Siamo nell’epoca dei “migranti”
ma spesso li si chiama “briganti”

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - Un pensiero sulla questione accoglienza a Macerata
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di Giancarlo Liuti

Questa domenica è l’ultimo giorno di settembre, che se ne va portandosi dietro l’estate con tanti saluti agli ombrelloni e alle sdraio in riva al mare. Una vera disdetta, per me. Il settembre che amo, infatti, sta a Porto Recanati ed ha un’ampia spiaggia in discesa che invita a percorrerla di corsa per tuffarsi nell’acqua tiepida dell’Adriatico. Ed è impossibile, tornati nel consuetudinario e un po’ sonnolento “tran tran” di Macerata, non averne rimpianto. Ma non è stato sempre così. Adesso molte cose sono cambiate e in un passato non tanto lontano accadeva il contrario, cioè che a settembre non si partiva dal mare ma, invece, ci si recava. In una sua lirica sui pastori, ad esempio, Gabriele D’Annunzio diceva: “Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare. Ah, perché non son io co’ miei pastori?”.

Ma fermiamoci sulle parole “emigrare” ed “emigranti” – o, più brevemente, “migranti” – che indicano chi abbandona il proprio paese per stabilirsi in luoghi con un maggior benessere. La qual cosa appartiene a un passato non lontano da noi e ogni tanto fa capolino pure nel nostro presente e lo migliora. Un fenomeno, questo, da non disprezzare, ma bisogna stare attenti alle sue dimensioni, che quando son troppo grandi diventano esse stesse un grave problema anche in fatto di sicurezza sociale. Basti considerare che per l’arrivo e lo stabilirsi da noi di sempre più numerosi “migranti” – gli africani, per esempio – stiamo vivacemente protestando contro questa che chiamiamo “invasione” e che snatura, peggiorandolo, il nostro modo di vivere.

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Ultima domenica di settembre in spiaggia (foto scattata oggi da Federico De Marco a Civitanova)

Sarà pur vero, intendiamoci, che “ogni mondo è paese e ogni paese è il mondo” – io ne sono convinto , come sono convinto che gli esseri umani siano più o meno tutti uguali – ma per giungere a una universale condivisione di questa certezza temo che ci vorranno ancora anni e forse guerre, stragi , campi di concentramento, deportazioni di massa. E questo è il futuro, vale a dire il domani. Ma “del doman non v’è certezza”, diceva sei secoli fa il fiorentino Lorenzo il Magnifico per aiutarci a vivere in “letizia” il nostro presente senza aver paura di un domani che non conosciamo. Ma adesso, per via di questa benedetta modernità (ogni mondo è paese e ogni paese è il mondo), accade che quasi interi popoli, ad esempio gli africani, vengono in Italia dopo avere attraversato il Mediterraneo a bordo di stracolmi barconi. E noi, che cominciamo a non poterne più, siamo tentati di abbandonarci a reazioni violente e talvolta perfino sanguinose.

Resta, comunque, il moltiplicarsi per cento o per mille dei “migranti”, i quali, creando a noi italiani – e pure a noi maceratesi – non facili problemi di accoglienza e convivenza, non sono amatissimi, tanto che oltre ad alcune strategie di pensiero politico (si pensi ai cosiddetti “salviniani”) una non trascurabile parte della nostra “gente comune” non li considera “migranti” ma addirittura “briganti”. E chi s’azzarda a dire che pure loro sono esseri umani non convince nessuno. Ottuso egoismo? Forse, ma ognuno, oggigiorno, ha da badare ai fatti propri, che non sono né pochi né semplici, e i casi di un autentico altruismo che forse ci aprirebbero – purtroppo da morti – le porte di un immaginario paradiso si contano sulle dita di una sola mano.



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