Aperitivo orientale,
dalla Turandot al sushi
MACERATA - Secondo appuntamento con gli approfondimenti sulle opere della stagione 2017. Il musicologo Cristiano Veroli ha svelato al pubblico i numerosi segreti del capolavoro pucciniano

Il secondo degli Aperitivi culturali d’inverno agli Antichi Forni

Cristiano Veroli
di Maria Stefania Gelsomini
(foto di Lucrezia Benfatto)
“Alba a Occidente” si apre non a caso con una sigla che è tutto un programma: Occidentali’s karma di Francesco Gabbani, hit vincitrice dell’ultimo festival di Sanremo. Come a dire: all’Oriente immaginato da Verdi e Puccini (che non andarono mai l’uno in Egitto, l’altro in Cina o in Giappone), si sovrappone l’Oriente percepito dagli occidentali degli anni Duemila. Nel pomeriggio di ieri, agli Antichi Forni, secondo appuntamento con gli Aperitivi culturali d’inverno con Cristiano Veroli, che tra ossimori, enigmi e ascolti di brani d’opera ha svelato al pubblico i numerosi segreti di Turandot, capolavoro pucciniano che andrà in scena nella prossima stagione lirica dello Sferisterio. Appuntamento che sarà visibile sul nuovo canale Youtube di Sferisterio Cultura dove saranno presto disponibili tutti gli incontri. Partendo dalla genesi musicale dell’opera, Veroli ha saputo guidare i presenti dentro le varie influenze che l’hanno attraversata e formata. Ad esempio paragonando l’inizio di Turandot alla Sagra della Primavera di Stravinskij, una musica in linea con le avanguardie dell’epoca, fino al suicidio di Butterfly e al tema di Iago dell’Otello. Ma il motivo di Turandot è il più feroce di tutti, è il suono dell’Oriente barbarico. La Pechino evocata da Puccini è notturna e sanguinolenta, e la Cina ancestrale e spietata è il personaggio protagonista del primo atto, come luogo geografico e spirituale ma anche come rappresentazione di un popolo.
Dall’analisi del linguaggio decadente e dannunziano usato per descrivere la luna (pallida, esangue, squallida), all’apparizione di Turandot bellissima e avvolta in una sfera d’inviolabilità in un perfetto mix fra sensualità e fatalità da Mille e una notte, alla figura umile ed eroica di Liù, l’esatto opposto di Turandot, introdotta da un’alchimia di suoni mai tentata prima, Veroli ha ripercorso i passaggi fondamentali del melodramma pucciniano. Speranza, sangue e Turandot. Sono queste le soluzioni ai tre enigmi che la principessa di ghiaccio propone ai pretendenti che sfidano la sorte per poterla avere in sposa e finiscono regolarmente decapitati. Un rito sanguinario che ha origini lontane: vendicare lo stupro e la morte di un’ava millennaria il cui spirito si è incarnato in lei. Ma lo straniero Calaf lancia la sfida e risolve i tre enigmi, in una scena carica di tensione musicale e di silenzi, proponendo addirittura a Turandot un contro-enigma: se indovinerà il suo nome prima dell’alba, egli morirà. Ma la profezia di Liù prima di uccidersi è “l’amerai anche tu” e infatti, davanti a tutta Pechino, Turandot dichiara che il suo nome è amore: il disgelo, anticipato da un bacio, è finalmente avvenuto. Il quarto enigma dell’opera è quello del finale, lasciato incompiuto da Puccini e completato da Franco Alfano sui suoi appunti. Perché incompiuto, per la morte del maestro? Sembrano esserci piuttosto altre spiegazioni. Come la grave crisi creativa che lo investì negli ultimi mesi di vita.
Puccini andò oltre la fiaba originale settecentesca di Gozzi e la rielaborazione successiva di Schiller, immaginando un finale che avrebbe dovuto esaltare la passione amorosa di Turandot con un urlo d’amore che avesse l’effetto di un’esplosione. Ma l’opera, strada facendo, andò nella direzione opposta e l’ispirazione si impantanò: nel febbraio 1924 era arrivata al punto in cui si interruppe, e fino a novembre, mese in cui Puccini morì, il maestro non riuscì a scrivere un finale convincente. Anzi, fu un calvario: “penso che non verrà mai a fine” affermò il compositore, che si sentiva triste, depresso e sfiduciato. “Turandot mi fa paura, non credo che la finirò… ne ho abbastanza della musica… ci annienta”. Perché la Turandot di Puccini, anziché umanizzarsi, strada facendo perde completamente la sua umanità. Nei primi due atti è disumana e assurda: nel primo è un fantasma muto e inaccessibile, nel secondo canta il suo odio per gli uomini cercando vendetta per l’ava stuprata e assassinata. Puccini scopre con Turandot per la prima volta una dimensione poetica nuova, al punto che tutto ciò che aveva composto prima gli sembrava al confronto una “burletta”. Il meccanismo musicale e drammatico perfetto fino alla morte di Liù si inceppa. L’opera innovativa, novecentesca, dai colori violenti prossimi alla pittura contemporanea dei Fauves, vive nel riflesso del personaggio spettrale della terribile principessa, che ha una vocalità nuovissima, spezzata, ampia e appassionata sì ma livida, rude e vetrosa. Perciò, scivolare nel romanticismo per Turandot era impossibile, e Puccini non trovò la melodia giusta per sciogliere la principessa glaciale. Il momento più alto è l’aria “In questa reggia”, in cui le parole di Turandot dicono una cosa e la melodia ne dice un’altra: è il contrasto fra gelo e fuoco, la voce orgogliosa che nasconde il bisogno d’amore.

Cinzia Maroni, curatrice degli Aperitivi Culturali
“Gli enigmi sono tre, la morte è una”, canta Turandot. “Gli enigmi sono tre, una è la vita” le risponde Calaf, e il loro canto all’unisono è come il primo rapporto carnale, un crudele rito primitivo di iniziazione al sesso consumato attraverso la musica. Così Liù e Turandot risultano i due lati opposti di un unico essere femminile inappagato dal punto di vista sentimentale e sessuale. Perché l’opera, in realtà, era finita con la morte di Liù. L’ultimo fatale viaggio in Oriente, che doveva essere il viaggio verso la bellezza, la felicità dei sensi com’era stato in Butterfly, diventa per Puccini una sorta di distruzione di se stesso. È il mal d’Oriente, un lentissimo luogo dell’oblio di se stessi che però pone anche di fronte alla natura umana violenta e barbarica. Il rosso, il viola, il nero, l’acciaio di questo Oriente non potevano ammettere il bianco e il rosa di un finale romantico. Per il romanticismo non poteva esserci scampo, perciò la Turandot rimase incompiuta. L’alba a Occidente che aspettava Puccini non sarebbe mai sorta. E a proposito di scampi, il viaggio (gastronomico) in Oriente è andato molto meglio al pubblico che al povero Puccini: dopo la conferenza, un assaggio di sushi per tutti, molto apprezzato nonostante l’evidente confusione fra bacchette e forchette. Questo cibo simbolo della cucina giapponese risulta ancora enigmatico ai più, proprio come Turandot.
