Vince pure sul terremoto
il Vino Cotto di Loro Piceno

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - Una lunga storia anche giuridica e poetica che rasserena la vita e fa venire il buonumore

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di Giancarlo Liuti

Sul finire dell’anno scorso i gravi danni sismici subiti da Castelsantangelo sul Nera m’indussero, come augurio di una sua pronta riscossa, a porre in risalto l’eccellenza di questo centro montano nella produzione degli insaccati e gli attribuii il titolo di “Capitale del Ciauscolo”, un salame-salsiccia di cui può andare gastronomicamente orgoglioso l’intero Maceratese per l’invitante sapore e la maestria degli artigiani che lo ricavano da carni suine selezionate con cura.
E siccome il mangiare si sposa col bere, stavolta parlo di un altro luogo e di un’altra cosa. Il luogo è Loro Piceno, un centro di 2.400 abitanti situato fra Macerata e San Ginesio, risalente a quando Roma non era ancora nata e dotato di un intatto centro storico d’impronta settecentesca. La cosa, invece, è il “Vino Cotto”, una specialità della quale i “loresi” possono vantarsi di essere la “capitale” ben oltre i confini nazionali. Anche Loro Piceno, benché meno duramente di Castelsantangelo, è stato colpito dal terremoto e si ricorderà la campana di vari quintali che precipitò, sfondandolo, sul tetto del municipio. Bilancio: parecchie case temporaneamente inagibili e circa duecentocinquanta persone evacuate. E oggi? C’è ripresa, grazie alla proverbiale tenacia della gente del nostro entroterra. E buone carte da giocare sono, da sempre, la tessitura e la pelletteria. Una ripresa nella quale, come il “ciauscolo” per Castelsantangelo, un ruolo non secondario spetta, ecco il punto, al “Vino Cotto”.
sagra_vino_cotto_Loro_Piceno-33-450x337Cos’è mai questo vino? Oltre ad essere molto antiche – pressappoco due secoli prima di Cristo – le sue origini sono legate al modesto stile di vita dei contadini, che non si potevano concedere gli agi dei loro padroni e anche nel nutrirsi praticavano un’estrema semplicità. Non deve sorprendere dunque che il vino cotto sia nato proprio da questo: derivando da vitigni non certo di prim’ordine era necessario, per eliminarne le asprezze, che ci si lavorasse sopra con santa pazienza mettendolo a bollire – cuocere – in caldaie di rame, schiumandolo e riducendone il volume di circa la metà, dopodiché, travasato in botte, lo si faceva fermentare. Ed ecco il “miracolo”. Com’è accaduto per altre cose, la naturale sobrietà della cosiddetta “civiltà contadina” produsse un “tesoro” . E il vino cotto lo è: alta gradazione alcolica, colore granata-rubino, profumo intenso e fruttato, corpo vigoroso, sapore gradevole, retrogusto persistente. Una creatura nata povera, quindi, ma destinata a divenir presto ricca.

La prima volta che sentii parlare di questo vino fu all’inizio degli anni sessanta, non in un’osteria ma nella Corte d’assise di Macerata per un processo il cui imputato, colpevole di un grave reato, era difeso dall’avvocato Domenico Valori, la cui arringa, nella sorpresa dei magistrati e della giuria popolare, fu una sorta di dotta lezione sul vino cotto di Loro Piceno ben precisando che il suo assistito, il giorno del reato, ne aveva bevuto due-tre bicchieri, senza ubriacarsene ma con un pur lieve ottundimento delle proprie facoltà d’intendere e di volere, la qual cosa meritava la concessione di un’attenuante. E l’indimenticabile “Mimì” Valori risultò a tal punto persuasivo che l’attenuante ci fu. Ora i miei lettori penseranno che io stia scherzando, ma ero presente e potrei giurare che le cose andarono proprio così. In quell’occasione, insomma, il “nettare” di Loro fece il suo ingresso anche nel diritto e nella procedura penale traendone un prestigio financo culturale.
Ma gli mancava un ulteriore prestigio, quello poetico, che ottenne più tardi coi versi dialettali di Giordano De Angelis sotto il titolo “Lo vì còtto de Loro”, versi nei quali l’acuto Giordano sottolinea in particolare la “forza virile” di tale bevanda: “Te fa sindì lo sangue che te rbòje /Più mejo de ‘lu gallu de la Checca’. / Ccuscì sarà condenda anghe tu’ moje, / perché, cò quello, non fai mai cilècca”.


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