I vaccini ai tempi di Leopardi,
Monaldo avrebbe detto sì

RECANATI - Un ritratto del padre del grande poeta che nel 1802 si fece inviare da Milano il siero per combattere il vaiolo usato sui suoi figli di pochi anni. Le sperimentazioni in molti campi dell'educazione ne dimostrano tutta la modernità

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Donatella Donati

 

di Donatella Donati

Le cronache contemporanee che riguardano la vita dei bambini sono piene di madri, sono loro che si interessano di tutti i momenti della loro vita, che suggeriscono, rimproverano, denunciano, parlano con presidi e insegnanti e fanno proposte. Sono loro che accompagnano i figli a scuola e vanno a riprenderli, sono loro in poche parole che si occupano della loro crescita e della loro educazione. Questo almeno per quanto riguarda le notizie che ci danno i mass-media quando ci sono rapporti con la scuola, interventi sanitari poco accorti e in casi estremi bastonature e violenze contro i più piccoli. Sembra che la famiglia che sta dietro al bambino sia rappresentata soprattutto dalla madre che tiene le fila dei rapporti, firma le denunce, telefona a dirigenti e maestre, consiglia come insegnare certe discipline eccetera eccetera.

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Monaldo Leopardi

In occasione del Natale vogliamo invece parlare dell’importanza della presenza dei padri, facendo riferimento al padre famoso di un bambino famoso, Monaldo Leopardi e il primogenito Giacomo e poi i suoi fratellini Carlo, Paolina, Luigi e Pierfrancesco. Anzitutto l’età molto giovane in cui divenne padre, ventidue anni, rende Monaldo gradevole ai suoi piccoli bambini che vedono in lui più un compagno che un precettore. In quella prima giovinezza Monaldo, giornalista lui stesso e affamato di notizie innovatrici, aveva tentato esperienze molto particolari. Oggi, soprattutto le madri, si rifiutano di far vaccinare i propri figli per prevenire malattie infettive un tempo molto comuni come la rosolia, la pertosse e naturalmente la paralisi infantile. Il rifiuto sembra dovuto alla presenza di qualche caso in cui la vaccinazione non è stata efficace ma bisogna rendersi conto che tutta la popolazione infantile ne ricava vantaggio perché gradatamente l’infezione scompare dal territorio delle malattie che la colpiscono. Monaldo nel 1802, dopo aver accuratamente interpellato amici scienziati, si fa mandare da Milano il vaccino di Edward Jenner contro il vaiolo quattro anni dopo la sua scoperta avvenuta nel 1798 osservando l’immunità dalla malattia degli allevatori che avevano a che fare con bovini che ne erano stati attaccati. L’antidoto dunque era un vaccino bovino che in pochi anni debellò la terribile malattia. Monaldo lo inocula ai suoi tre piccoli, Giacomo di quattro anni, Carlo di tre e Paolina di due e segue con trepida attenzione lo sviluppo di quella inoculazione. Ricordiamo che a quel tempo il vaiolo mortificava e sfigurava migliaia di visi umani e non se ne conosceva la terapia.

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(foto d’archivio)

Monaldo credette nella prevenzione. Dopo alcuni giorni di febbre molto alta, di cui egli parla nella sua Autobiografia, che il solo Giacomo ebbe in misura molto lieve, l’esperimento fu considerato riuscito anche dopo relazioni epistolari con scienziati milanesi. La vita nel giardino era un’altra delle sue offerte quotidiane ai figli che crescevano, i più grandi dei quali furono coinvolti in un’altra sperimentazione, quella dell’introduzione della coltivazione della patata nei terreni della famiglia Leopardi. Prima di estenderla ai campi più adatti per essa, Monaldo volle seguirne la crescita in una parte del suo giardino. L’aspetto piacevole del suo comportamento di padre era la grande fantasia con la quale organizzava a seconda dell’età dei figli piccole o lunghe recite che rievocavano episodi della vita contemporanea o del mondo antico. Quando Giacomo aveva cinque anni e il fratellino Carlo quattro scrisse per loro sotto forma di egloga una gustosa recita natalizia in cui come nelle egloghe classiche due personaggi si alternavano per commentare o raccontare episodi e personaggi della loro vita. Famosa l’egloga di Virgilio, in cui due pastori, Titiro e Melibeo, inneggiano ad Augusto e alla sua politica. Ne riportiamo alcune parti di una recitata da Giacomo e Carlo nel dicembre 1803.

Carlo:- A babbo nostro e a mamma felicità donate; a Nonna che va a Pesaro un buon viaggio date; ma non si faccia monaca e torni in santità.

Giacomo:- Pace, salute e bene Gesù date a zio Vito; date a zio Pietro ancora salute e appetito, ma questo non sia tanto, Gesù per carità.-

Carlo:- A zio Ernesto pure date contenti ognora; e fate che zio Ettore viva felice ancora.

Giacomo: -Il signor Don Giuseppe fate felice e santo; ma faccia poca scuola chè se la slunga tanto. Come successe a babbo anche a noi succederà.

Giacomo e Carlo:-Fate che viviamo sempre con pace e riso e fate che veniamo con voi su in paradiso.

Poche note finali su questo estratto breve di una lunga egloga. Anzitutto il tono allegro e scherzoso, poi il piacere di essere chiamato babbo in modo familiare e recanatese, ancora l’ironia nei confronti della severità della nonna e della noiosità delle lezioni di padre Torres a cui lui era stato sottoposto nella sua adolescenza e che non voleva fosse subito anche dai figli. Infine il tono sereno con cui conclude la preghiera finale senza nessuna traccia di quella ottusità che una certa critica che lo conosce poco gli ha sempre attribuito. Mi sembra invece che sia un buon esempio di padre, molto presente, molto sereno, un po’ ironico e soprattutto aperto alle novità e non pauroso di esse.


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