I 25 anni dello “specchio’
di Josef Svoboda

ESCLUSIVO - Claudio Orazi pubblica ‘Lo sguardo riflesso’“: "Il libro è’ una grande dedica d’amore alla mia città e all’amatissimo Sferisterio” dice l’autore da New York e che a maggio presenterà l’opera nel capoluogo. Quella cena, nel marzo ’92 a Parigi con il grande coreografo boemo ed Henning Brockhaus, da cui cominciò tutto

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La Traviata degli specchi (foto Tabocchini)

 

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Maurizio Verdenelli

 

di Maurizio Verdenelli

Lo Sferisterio vive (perlomeno) di tre miti nella sua vicenda ‘moderna’: la ‘Boheme’ di Ken Russell, la ‘sferica’ scenografia di Turandot by Hugo De Ana, e, sopratutto, da un quarto di secolo esatto (dal marzo 1992 ad oggi) lo ‘specchio’ di Svoboda che ha fatto la storia stessa del melodramma. “Eravamo a cena, a Parigi. Ad un certo punto, per chiarirmi definitivamente l’idea geniale che aveva avuto, lui prese il tovagliolo e lo fece riflettere dall’acciaio del coltello piegato su questo. ‘Ecco…vede’ mi disse ‘la lama è lo specchio, il tovagliolo il palco, il tutto dello Sferisterio”. Parole di Claudio Orazi a chi scrive in una sera d’estate. Parole che finirono in un’intervista in prima pagina sul ‘Messaggero’, che avevano qualche anno prima ospitato il ‘dopoteatro’ tutto tuoni e fulmini, della ‘Boheme’ morta per overdose nella visionarietà del regista inglese. La potenza diffusionale del quarto quotidiano italiano contribuì a lanciare 25 anni fa ‘Lo sguardo riflesso’ di Svoboda a Macerata, che ora è il titolo del libro (Zecchini editore, 116 pagine, prezzo: 30 euro) scritto da Claudio con un contributo del critico Enrico Girardi. La pubblicazione, che s’avvale della fotogallery del maceratese Alfredo Tabocchini, ha pure un sottotitolo, eloquente: ‘nuovi segni per il teatro d’opera all’aperto’. Sferisterio ed Arena di Verona rappresentano infatti, anche in questo libro, un connubio inscindibile nella storia lirica italiana ed internazionale ed è suggestivo che due marchigiani: Carlo Perucci prima, Orazi ne siano stati soprintendenti.

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La campana sommersa (foto di Priamo Tolu da sito Teatro lirico di Cagliari)

 

Orazi in questi giorni a New York alla guida del teatro lirico di Cagliari, è alla vigilia della ‘prima’ de ‘La campana sommersa’ di Ottorino Respighi che va in scena oggi al N.Y. City Opera, e dalla Grande Mela, in questa intervista esclusiva, riserva “a Macerata, la mia città che mi ha offerto un’opportunità immensa; all’amatisismo Sferisterio e agli amici maceratesi” la grande dedica del libro. “Preparato mentalmente da tanto tempo, ma senza avere il tempo necessario per il confezionamento. Con Alfredo la scelta è stata certosina fra migliaia di foto, tutte belle e significative. Con l’editore abbiamo voluto un formato ‘quadrotto’, maneggevole, da libro d’arte. Un grazie a Girardi, critico ed amico, che ha letto in vent’anni di mio lavoro ‘una coerenza stilistica ed estetica’ che andava raccontata”, dice Claudio.

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Claudio Orazi durante una visita alla redazione di Cronache Maceratesi

Quale linea hai scelto per raccontare? 

“Quella del servo di scena, che sceglie per margine per osservare meglio. Ho annotato ricordi, appunti, spunti nei pochi momenti liberi ed ho preferito uno stile scorrevole, piano. Il libro è uscito prima di questa trasferta negli usa da cui il teatro di Cagliari si attende molto. Gli americani erano venuti ad assistere alla prima de ‘La campana sommersa’ con cui abbiamo inaugurato il teatro un anno fa. Insieme abbiamo messo in piedi un progetto ambizioso: una trilogia che comprende oltre all’opera di Respighi che ottenne 57 ‘chiamate finali’ a NY nel 1928, anche ‘La fanciulla del West’, il 23 aprile a Charlotte nel N.Caroline (rappresentata negli States nel 1910) e l’Ape musicale di Da Ponte, in scena nel 1830. IL prossimo anno saremo poi in Russia”.

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Claudio Orazi allo Sferisterio

A Macerata?

“Torno pochissimo, ma il mio cuore è sempre nella mia città dove vivono mia madre e mio fratello, soprattutto in questi mesi drammatici. Mia madre ha dovuto lasciare la casa, dichiarata inagibile. Comunque tornerò a Macerata, a maggio, proprio per presentare ‘Lo sguardo riflesso’. A Cagliari mi trovo benissimo, e frequenti sono i viaggi a Milano dove studiano due mie figlie”.

Ma torniamo allo ‘specchio’. Nel libro, Claudio Orazi ricorda: “Quando nel 1992 sono invitato a dirigere la stagione lirica allo Sferisterio, accolgo con favore l’opportunità, anche se devo intervenire su un cartellone già varato… Muovo da un’idea principale: demuseificare il teatro d’opera e favorire la formazione di un nuovo pubblico”. L’incontro con Josef Svoboda, “l’unico artefice possibile di quella rivoluzione dell’innovazione” è a Parigi, nel marzo del 1992. “Insieme con Henning Brockaus e il sostegno amichevole di Giorgio Strehler, gli reco l’invito a lavorare allo Sferisterio di cui gli mostro le immagini. Sotto i suoi occhi apparve uno spazio mai conosciuto e di inusitata bellezza”.

orazi-e1490890189834-397x400“Non parla molto il Maestro mentre studia piante e confronta misure: ogni tanto richiede informazioni tecniche, per il resto segue il filo del suo pensiero. Più tardi siamo insieme a cena per parlare della ‘Traviata’ con cui MacerataOpera avrebbe inaugurato la stagione. ‘La Traviata all’aperto –sostiene Svoboda- non si può fare; è opera dal tratto intimista, non si può fare”. Gli spiego che si tratta di un titolo che ho trovato già programmato ed insisto su come lo Sferisterio abbia bisogno del suo lavoro. Silenzio. Scambio qualche parola con Henning. Il Maestro è assorto e guarda dritto avanti a sé. Stiamo ormai per alzarci quando ci interrompe: “Forse un modo potrebbe esserci: abbiamo bisogno di una lama di luce, una lama di luce nel vuoto, come una apparizione”. Libera il tavolo dai piatti che ha di fronte, prende un coltello…”. “L’indomani mattina in hotel mi ha già consegnato alcuni schizzi del progetto abbozzato nella notte. Dopo qualche giorno giunge a Macerata per un sopralluogo. Chiede di essere lasciato solo in teatro dove cammina per ore…”. “E’ in piedi, con le mani allacciate dietro la schiena, la testa in avanti, lo sguardo verso il muro, e oltre. Tutti lo ricordiamo così”.

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L’auditorium dell’Accademia di Belle Arti intitolato a Svoboda

Josef Svoboda ha dato il suo nome all’auditorium dell’Accademia di Belle Arti e ad un premio che ogni anno segnala con quell’ambito riconoscimento i Grandi italiani nell’arte. Ed eccolo tra gli studenti. “Quando le mani tornano a protendersi in avanti, sono sul tavolo dell’Accademia di Belle Arti di Macerata”. “L’emozione per gli studenti è grande, così come è grande la mostra antologica che il Comune di Macerata gli dedica a Palazzo Buonaccorsi. Cominciano le prove della ‘Traviata’ e la lama di luce si materializza in oltre 250 metri quadri di specchio leggerissimo, montato su una struttura lignea costruita dai macchinisti del teatro”.

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Josef Svoboda allo Sferisterio

“Quando lo spettacolo va in scena è un trionfo di pubblico e un unanime consenso di critica, la quale conferisce a Josef Svoboda il Premio Abbiati”.“Seguiranno ‘La sonnambula’, ‘Rigoletto’, ‘Lucia di Lammermoor’ fino ad Attila nel 1996. Un sodalizio creativo che imprime una svolta fondamentale nella vicenda artistica dello Sferisterio, lo rende una ‘Officina delle meraviglie’”. “Un’esperienza che il coreografo richiamerà spesso in occasione di conferenze e seminari tenuti fino agli ultimi anni di vita ed in ogni parte del mondo”.
Josef Svoboda è morto 15 anni fa, a Praga, l’8 aprile 2002. Era nato a Caslav il 10 maggio 1920.


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