Lecturae Dantis:
“Nella bolgia degli ipocriti”
CIVITANOVA - Ripartito il ciclo di incontri a cura dell’Associazione Dantesca
di Walter Cortella
Con l’arrivo del nuovo anno, l’Associazione Dantesca di Civitanova ha ripreso la sua attività di divulgazione della Divina Commedia mediante letture pubbliche e nei giorni scorsi ha proposto, nei locali della Scuola «Anita Garibaldi» di via U. Bassi, il XXIII Canto dell’Inferno. Alla presenza di un ristretto gruppo di fedelissimi che ha preferito Dante al Festival di Sanremo e alla sfida calcistica tra Fiorentina e Juventus, si potrebbe dire davvero pochi ma buoni, il presidente Francesco Sagripanti, dopo il saluto del prof. Bartolini, ha introdotto il contenuto del Canto e lo ha fatto alla sua maniera, con linguaggio chiaro e accessibile a tutti, ricco di interessanti spunti di riflessioni e di azzeccate note esplicative. Con la sua invidiabile capacità espositiva avvince i presenti che rimangono letteralmente ammaliati. I versi danteschi, le similitudini, le figure retoriche e i numerosi riferimenti storici sembrano non avere più segreti, il tutto si dipana con assoluta chiarezza e l’ascoltatore, anche quello che non ha grande dimestichezza con la Divina Commedia, può cogliere appieno il contenuto del Canto di volta in volta proposto e la perfezione della costruzione poetica di Dante.
Il percorso delle letture, iniziato ormai molto tempo fa, ci ha portato questa volta nella sesta bolgia dell’ottava bolgia dell’Inferno, dove incontriamo gli ipocriti, individui che in vita seppero ingannare abilmente il prossimo mostrando la loro splendida figura esteriore e nel contempo celare i loro reconditi intenti reali. Per la dura e inflessibile legge del contrappasso essi sono condannati per l’eternità a trascinare stancamente i loro corpi gravati da pesantissime cappe di piombo, rivestite all’esterno da un’abbacinante e ingannevole lamina d’oro. Il pesante fardello, che li rende simili nell’aspetto ai monaci di Cluny, li costringe a procedere con lentezza. Dante nota due figure nel folto gruppo dei dannati e, rivolto ad essi, li interroga sulle loro origini. Sono Catalano e Loderingo, entrambi appartenenti all’Ordine militare e ospedaliero dei Frati Gaudenti, sorto a Bologna per garantire la pace tra le fazioni cittadine. Furono chiamati a Firenze nel 1266 in veste di amministratori e pacieri, ma assolsero molto male il loro compito e furono scacciati in malo modo dalla città. E Dante ben conosceva questa loro vicenda. Più in là, un’altra figura attira l’attenzione del Poeta: si tratta di Caifa, sommo sacerdote ebreo di Gerusalemme, appartenente alla dinastia dei Sadducei, e capo del sinedrio. Fu lui che con atteggiamento ipocrita fece giustiziare Gesù, convincendo i Farisei che era preferibile sacrificare quel fastidioso predicatore ed evitare, così, grossi guai al popolo. Caifa è crocifisso in terra, con le membra immobilizzate da paletti. Accanto a lui c’è il suocero Anna, reo di aver fatto parte anch’egli di quel Consiglio che recò tanti danni ai Giudei. La loro pena è durissima: come essi calpestarono i diritti altrui, adesso sono condannati ad essere calpestati dalla massa dei viandanti.
Il commentatore ha evidenziato con chiarezza lo stile prettamente comico che caratterizza il Canto degli ipocriti, esaltato dalle indiscusse capacità registiche di Dante. Ricollegandosi alla «coda» del Canto precedente, cita la favola della rana e del topolino scritta da Esopo, la cui morale ben si addice al modus operandi degli ipocriti: chi agisce con cattive intenzioni, rimane vittima della sua stessa malizia. Ci mostra Virgilio che, vistosi inseguito dai demoni Malebranche, fatti oggetto di scherno nel Canto precedente, non esita a lasciarsi scivolare supino lungo il pendio roccioso che delimita la bolgia, stringendosi Dante al petto. I demoni inseguitori, impossibilitati dalla Divina Provvidenza a valicare i confini della bolgia loro assegnata, restano esterrefatti. Sublime la similitudine di Virgilio con «la madre ch’al romore è desta/ e vede presso a sé le fiamme accese,/ che prende il figlio e fugge e non s’arresta/avendo più di lui che di sé cura…»
Il Canto si conclude in un’atmosfera vagamente comica. Virgilio rimane vittima di un tiro mancino dei diavoli: non c’è alcun ponte per passare alla bolgia successiva e il caustico Catalano si prende gioco della sua ingenuità: «Io udi’ già dire a Bologna/ del diavolo vizi assai, tra quali udi’/ ch’elli è bugiardo e padre di menzogna». Insomma, Dante ci fa conoscere un Virgilio che non ti aspetti, abituati a vederlo sempre così compunto, ieratico. Conclusa l’avvincente esposizione del Canto, Francesco Sagripanti ha lasciato il microfono a Tonino Sterpi, attore di lunga esperienza e molto apprezzato, rientrato a Civitanova per l’occasione. Ha declamato, con la sua voce sicura e dal timbro caldo e profondo che conosciamo da tempo, i 148 versi danteschi. Una bella serata culturale di alto livello, nel rispetto della tradizione dell’Associazione, da anni impegnata nella divulgazione dell’opera dantesca.
(Foto di M. Solipaca)


