Le parole che raccontano le Marche:
inaugurata la mostra “Nominare”
all’Abbadia di Fiastra
TOLENTINO - Da "Lu contadì" a "Lu fattò": taglio del nastro per l'esposizione promossa dalla Fondazione Giustiniani Bandini e curata dall’associazione De Do Si. Un viaggio tra dialetto, illustrazioni e memoria per riscoprire l’identità del territorio

Il taglio del nastro per la mostra “NOMIANRE” all’Abbadia di Fiastra
di Alessandro Vallese
“Lu contadì”, “Lu pantalò”, “Lu fattò” e “la vergara”. Parole ed espressioni che raccontano un mondo, quello delle campagne marchigiane, e che ancora oggi custodiscono storie, tradizioni e modi di vivere. È da qui che parte «Nominare – Ecologia della cultura. Prendersi cura delle parole, dei luoghi e della memoria», la mostra inaugurata questa mattina all’Abbadia di Fiastra, nei locali dell’ex Ospizio dei Pellegrini.

La mostra “NOMINARE” all’Abbadia di Fiastra
L’esposizione, promossa dalla Fondazione Giustiniani Bandini e curata da De Do Si Associazione culturale Aps, nata dall’idea delle maceratesi Cristiana Cestola e Romina Mitillo, resterà aperta fino al 6 gennaio 2027. L’obiettivo è riscoprire il legame tra parole, luoghi e identità, dando spazio alla memoria delle comunità attraverso illustrazioni, fotografia e linguaggio.

La mostra si inserisce nel progetto MarcheLove / WhatYouSay, dedicato al rapporto tra linguaggio, territorio e identità delle Marche. Con “Nominare” lo sguardo si concentra sull’Abbadia di Fiastra e sulle parole con cui, nel corso delle generazioni, le persone hanno abitato e raccontato questi luoghi. L’iniziativa gode del patrocinio della Regione Marche e dei Comuni di Tolentino e Urbisaglia, con il sostegno di Unicoop Marche e The Way.

A guidare i visitatori sono le illustrazioni di Cristiana Cestola, maestra incisoria laureata all’Accademia di Belle Arti di Urbino. I personaggi rappresentati raccontano ruoli e valori di una società contadina che, attraverso il dialetto, continua a parlare anche al presente.

Le illustrazioni originali di Cristiana Cestola
C’è “Lu contadì”, il signore dei campi, simbolo di famiglia, sacrificio e pazienza. C’è “Lu pantalò”, il nobile di campagna, accostato alla figura del Ceo nel linguaggio imprenditoriale, simbolo di potere e autorità. E poi “Lu fattò”, colui che gestisce le attività agricole quotidiane, una sorta di team leader che organizza il lavoro, fino alla “Vergara”, che più che un titolo rappresenta uno stile di vita.

Il percorso si sofferma anche sulla lingua “masticata”: il latino delle liturgie e delle pergamene monastiche che, passando attraverso le bocche dei contadini, non è andato perduto, ma è stato trasformato e riportato alla terra e alla vita quotidiana.
Un altro termine al centro della mostra è la “Fadiga”, definita «the work side of the Marche». Nelle espressioni dialettali, lavorare troppo significa “fadiga”, “sgobbà”, “tribbulà”: parole pronunciate «con orgoglio, sarcasmo e una strana forma d’amore». Non soltanto un modo per lamentarsi della fatica, ma una vera e propria «semiotica contadina, filosofia zappata, poetica del fare».

Anche il nome dell’associazione che cura la mostra racconta qualcosa di questa identità. «De do si», letteralmente «da dove vieni», è molto più di una semplice domanda: è «un modo diretto, quasi informale, per iniziare una conversazione e stabilire una connessione con l’interlocutore».

All’inaugurazione erano presenti il presidente della Fondazione Giustiniani Bandini Paolo Tacconi, il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi e la sottosegretaria alla Presidenza della Giunta regionale delle Marche Silvia Luconi.

Il vescovo Nazzareno Marconi e il sottosegretario regionale Silvia Luconi visitano la mostra “NOMINARE” accompagnati dalla curatrice Cristiana Cestola
Monsignor Marconi ha raccontato di aver apprezzato il percorso espositivo, soffermandosi sul valore delle parole nella tradizione biblica. «Mi sono divertito un sacco a fare il giro della mostra, dedicata al valore delle parole», ha detto. «Nella Bibbia la vita è legata al respiro. La parola si forma con il respiro. Per questo nella concezione biblica la parola è importante, perché impastata di respiro, di vita. Una parola cattiva trasmette una vita cattiva. Una buona trasmette vita buona».

Il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi e il sottosegretario alla presidenza della giunta regionale delle Marche Silvia Luconi
Il vescovo ha poi richiamato la figura del contadino, un tempo guardata con diffidenza e oggi riscoperta come portatrice di valori: «“Lu contadì”, quando arrivavi in paese, era come dire extracomunitario. Oggi invece è una figura da cui molti potrebbero imparare. La rivincita di un mondo che non deve essere dimenticato, ma rivalutato».
Il valore della tradizione come chiave per comprendere la società di oggi è stato al centro anche dell’intervento di Silvia Luconi. «Per capire dove siamo oggi è giusto capire da dove siamo partiti. Conoscere la tradizione è la base per conoscere la moderna società civile», ha affermato la sottosegretaria regionale, ricordando gli insegnamenti che arrivano dal mondo agricolo.

«Dal mondo dell’agricoltura arrivano insegnamenti che ci trasmettono un senso di pace. Dal “Contadì” si capisce l’importanza di avere pazienza, costanza, seminare bene per raccogliere bene. Tanti insegnamenti positivi».
Luconi ha poi sottolineato il ruolo delle associazioni nel mantenere vivo il legame con le radici: «La politica è un’attività sociale e spero che non perda mai di vista questo aspetto. La politica vive di parole, ma quando sono circostanziate con fatti concreti la politica vince. Se ci sono associazioni che ci aiutano in questo è importante».
A raccontare come è nata la mostra sono state le due curatrici, Cristiana Cestola e Romina Mitillo. L’associazione De Do Si, presieduta da Cestola, è nata proprio con l’intento di preservare le comunità e i territori attraverso la parola, organizzando mostre, eventi e attività partecipative. «Nominare è in onore dell’atto di parlare», ha spiegato Cestola, ricordando anche il sottotitolo nascosto del progetto, «mintuare», legato all’espressione dialettale «come te se mintua». Dare un nome, in questo senso, significa anche far riaffiorare un ricordo.

Cristiana Cestola e Romina Mitillo dell’associazione “De Do Si”
Mitillo ha raccontato il lavoro che ha portato alla realizzazione dell’esposizione, nata dal confronto tra due generazioni. «È stato uno sforzo enorme. Siamo un incontro generazionale tra due generazioni diverse che vogliono confrontarsi».
All’origine del progetto c’è anche una riflessione sul rapporto dei giovani con la propria identità marchigiana. «“Oddio, m’ha riconosciuto”. Era una situazione che andava approfondita: perché tendiamo sempre a sminuirci?». Da qui l’idea di riportare al centro le radici comuni, superando le distinzioni tra chi vive in città e chi in campagna. «Volevamo ricordare che siamo tutti contadì, senza nessun problema: se sei di campagna o di città, sei sempre contadì». Una provocazione che, secondo le curatrici, ha suscitato reazioni diverse tra le generazioni: «I giovani sono felicissimi, gli adulti un po’ meno».
Nel percorso che ha portato alla realizzazione del progetto, un ruolo importante è stato svolto anche da Matt Co Working, indicato dalle curatrici come l’incubatore che ha permesso loro di credere nell’iniziativa.
Il presidente della Fondazione Giustiniani Bandini Paolo Tacconi ha infine ribadito la volontà di sostenere un progetto legato alla memoria e alle tradizioni: «Dal nome si evince la volontà di portare avanti la tradizione. Siamo felici di promuovere questa iniziativa».

Il presidente della Fondazione Giustiniani Bandini Paolo Tacconi
Dopo il consueto taglio del nastro, la mostra ha aperto le porte ai visitatori. Il percorso tra illustrazione, fotografia e linguaggio sarà visitabile all’ex Ospizio dei Pellegrini dell’Abbadia di Fiastra fino al 6 gennaio 2027.