Duplice omicidio di Cingoli,
la ricostruzione del giallo
Lombardi disse: “Ho già ucciso”

INDAGINE - Dai fanali di un fuoristrada apparsi su di una collinetta che si affaccia su contrada San Faustino, al testimone minacciato dal bodyguard finito in manette questa mattina, al terzo indagato, al luogo del delitto scoperto grazie alle chiamate di una delle vittime che era ancora viva quando fu caricata in auto. Cinque anni di un'inchiesta complessa
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L'arresto di Alex Lombardi

L’arresto di Alex Lombardi

 

Da destra: il colonnello Stefano Di iulio, comandante provinciale dei carabinieri, il procuratore Giovanni Giorgio, il colonnello Leonardo Bertini, comandante del Reparto operativo

Da sinistra: il colonnello Stefano Di Iulio, comandante provinciale dei carabinieri, il procuratore Giovanni Giorgio, il colonnello Leonardo Bertini, comandante del Reparto operativo

 

di Gianluca Ginella

(foto di Lucrezia Benfatto)

Le luci di un misterioso fuoristrada si affacciano dal crinale di una collinetta e spezzano l’oscurità di una notte di fine maggio. I fanali cercano un punto dove le campagne coltivate nei dintorni di Cingoli lasciano spazio a tratti di vegetazione densa. Il fuoristrada resta fermo così per parecchio tempo: trenta, trentacinque minuti. Poi succede qualcosa nel mezzo della vegetazione, e chi è alla guida del fuoristrada fa manovra e si allontana. In un piccolo piazzale, in località San Faustino di Cingoli, si alzano delle fiamme. Chi ha visto il fuoristrada fermo nota quelle fiamme e chiama i vigili del fuoco. Su quel piazzale, in passato, chi faceva le rapine nella zona dell’Anconetano bruciava le auto utilizzate per i colpi. Anche quella notte a bruciare è un’auto. A bordo però ci sono due corpi. Si tratta di due giovani marocchini, entrambi di 30 anni, Hassan Abbouli e Youness Inani. Qualcuno, si scoprirà, li ha uccisi poco prima a colpi di pistola. E’ il 25 maggio del 2011. Quando la chiamata arriva ai vigili del fuoco sono le 23. E quanto accaduto in quella piazzola, quel rogo, quei corpi senza vita sarà battezzato il duplice omicidio di Cingoli. Uno dei più cruenti fatti di sangue avvenuti in provincia di Macerata negli ultimi anni. Ma qualcos’altro è successo solo sei giorni prima. Un rapinatore è entrato al bar di via Dell’Imbrecciata a Filottrano, non lontano da Cingoli, e ha gambizzato il titolare, Sauro Valentini, che morirà il 15 dicembre del 2011 a causa delle conseguenze delle ferite riportate. Fatti all’inizio scollegati, che sarà un’arma a collegare. Quella che alle 9 del 26 maggio 2011, poche ore dopo i delitti di San Faustino, Alex Lombardi, bodyguard 41enne che vive a Polverigi va a vendere a Chiaravalle, all’armeria Beni. Si tratta di una Walther calibro 9. Quella pistola era sulla scena di entrambi gli episodi di sangue. A distanza di quasi cinque anni i tasselli di questa intricata vicenda sono stati collegati grazie alle indagini svolte dal Nucleo investigativo del Reparto operativo di Macerata e dal Nucleo operativo di Macerata, coordinate dal procuratore Giovanni Giorgio e dal sostituto Stefania Ciccioli. Lombardi è finito in manette alle 6,30 di questa mattina. Altre due persone sono indagate, a vario titolo, per quei delitti (per loro non sono state disposte misure cautelari).

Alex Lombardi_Foto LB (6)LA CASA DEL GIUDICE E LE OSSA DELL’INDAGINE – «Georges Simenon nel romanzo La casa del giudice, dice che in ogni indagine ci sono sempre 2 o 3 fatti certi che sono la guida per le successive investigazioni. E in questa vicenda di fatti certi i carabinieri ne avevano raccolti sin da subito» ha spiegato il procuratore Giovanni Giorgio in seguito all’arresto di Lombardi (LEGGI L’ARTICOLO). Al bodyguard vengono contestati tutti e tre i delitti. Perché per la procura ci sono alcuni fatti certi in questa storia, le ossa dell’indagine. Il primo è proprio la pistola del bodyguard e un bossolo di quest’arma trovato nel bagagliaio, forse per sparare il colpo di grazia a una delle due vittime. Inoltre Lombardi, non solo era andato a vendere l’arma, ma poi, preoccupato, era andato a riprenderla all’armeria. E in una intercettazione diceva «Se la trovo sto a cavallo». Ma i carabinieri a quell’arma arrivano prima di lui.

 

Il procuratore Giovanni Giorgio

Il procuratore Giovanni Giorgio

L’AMICO DEL BODYGUARD – Lombardi è indagato per i delitti insieme a Marco Pesaresi, 35enne di Filottrano, che si trova in carcere ad Ascoli per altri fatti. Pesaresi per la procura avrebbe messo in contatto Lombardi con i marocchini, pur sapendo che il bodyguard aveva intenzione di rapinare un grosso quantitativo di hashish arrivato dalla Spagna e in possesso dei due magrebini. Inoltre avrebbe fatto il palo al bar di via Dell’Imbrecciata. Pesaresi nel corso degli anni è stato sentito più volte dai carabinieri. E le sue dichiarazioni sono un altro elemento chiave. Il 35enne aveva riferito che Lombardi gli disse: «Presentami i due marocchini, che gli voglio fare un cricco (una rapina, ndr)». E si sarebbe vantato con lui di aver fatto delle rapine di droga a pusher ai quali si sarebbe presentato in divisa. Pesaresi all’epoca viveva con Lombardi ad Appignano, appreso dai notiziari dei delitti, gli aveva detto: «Che cosa hai combinato?» e Lombardi gli avrebbe risposto «Fatti gli affari tuoi». Il bodyguard «avrebbe detto di aver sparato perché i due marocchini avevano reagito» ha detto il procuratore Giorgio. Che ha spiegato: «Pesaresi da Lombardi pretendeva una parte dello stupefacente rapinato. Dice di averlo visto entrare a casa con un sacco pieno di stupefacente. Lui ne voleva 20 chili. Altro fatto erano le dichiarazioni di Lomabrdi stesso. Il fatto di aver detto che la pistola era chiusa in un armadietto e che non l’aveva toccata. E il fatto che disse: “se avete trovato un bossolo in quell’auto è un complotto contro di me”. Negava inoltre di essere andato nella zona dei delitti il 25 maggio, fatto smentito dai tabulati» ha detto Giorgio. Inoltre aveva detto «di non aver usato il suo fuoristrada Pajero, perché diceva che le luci erano rotte – ha spiegato Giorgio –. I carabinieri controllarono e i fanali funzionavano». Il fuoristrada, stando alla ricostruzione della procura, era quello che un testimone aveva visto sul crinale puntare i fari in direzione di San Faustino, probabilmente per controllare se la Lancia Y con a bordo i due cadaveri prendeva fuoco.

Il colonnello Stefano Di Iulio

Il colonnello Stefano Di Iulio

IL LUOGO DEL DELITTO E LE CHIAMATE DI HASSAN – Ma le indagini dicono anche altro. Uno dei due marocchini, forse Hassan, quando è stato caricato in auto non era morto e aveva cercato di effettuare delle chiamate col cellulare. Forse voleva comporre il 112. Ma gli erano partite telefonate sono a numeri come 1, 11, e ad un amico di Senigallia, che aveva memorizzato, per le chiamate veloci, sotto il numero 1. Quelle chiamate sono però servite a ricostruire che il delitto sarebbe avvenuto, tra le 22 e le 23 del 25 maggio, in contrada Forano di Appignano, cioè nella casa dove Lombardi viveva con Pesaresi. Lì si sarebbe dato appuntamento con i due marocchini con la scusa di acquistare la droga, che in realtà Lombardi, sempre per l’accusa, voleva rapinare.

I TESTIMONI CHIAVE – La chiave dell’indagine sono però state le dichiarazioni di una persona che ha deciso di collaborare con la procura: «Abbiamo appreso che questo signore conosceva Lombardi perché coinvolto in attività di spaccio. Lombardi gli doveva dei soldi – ha spiegato il procuratore –. C’era stato un litigio e Lombardi gli aveva detto: “Guarda che ho già ucciso due persone e non ci perdo niente a farti fare la stessa fine”. In seguito, entrato in confidenza, Lombardi gli aveva detto di aver compiuto anche l’omicidio di Filottrano, con Pesaresi che faceva il palo. Lombardi disse che l’uomo si era opposto, che aveva preso un coltello e per questo lui aveva sparato. Il testimone ha riferito che altre persone avevano assistito a queste conversazioni, sono state sentite e hanno confermato le sue dichiarazioni».

Alex Lombardi_Foto LB (3)IL TERZO INDAGATO – Testimoni che hanno tirato in ballo anche una terza persona: Jonny Rizzo, 33 anni, di Chiaravalle, disoccupato, amico di Lombardi. «Rizzo avrebbe accompagnato Lombardi ad incontrare i due marocchini uccisi, e secondo noi avrebbe partecipato all’azione omicida – ha detto il procuratore –. Sono state due le pistole usate. Una di queste era una pistola artigianale». In base a quanto accertato e per il fatto che alcune delle ogive rinvenute nei cadaveri erano prive di rigature (che vengono lasciate da una normale pistola) i carabinieri ritengono sia stata usata una scacciacani. Omicidi compiuti per portare via 100 chili di hashish ai due marocchini. A Lombardi e Pesaresi vengono contestati tutti e tre gli omicidi (le indagini per Filottrano, comunque, secondo quanto disposto dal gip passerà alla procura di Ancona), mentre a Rizzo vengono contestati i delitti di Cingoli. Venerdì è stato fissato l’interrogatorio di Lombardi.

Il procuratore ha voluto ringraziare sia i carabinieri per l’impegno profuso nel corso di questi anni, che «la collega Stefania Ciccioli che ha saputo mettere in ordine l’enorme mole di elementi probatori». Un insieme di fattori, dalle testimonianze, alle intercettazioni telefoniche, ai rilievi sui telefoni, che uniti insieme, sullo stile dell’indagine del delitto di Pietro Sarchiè, hanno portato gli investigatori a far chiarezza su di una storia complessa, che si è consumata nel teatro di un luogo isolato, dove all’inizio l’unica probabile traccia lasciata dagli assassini erano quei fanali apparsi all’improvviso in cima ad una collina.

 



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