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Cannabis light, affare da 50 milioni:
tra strategie di marketing e silenzio politico

IL COMMENTO - I negozi si moltiplicano grazie anche alla furbizia di chi pubblicizza i prodotti. Ora si punta alla cura dello stress di cani e gatti. La Corte di cassazione produce sentenze contrastanti mentre M5S, Pd e centrodestra non prendono posizione sull'argomento. Anche nel decreto sicurezza non si dice nulla in materia. Intanto i ragazzi dubitano che assumere marijuana faccia male e al festival di Sanremo si dà spazio ad una canzone che inneggia all'ecstasy
martedì 12 Febbraio 2019 - Ore 17:50 - caricamento letture
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L’avvocato Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito *

Non è facile districarsi nel ginepraio della cannabis cosiddetta “light”, caratterizzato sino ad oggi da una serie di sequestri, chiusure amministrative dei punti vendita, ricorsi, pronunzie difformi persino della Corte di cassazione, talune riguardanti anche le operazioni effettuate dalla Questura di Macerata, che, prima in Italia, si è meritevolmente mossa in questo campo minato contro interessi economici enormi e a tutela soprattutto degli adolescenti e dei ragazzi più giovani, mostrando coraggio, intuito investigativo e la volontà di non piegarsi ai veri poteri forti che oggi comandano nel nostro Paese. Alcune cose – a prescindere dalle problematiche giuridiche esaminate successivamente – tuttavia appaiono chiare e indiscutibili già in prima battuta.

Il questore Antonio Pignataro, con il capo della Squadra mobile Maria Raffaella Abbate dopo la chiusura di una tabaccheria di Civitanova

La prima. Il fiorire dei negozi che, con il brand trionfante della fogliolina verde, commercializzano in maniera ammiccante e spesso in franchising la cannabis light (sotto forma di semi di canapa, filtri per tisane, bevande energetiche, profumazioni, cosmetici, il tutto ufficialmente a basso dosaggio del principio attivo denominato Thc) riduce nei giovani, se non annulla del tutto, la percezione del rischio nell’uso della cannabis in genere, intesa come sostanza drogante, nell’ambito di un disegno più vasto, sostenuto da fortissimi appetiti economici, di normalizzazione e legalizzazione della stessa cannabis ad uso ricreativo, palesemente perseguito in tutti i modi da anni in Italia.

La cannabis light, infatti, non è solo un affare dalle proporzioni enormi in sé e per sé (e già solo questo dato spiega bene le scritte ingiuriose e minacciose contro il questore Pignataro apparse in diverse località della nostra regione). Basti pensare che il fatturato annuo ipotizzabile di questi negozi dovrebbe superare i 50/60 milioni di euro, tanto che nell’arco di pochi mesi hanno aperto i battenti in Italia quasi 700 punti vendita, esercizi che peraltro richiedono un investimento iniziale abbastanza impegnativo, sui ventimila euro, cifra non certo alla portata di tutti e tale quindi da far ipotizzare un più che probabile interessamento alla vicenda della criminalità organizzata.

Chiusura della tabaccheria di Civitanova

La cannabis light è anche però un tassello rilevante di una furba strategia di marketing commerciale per far ritenere normale ciò che normale non è, un disegno evidente volto ad incentivare, in prospettiva della voluta legalizzazione, il consumo della cannabis in quanto tale. In questa ansia di normalizzazione si è arrivati persino, senza paura del ridicolo, a pubblicizzare di recente la cannabis terapeutica per cani e gatti che soffrono di stress da abbandono. Una strategia di spinta all’uso delle canne che funziona ed è quindi altamente pericolosa. Non a caso, andando con le altre associazioni di volontariato nelle scuole a fare prevenzione, e quindi parlando contro tutte le droghe in circolazione, cannabis compresa, ci sentiamo regolarmente chiedere, con il tono furbetto e di sufficienza dei ragazzini che pensano di saperla lunga, anche se in realtà non sanno nemmeno di cosa parlano: “Ma quanto la fate complicata: se la cannabis fa così male, come mai da un po’ di tempo qui in Italia ne è stata legalizzata la vendita?”

La seconda considerazione riguarda la scarsa attenzione che la classe politica e la magistratura hanno dato alla vicenda, e in particolare al parere espresso nell’aprile 2018 dal Consiglio Superiore di Sanità (il massimo organo di consulenza scientifica del Ministro della Salute), che sulla questione, per quanto di sua competenza, si è così espresso: “…la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa in cui viene indicata in etichetta la presenza di cannabis o cannabis light, non può essere esclusa”, e pertanto la vendita di tali prodotti “pone certamente motivo di preoccupazione”, al punto che si “raccomanda che siano attuate, nell’interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione, misure atte a non consentire la libera vendita dei suddetti prodotti”.

Un prodotto cannabis light

Invero, nonostante queste parole scientificamente ineccepibili e così chiare, il ministro della Salute Giulia Grillo, medico ed esponente dei 5 Stelle, è rimasta sul punto in religioso silenzio e in totale inerzia, senza fare nulla per bloccare questo boom di negozi di cannabis light, sebbene lo stesso fondatore del movimento Beppe Grillo, dopo anni di sconcertanti bufale pseudoscientifiche diffuse ai quattro venti, abbia di recente e solennemente sottoscritto l’auspicio che “la scienza sia riconosciuta come valore universale dell’umanità, che non può essere distorto a fini politici” (per poi – in verità – dimenticarsene subito, arrivando, seguito a gran velocità da un disegno di legge presentato dal senatore 5 Stelle Matteo Montero, a rilanciare addirittura l’esigenza di legalizzare in toto la cannabis ricreativa in totale contrasto con le valutazioni scientifiche dello stesso Consiglio Superiore di Sanità ed anche del Dipartimento Nazionale Antidroga, che da anni e senza incertezze ritengono la cannabis attualmente in circolazione semplicemente devastante per il sistema cerebrale degli adolescenti, i maggiori consumatori di questa sostanza).

Se sulla vicenda cannabis light delude profondamente l’atteggiamento dei pentastellati, che dire del Pd, che di recente ha svolto a Civitanova un preoccupato convegno sulla sempre maggiore diffusione della droga tra i giovani senza pronunziare la benchè minima parola critica e autocritica sul disastro creato dai negozi, spuntati come funghi, che vendono impunemente la cannabis cosiddetta legale? Ma lo sanno nel Pd che la cannabis pseudolegale sgonfia di fatto ogni argomentazione rivolta ai ragazzi contro la cannabis oggi venduta nelle piazze fisiche e virtuali di spaccio, e che da sempre la cannabis svolge funzione di sostanza apripista verso altre sostanze, come la cocaina, l’eroina, le decine di droghe sintetiche da sballo?

Parte della merce che era stata sequestrata durante la prima operazione a Macerata

Eppure qualcosa sul punto il Pd avrebbe dovuta dirla, se non altro perché è proprio ad un esponente del governo Gentiloni, tale Andrea Olivero, proveniente dall’associazionismo cattolico, che si deve la famosa circolare 22 maggio 2018 sulla cui base è stata poi ritenuta legittima la commercializzazione dei prodotti derivati dalla cannabis light. Tale circolare di Olivero, allora vice ministro delle politiche agricole e forestali, riguardante ufficialmente la legge 2 dicembre 2016 n. 242 (disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa), è infatti il perno della fase esponenziale di crescita del grande business della cannabis impropriamente definita legale, frutto avvelenato dell’ultimissimo periodo di vita del governo Gentiloni, all’epoca già dimissionario e rimasto in carica sino al 1° giugno 2018 in teoria solo per il disbrigo degli affari correnti.

A dire il vero, e per completezza, bisogna aggiungere che, almeno sino ad oggi, nemmeno sul versante del centrodestra si sono colti segnali tali da indicare una volontà di intervenire nel settore della cannabis cosiddetta light, a difesa del quale è già scattato sui media, come da prassi collaudata, il ricatto occupazionale a proposito dei dipendenti dei negozi che rischierebbero il posto se gli esercizi fossero costretti a chiudere. Nel decreto sicurezza, fortemente voluto dalla Lega e di recente approvato, non si dice nulla infatti in materia, così come peraltro – aggiungo facendo una piccola digressione dal tema specifico qui trattato – mancano del tutto, benchè più volte promesse, norme tese a disinnescare l’attuale agghiacciante impunità sostanziale dello spaccio minuto, anche se reiterato più volte.

Intanto, mentre la politica si sta sostanzialmente disinteressando della questione, la Cassazione in sede cautelare penale continua ad emettere, anche a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, provvedimenti del tutto contraddittori sulla questione della produzione e commercializzazione dei prodotti finali della pianta di cannabis, e quindi sui negozi di cannabis light. Due orientamenti di carattere opposto si stanno ferocemente contrapponendo tra gli “ermellini” della Cassazione. Il primo, assolutamente condivisibile per chi scrive, poggia sulla considerazione che, in base alle leggi vigenti, la coltivazione di sostanze stupefacenti è illecita a prescindere dalla concentrazione di principio attivo (il Thc nella cosidetta cannabis light), sicchè la legge n. 242/2016 sulla coltivazione e sulla gestione della filiera agroindustriale della canapa, e tanto meno la circolare dell’ineffabile vice ministro Olivero, non possono sopravanzare tale divieto normativo, per cui chiunque commerci derivati dalla cannabis, in qualunque percentuale sia presente il Thc, commette un reato ed è penalmente perseguibile. Altre pronunzie (che, in particolare, hanno colpito i sequestri eseguiti dalla Questura di Macerata), invece, ritengono che proprio la legge n. 242/2016, interpretata alla luce della famigerata circolare di cui sopra, consentirebbe la coltivazione e quindi anche la commercializzazione dalla cannabis, purchè il principio attivo rimanga sotto la soglia dello 0,6%.

Insomma, la Suprema Corte di Cassazione, che una volta era uno dei pochi punti fermi nell’interpretazione delle leggi, nell’arco di pochi mesi ha manifestato sulla questione un’oscillazione paurosa, tanto che si aspetta a breve, per trovare una difficile sintesi ed una composizione del clamoroso contrasto attuale, una pronunzia delle Sezioni unite, la sezione più autorevole della stessa Corte, chiamata a pronunciarsi su questioni di particolare importanza decise in maniera disomogenea dalle altre sezioni. Nell’attesa, seguitiamo tranquillamente a farci prendere in giro da chi commercializza cannabis light per profumare gli ambienti e, giacché ci siamo, beviamoci pure una tisana alla cannabis mentre osserviamo, felici e contenti, i filmati sul festival di Sanremo dove quest’anno si è dato tranquillamente spazio ad una canzone che di fatto inneggia all’ecstasy.

* Presidente dell’associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”



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