l’impianto fisso in questione, sebbene spesso e volentieri dinanzi allo stesso transitino autovetture delle autorità comunali e della Capitaneria di Porto. In definitiva, Leonardo Annacondia, invisibile per le autorità competenti, sembra essere visibile solo agli acquirenti. Certo, Annacondia, scontata la sua pena, ha tutto il diritto di rifarsi una vita e di svolgere il lavoro che più gli aggrada, ma deve farlo nel rispetto della legge, e non rendendosi, in maniera sfrontata, protagonista di una situazione di illegalità conclamata. A questo punto, considerata la protratta inerzia fino ad oggi vigente, viene tuttavia da chiedersi da cosa nasca tutta questa impunità, perché gli venga garantita, e soprattutto cosa farebbero le autorità competenti se altri armatori, invece di vendere il pescato dalla barca, iniziassero anche loro a costruirsi singole postazioni fisse senza minimamente considerare leggi e regolamenti.

* Presidente associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”

I pugliesi nel porto di Civitanova A cena con l’assassino da Manomozza

 

 



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