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Linda Cappa, due anni dopo:
dallo zabaione per i soccorritori
alle nevi della Val D’Aosta

LA STORIA - La 21enne si racconta a 24 mesi di distanza da quando era il punto di riferimento nell'emergenza dopo il terremoto. Ora sta ultimando il corso per diventare istruttrice di snowboard ma il suo futuro è a Ussita. «Sono stata fuori un anno e quando sono ritornata ho trovato tutto come l’avevo lasciato. È ora di uscire dalla nostra zona di comfort. Dopo il clamore mediatico avevo ricevuto tante proposte: da entrare nelle forze dell’ordine o nei vigili del fuoco alla carriera politica. Ma mi sono innamorata della neve. Vorrei insegnare qui e riportare la cultura della montagna»
lunedì 29 ottobre 2018 - Ore 16:55 - caricamento letture
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Linda Cappa, 21 anni, nella rimessa tra gli oggetti salvati dalla sua casa

 

di Federica Nardi

Linda Cappa, 21 anni, Due anni fa era la “numero uno di Ussita”. Scappata dopo il sisma dall’abitazione inagibile nella frazione di Vallestretta senza nemmeno la cinta per tenersi i pantaloni, ogni giorno preparava lo zabaione per le squadre di soccorso. Una storia raccontata da Cronache Maceratesi e diventata simbolo di una reazione straordinaria della popolazione colpita dal sisma. Il terremoto non è stato solo perdita per lei: la neve del 2017 le ha fatto riscoprire la passione per lo sport e nell’ultimo anno Linda ha studiato in Val D’Aosta per diventare istruttrice. Oggi è tornata a Ussita. Nella sua “Narnia”, una rimessa dove ha portato quello che è riuscita a recuperare dalla vecchia casa, chiude un cerchio durato 24 mesi e guarda al futuro con molte domande e perplessità ma anche con la grinta di sempre: «Ora con il terremoto dobbiamo per forza cambiare. Se non cambi non campi. Ci dobbiamo svegliare per bene e una volta per tutte. E’ ora di uscire dalla zona di comfort. Bisogna unirsi e smetterla di darsi addosso l’uno contro l’altro. Succedono cose assurde, tante e gravi ma stanno tutti zitti. E finché tutti staranno zitti non cambierà mai niente».

Linda Cappa, nel novembre del 2016

Due anni fa di questi tempi era nel pieno dell’emergenza, in prima linea per dare una mano. Che cosa è successo dopo?

«Mi sono piano piano tirata fuori da questa specie di “sottoruolo” che avevo perché all’inizio non ho pensato a niente. Ho fatto quello che mi sentivo di fare e poi quando si è sistemata, tra grandissime virgolette, la situazione, trovando un po’ di pace ho avuto paura. All’inizio non pensavo più di tanto a quello che avrei fatto. Facevo solo quello che serviva, sopravvivenza. Le squadre di soccorso cambiavano ogni settimana io invece ero qui sempre per cui ero un po’ un punto di riferimento per tutti».

Si era occupata anche di donazioni?

«Il nostro Comune in quei momenti, poco prima delle dimissioni del sindaco (Marco Rinaldi, ndr), non era molto aperto alle donazioni. La gente veniva e mi diceva che il Comune non accettava le donazioni. E quindi ci siamo subito dati da fare perché se si trattava di donazioni specifiche magari si cercava di girarle alle categorie che avevano bisogno (allevatori, veterinari e così via). Ma per progetti ampi che fai? Allora c’è stato da organizzare le cose per bene. Hanno costituito la Pro loco nel 2017».

Lei ne fa parte?

«Non sono entrata nel direttivo. Stavo per partire e per fare una cosa del genere devi essere qui. Ma qualsiasi cosa mi chiedi di fare faccio. Questi giorni andremo a consegnare le zucche ai bambini vestite da streghe. Mi piace, qualsiasi cosa serva».

Torniamo al 2016. Passata l’adrenalina dell’emergenza si è posto il problema di cosa fare?

«Sì. Ci sono state tantissime offerte. Tante persone mi hanno detto che sono stata stupida a non cavalcare l’onda. Mi avevano fatto tante proposte: da fare carriera nei militari, vigili del fuoco, protezione civile. “Fai la carriera politica, fai il sindaco”, mi dicevano. Ma sindaco di cosa? Io riconosco le mie capacità ma riconosco anche i miei limiti. E io e la politica siamo due cose completamente opposte. Forse sbaglio perché un po’ servirebbe ma riconosco che non sarei in grado di mettermi in politica né in un esercizio militare con un’inquadratura molto rigida. Regole molto strette. E io sono tutto tranne che quello».

Linda Cappa con le tavole da snowboard

Lei è mai tornata nella sua casa di Vallestretta?

«Svariate volte. All’inizio ti scordi tutto quello che ti serve veramente. La prima cosa che ho tirato fuori sono state le tavole da snowboard. Sono tornata in piazza alla tenda e mi sono accorta che avevo preso le tavole e i libri ma non le mutande».

Quando ha deciso di andare fuori da Ussita?

«E’ successo che quell’inverno del terremoto ha fatto veramente tanta neve e gli impianti ovviamente erano chiusi. Noi che eravamo rimasti qui, con altri ragazzi che sciano, vedevamo tutta questa neve e la tentazione era fortissima. Quindi una sera ho preso gli sci di mio zio, e con le pelli di foca sono andata su in notturna. Ero da sola, c’era la luna piena. Ho fatto questa discesa e non ho più lasciato la neve. Mi sono innamorata di nuovo. Io ho fatto agonismo cinque anni fa in Veneto: snowboard alpinismo e cross. Questa è dei campionati italiani, sono arrivata seconda (mostra una medaglia poggiata sul tavolino, ndr). Quando facevo agonismo andavo bene. Poi ho smesso, ma il pensiero era rimasto. Ho fatto altre cose dopo. Mi sono diplomata perché all’inizio avevo anche smesso di andare a scuola. Ho fatto due anni in uno a Tolentino, quarto e quinto, nel camper. Mi sono diplomata con 80. Durante il terremoto venivano le professoresse a portarmi i libri, a interrogarmi qui a Ussita. Poi ho deciso di prendere il camper e fare gli ultimi due mesi a Tolentino. Fatto il diploma ho cercato i bandi per le selezioni maestri di snowboard e ho partecipato a quello in Val D’Aosta. Sono tornata ad allenarmi dal mio ex allenatore dopo quattro anni che non usavo più la tavola. Sono passata alle selezioni: unica donna».

E quindi è partita…

«Sì. Mia sorella mi aveva portato in auto fino in Veneto. Era febbraio 2017. E poi dal Veneto alla Val D’Aosta per le selezioni. Passarle mi ha reso felicissima. Una soddisfazione dopo tutti quegli anni di gare. Avevo e ho voglia di trasmettere la mia esperienza. Ora tanti mi chiedono se tornerò qui a insegnare dopo le prove pratiche. Penso di sì. Anche senza impianti si può fare tutto. Anzi forse viene anche meglio perché serve recuperare un po’ di cultura della montagna che qui non c’è per niente. Mi piacerebbe riportarla a partire dalle scuole, dai bambini piccoli. Ma anche i miei coetanei non sanno quello che hanno intorno. Se chiedi: “che montagna è quella?” Non lo sanno. Il monte Bove non sanno cos’è, non ci sono mai stati. Mentre a me la montagna ha aiutato tantissimo prima e dopo il terremoto. La montagna è il mio unico credo, insieme alla natura».

In che senso la montagna l’ha aiutata? 

«Quando vai in montagna sei solo tu. Ti insegna ad andare avanti da sola, a superare delle cose che ti trovi davanti, le difficoltà con tutte le intemperie. Ti aiuta in senso pratico. Situazione, problema, risoluzione del problema e vai avanti. E’ l’unica cosa che puoi fare quando ti trovi in mezzo alla montagna da solo. La vetta sta lì, la guardi, devi arrivarci. In quei momenti provi delle sensazioni che solo lì puoi provare perché in una semplicissima ascesa di una montagna, quando parti non sai tante cose. Puoi sapere dagli altri che ci sono stati ma quando vai poi sei tu e basta. La soddisfazione è tua, punto. Sei arrivato lì per le tue forze, nessuno ti ha aiutato e quindi ti insegna tanto. Poi quando fai sport ancora di più. Perché hai aspettative da mantenere o da raggiungere. Sia lo sport che la natura sono due cose fondamentali nella crescita di qualsiasi persona. Se hai quelle basi affronti tutto in maniera diversa. E’ quello che è successo a me durante il terremoto. Per me quello che ho fatto è stato normale: c’è bisogno di qualcosa e si fa».

Quando tornerà in pianta stabile a Ussita?

«Le prove pratiche mi impegneranno ancora per un po’ di tempo. Ma voglio tornare, non so se subito perché il patentino europeo mi permetterebbe di fare un po’ di esperienze anche all’estero. L’idea è di portare poi qui un po’ di questa cultura della montagna. Noi qui abbiamo questo, anche a livello culturale e ambientale. Ma se non sappiamo quello che abbiamo non possiamo nemmeno valorizzarlo. Ho lavorato in Trentino, Veneto, Val D’Aosta: sono realtà diverse ma là se c’è un sasso lo recintano e la gente fa la fila per andarlo a vedere. E noi qua abbiamo delle meraviglie che nessuno conosce. Quando fuori dico che sono delle Marche tutti quanti mi dicono che bella regione. Ma qui vogliono andare tutti via: il bello è che alla fine restano».

Il fatto che lei è stata fuori un anno, le ha permesso di osservare più lucidamente quello che accadeva qui nel frattempo?

«Sì perché ho seguito quello che succedeva dall’esterno. Durante l’emergenza a Ussita facevo a meno di leggere o guardare. Mi dicevano: “ti ho visto in un articolo”. E io nemmeno lo sapevo. Venivano a farmi interviste, ma non ci pensavo neanche ad andare a riguardarmi, tanta era la frenesia in quel momento. Invece quando stavo fuori erano gli altri a trovarmi su internet e me ne sono resa conto dopo. Seguivo anche i ritardi, solo incavolature. Ad aprile mi ha chiamato nonna per dirmi che dopo una scossa erano venuti giù i mobili di alcune soluzioni abitative d’emergenza. Casette fatte apposta… e tu devi rischiare di rimanere sotto i mobili della cucina dopo essere scampato al terremoto? Fa ridere per non piangere. E poi tutto il resto. Una barzelletta sembra. Dopo tutto quello che le persone hanno passato devono ancora ripartire ogni volta. Non riesco ad esempio a mettermi nei panni di chi è dovuto uscire dalle casette a Visso, riandare al mare, rifare su e giù (a Visso 50 sae sono state evacuate per lavori dovuti a infiltrazioni dei rivestimenti interni, ndr). Rifai le valigie, porta via i mobili che avevi recuperato da casa. Una cosa assurda. Purtroppo non ci rendiamo conto di tutto quello che stiamo penando. Vai avanti e vai avanti. Forse se ci incavolavamo di più all’inizio…».

Dopo due anni si aspettava questa situazione?

«No. La prima reazione quando sono tornata a Ussita è stata: “oddio”. E’ stato brutto perché non è cambiato niente. Meno giro di persone di quando sono andata via. Qui quando non ci sono gli operai qualche domanda te la fai: perché non ci sono? Perché non lavorano?».

Qual è la cosa che l’ha delusa di più?

«Già solo il fatto che qui a Ussita ancora non c’è un piano regolatore ti fa cadere le braccia. Perché anche le persone che hanno la possibilità avendo un terreno non possono costruirsi casa. Alla fine la casa è la tua dignità. Il posto in cui torni la sera. Le soluzioni abitative d’emergenza non sono comunque casa tua. E tutti i soldi spesi per quelle casette potevano essere spesi molto meglio. Anche perché ammesso che le sae reggano prima o poi dovranno essere smantellate. Quindi che investimento è? Aveva senso se fosse successo nell’immediato. Ma le hanno consegnate veramente dopo troppo tempo».

La sua famiglia è in affitto?

«Sì, a Frontignano. Mio padre a Visso invece ha la sae e infatti ha detto: “se mi succede una cosa del genere, che devo andarmene per la muffa, io qui lascio tutto e me ne vado”. E lui è un montanaro doc. Però ha detto “basta, è l’ultima goccia”. Questa cosa per me è assurda. Ma stanno ancora tutti zitti. Succedono cose assurde, tante e gravi ma stanno tutti zitti. E finché tutti staranno zitti non cambierà mai niente. Purtroppo poi nel frattempo è successa la disgrazia a Genova. Ma lì subito decreti su decreti perché ci sono tantissimi interessi. Da noi quali sono gli interessi? Torniamo sempre lì. Se non creiamo interesse non c’è. E non possiamo metterci le mani in tasca. O te ne vai o se rimani qui fai qualcosa».

Una vista del monte Bove dalla strada che collega Ussita a Macereto

Lei perché rimane?

«Io resto perché vorrei che questa popolazione si rendesse conto delle potenzialità che ha il territorio. Che non sono legate solo agli impianti. Il turismo non viene da solo, ce lo devi portare. Se non creiamo interesse è inutile. Invece qui da noi quando parli di turismo quasi storcono la bocca. E’ difficile cambiare la mentalità quindi bisogna cominciare dalle nuove generazioni ma anche con l’apporto degli altri. Perché tanti giovani qui non si stanno dando da fare, però si lamentano. Mi fa arrabbiare».

Può dipendere dal trauma del sisma?

«E’ un’attitudine peggiorata a causa del terremoto ma prima era uguale. Mentalità da zona di comfort: lavori stagionali, disoccupazione, hai casa. Non vuoi niente di più. “Visso caput mundi”. Mentre adesso qualcuno è uscito da qui e magari qualcosa cambia. Prima del terremoto non era tutto rose e fiori. Il turismo era delle seconde case ma neanche. Era già molto diminuito rispetto al giro degli anni ’80 e ’90. Ora con il terremoto dobbiamo per forza cambiare. Se non cambi non campi. Ci dobbiamo svegliare per bene e una volta per tutte. Anche se dopo due anni non lo so se il cambiamento è avvenuto. La cosa più brutta è che le persone che qui hanno voglia di fare vengono prese di mira e dopo diventa pesante. Io stessa ho detto sempre: non mi interessano le chiacchiere. Ma tu ti impegni per far succedere qualcosa e ti arrivano chiacchiere brutte da persone nella tua stessa situazione. Perché dobbiamo darci contro l’uno con l’altro? Questo si vede con gli allevatori, con i commercianti. Ma anche prima era così solo che adesso veramente mi chiedo perché. Non è meglio darci una mano?»

Qual è la speranza?

«La speranza è che la gente esca dall’orto di casa sua. Perché magari vedi qualcos’altro. Anche perché non è detto che l’orto del vicino ti tolga qualcosa. Magari ha qualcosa in più e ti dà una mano e il giorno dopo succede il contrario. Però la situazione è questa. Poche persone hanno la mia stessa mentalità ma spesso ti demoralizzi perché la gente non ti capisce e inoltre ti danno contro. Quando ti impegni e tutti ti danno contro ci sono momenti in cui pensi: lascio perdere. Ma alla fine torni. Vado qua e vado là ma sto sempre qua».



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