I love, Time is out, RataSmart
Macerata insidiata dall’inglese?

“Dillo in italiano”: l’appello nazionale di Anna Maria Testa. Cosa ne pensano due nostri maestri della scrittura: Lucia Tancredi e Flippo Davoli
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liuti giancarlodi Giancarlo Liuti

Sui muri di Macerata m’è capitato di leggere “I love you Samantha” e mi sono chiesto perché mai quel ragazzo ha scelto “I love you” invece di “Ti amo” e perché mai i genitori di quella ragazza l’hanno chiamata “Samantha” invece di Francesca, Giovanna o Luciana. Domanda sciocca, la mia, visto che l’uso della lingua inglese per indicare anche i moti del cuore si sta facendo largo soprattutto fra i giovani e visto che nella scelta dei nomi propri s’è da tempo diffuso un irresistibile fascino per quelli dei protagonisti americani delle “telenovele” (Samantha si chiamava l’eroina della serie “Vita da strega” che negli anni Settanta venne importata con grande successo dalla Rai).
Di recente la nota pubblicitaria Anna Maria Testa ha lanciato un appello -“Dillo in Italiano” – prontamente condiviso da Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, per far sì che la nostra lingua sia difesa almeno nelle istituzioni, il che non avviene se si pensa ad espressioni come “Jobs Act” invece di “Legge sul Lavoro” oppure “Open Cantieri” per annunciare l’avvio di opere pubbliche oppure “Be cool and joy the Navy” per invitare ad iscriversi all’Accademia navale di Livorno oppure, come carta d’identità della capitale, “Rome&You” invece del plurisecolare “S. P. Q. R.”.
Almeno a questi livelli, ripeto, perché la Testa si rende ben conto che nel suo campo – la pubblicità – l’impresa appare ormai impossibile (dopo aver detto che un materasso è frutto di un progetto esclusivamente italiano e di materie prime esclusivamente italiane, il fabbricante lo reclamizza col nome “Body Memory”, e un programma televisivo che prende le mosse dal vecchio “Dilettanti allo sbaraglio” si chiama “Italia’s got talent”, e una gara fra cuochi si chiama “Master Chef”). E in ogni occasione il nostro “A richiesta” è sostituito da “On demand”. E le esclamazioni di meraviglia “ohibò!”, “caspita!”, “ma guarda!” sono sostituite da “wow!,”, la cui pronuncia, “uàu!”, è un singulto di cane ingrugnito.

 

L'incendio nel minimarket di via Morbiducci (nel riquadro il cartello con la scritta "Immigrati go home")

L’incendio nel minimarket di via Morbiducci (nel riquadro il cartello con la scritta “Immigrati go home”)

Tuttavia, dice la Testa, cerchiamo di essere un po’ “patriottici” magari soltanto nelle sedi istituzionali, cioè nel governo, nel parlamento, nelle regioni, nei comuni, nei partiti. A Macerata, per esempio, un autorevole esponente politico che in campagna elettorale si opponeva alla giunta in carica e ne auspicava la sostituzione girava in città col cartello “Time is out” invece di “Tempo scaduto”. E per dire “andatevene a casa” sulla vetrina della sede del Pd fu affissa l’ammonizione “Go Home”. E un altro “Go Home”, stavolta razzista, ha coronato l’incendio doloso di un negozio di nigeriani in via Morbiducci (leggi l’articolo). E nella nuova giunta comunale si annunciano progetti definiti “RataSmart”, con l’aggiunta di riferimenti alle “StartUp”.

 

Lucia Tancredi

Lucia Tancredi

Anche di questo ho brevemente parlato con due “numeri uno” maceratesi, ma “numeri uno” lo sono ben oltre i confini cittadini , della lingua scritta: Lucia Tancredi nella narrativa e Filippo Davoli nella poesia. La produzione letteraria della Tancredi , che insegna italiano e latino al Liceo Scientifico, ha avuto le sue prove più significative nelle biografie romanzate sulla madre di Sant’Agostino e sulla moglie di Antonio Gramsci, un’opera che ha vinto il premio internazionale “Scrivere per amore” di Verona. E per accorgersi che lei scrive per amore è sufficiente immergersi nella purezza evocativa e sognante di uno stile che a volte sfiora la magìa. Del poeta Filippo Davoli , anche lui un autentico asso nell’uso dell’italiano, basterà dire che è stato fra i vincitori del “Premio Montale” con la lirica – non so se definirla così – “I contadini” (cito due splendidi endecasillabi da cui affiora un riferimento al dialetto: “Ostentano con garbo un italiano / che l’assedio dei simili tritura”), è stato fra i finalisti del premio nazionale “Dario Bellezza” e l’anno scorso ha vinto, con “Destini partecipati”, il premio nazionale “Città di Fabriano”. Che ne pensano, loro, dell’appello “Dillo in Italiano”? Siamo davvero invasi dall’Inglese?
Dice Lucia Tancredi: “Condivido l’iniziativa della Testa. La mia specola di osservazione, quella dell’insegnante, è più puntuale di altre e ne consegue un giudizio più apprensivo. Nei confronti dell’italiano dovremmo avere lo stesso riguardo che abbiamo per la Foresta Amazzonica. Ogni anno perdiamo foreste, sbocchi d’ossigeno, linfe vitali. Allo stesso modo perdiamo parole: quelle della bella prosa italiana, rotonde, perfettamente aderenti alle cose, piene di sfumature. Sta venendo meno la fiducia nella nostra lingua, nella sua versatilità, nel gioco infinito del suo vocabolario”.
Pregiudiziale ostilità verso l’Inglese? “Per carità – dice ancora la Tancredi – ma l’abuso di questa lingua è un atteggiamento di sudditanza, di autocommiserazione, di colonizzazione autoinflitta. Perché mai, venendo alla didattica, le circolari scolastiche parlano di ‘step’, di ‘mission’, di ‘location’? Per sentirsi al passo con gli standard internazionali e dimenticando che le migliori scuole del mondo usano il metodo italiano di Maria Montessori?”. Ma la difesa dell’italiano – insisto – non rischia di essere un ormai superato provincialismo? Al contrario, dice Lucia con un sorriso: “Viva questo sano ‘snobismo provinciale’ che mette a terra l’amica venuta da Milano in cerca di un ‘lounge bar’ e di un ‘happy hour’ ma poi se la gode qui da noi sorbendo un immarcescibile Martini con Salatini!”

Filippo Davoli

Filippo Davoli

Più problematico è Filippo Davoli, al quale chiedo se ritiene possibile non arrendersi alla crisi delle identità nazionali – quindi anche delle loro lingue – che caratterizza il mondo globalizzato e dunque al prevalere di quella lingua, anch’essa globalizzata, che è l’inglese. Pur non dissociandosi a priori dall’iniziativa della Testa, Davoli dice: “Il fenomeno della lingua non è mai circoscrivibile e dominabile. Ogni lingua viva subisce trasformazioni. Non solo l’Italiano, anche l’inglese, benché sia la lingua più propulsiva ma non la più parlata nel mondo. Non si tratta di arrendersi o di resistere: la lingua attiene alla nostra umanità e ne sancisce, per così dire, le trasformazioni. Ogni ‘purismo’ perde la sua battaglia. Del resto, se nel Trecento le avesse vinte, forse non avremmo avuto la Commedia di Dante. Voglio dire che bisogna stare attenti: è vero che subiamo una colonizzazione linguistica imposta soprattutto dalla violenza del mercato e dalla perversità della globalizzazione, ma altrettanto vero – la storia ce lo insegna – è che Roma impose sì la sua potenza alla Grecia ma nella cultura romana, alla fine, vinsero i valori dei greci”. Un’ultima domanda: “E tu, Filippo, hai mai usato parole straniere nei tuoi versi?” Risposta: “Un ‘That’s all’ in una poesia e un ‘C’est tout’ in un’altra, ma li ho sentiti con un velo d’ironia, qualcosa che spegnesse la tensione in maniere sardonica”.
E concludo con un po’ d’ironia anche da parte mia, ricordando ciò che a Macerata avveniva, e forse avviene ancora, nei circoli in cui si giocava alla roulette. Qual è l’espressione in francese del croupier allorché non c’è più tempo per le puntate e la pallina sta per girare? Eccola, testuale: “Les jeux sont faits, rien ne va plus”. Ebbene, il nostro casereccio croupier “dialettizzava” quell’espressione e la traduceva così: “Fatti li gé, riènde vapiù”. Applausi per lui, che nel suo piccolo si batteva a favore della lingua italiana o, meglio, maceratese.



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