L’amaro destino di Leopardi
dopo il bel film di Martone
Da “Giovane favoloso” a “Giovane dell’Isola dei famosi”. Entrato da “vip” nello “star system”, perfino la sua nascita e la sua morte son diventate dei “gialli” televisivi
Nella “Palinodia al Marchese Gino Capponi” Giacomo Leopardi aveva già messo in guardia contro gli insidiosi clamori della “giornaliera luce delle gazzette” ma non poteva certo immaginare ciò che sarebbe accaduto, proprio a lui come persona, dopo il gran successo del film “Il giovane favoloso”. Alcuni aspetti della sua esistenza che in passato erano stati sfiorati o accennati di sfuggita sono infatti divenuti oggetto di appassionanti “gialli” giornalistici e televisivi non solo sulla paternità dei suoi versi ma anche sulla sua morte e sulla sua nascita. Il fatto è che in seguito al film lui è diventato un “vip” dello “star system” e quando si assurge alla gloria dei giocatori di calcio, degli stilisti di moda e degli attori delle telenovele la “giornaliera luce delle gazzette” si moltiplica per mille. E dal “Giovane favoloso” si passa al “Giovane dell’Isola dei famosi”, in compagnia, magari, col pornostar Rocco Siffredi.
Quante sono le versioni più o meno autentiche dell’Infinito? Prima si aveva notizia di due, quella, ufficiale, che sta a Napoli e quella, un po’ ritoccata, che si trova a Visso. Poi ne saltò fuori una terza a Cingoli, anch’essa ulteriormente ritoccata, a proposito della quale sono in corso contrastanti perizie grafologiche e, pare, indagini della magistratura. Ma in questi giorni, sull’onda emotiva del film, s’è saputo di un quarto Infinito che sarebbe stato trovato a Recanati, e giù sospetti su eventuali interessi commerciali della sorella Paolina, abilissima nel contraffare la sua scrittura, o di altri componenti la famiglia. Malelingue? Intercettazioni telefoniche? Scoop da “Striscia la notizia”? Indiscrezioni su Facebook e su Twitter? Chissà. Intanto aspettiamoci un’altra versione, la quinta. E forse una sesta. Ah, l’infinita vicenda dell’Infinito!
E veniamo al “giallo” della morte. Non esiste certezza che le ossa di Giacomo giacciano nel Parco Vergiliano di Napoli, vicino alla tomba di Virgilio. Anzi, quando Giacomo si spense, il 14 giugno del 1837, la città era in preda a un’epidemia di colera, i funerali erano vietati e i cadaveri finivano nelle fosse comuni. Secondo quanto disse l’amico Antonio Ranieri, invece, la gelida anonimità di questo destino fu evitata e lui stesso riuscì a far seppellire il sommo poeta nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, dopodiché, nel Novecento, quei resti – solo due femori, un brandello di stoffa, il tacco di una scarpa – furono trasferiti nel Parco Vergiliano. Ma Ranieri è poco credibile e l’ipotesi della fossa comune appare la più ragionevole. Come esser sicuri, allora, che il Parco Vergiliano c’entra o non c’entra? Solo confrontando il Dna di quei due femori col Dna degli odierni discendenti di Giacomo. Cosa, questa, che fino a poco tempo fa appariva una sorta di profanazione ma che adesso, grazie – ripeto – all’onda emotiva del “Giovane favoloso”, sembra piacere pure in quel di Recanati. Ma quale sarebbe il vantaggio culturale e spirituale di scoprire che Giacomo non riposa accanto a Virgilio e di non poter più sostare davanti a questa pur immaginifica tomba pensando a lui e alla sua immortale grandezza? Nessuno. Ma viva il Dna! Viva l’infallibile assertore di verità che così tanto intriga la cronaca nera delle attuali “gazzette”, e si pensi all’assassinio della povera Yara Gambirasio!
Ma ci sono novità pure sulla nascita di Giacomo. Dov’è, insomma, che vide la luce? Come disse il padre Monaldo, nel palazzo Leopardi di Recanati, la sera del 29 giugno del 1798 e lì, giorni dopo, fu battezzato? Non è vero, si afferma a Montelupone. A Recanati, in quell’anno, divampavano violenze degli “insorgenti papalisti” contro l’occupazione napoleonica e Monaldo ritenne prudente emigrare temporaneamente in una casetta presso San Firmano nel comune di Montelupone, dove trovò rifugio con la moglie Adelaide che era incinta e stava per partorire. Lì nacque Giacomo, dunque. Che perciò non è recanatese ma monteluponese. Ecco un “giallo”che sempre sull’onda mediatica del film di Martone finirà, prima o poi, a “Chi l’ha visto?”, il popolare programma di Raitre. Ma qui c’è un errore di data, si replica da Recanati. Quei disordini, infatti, si verificarono nel 1799, e il trasferimento a San Firmano ci fu, ma Giacomo aveva già un anno. E Adelaide, allora, era incinta di chi? Di Carlo, il fratellino minore. Per cui è Carlo, semmai, ad essere nato a San Firmano.
A Montelupone, però, non si rassegnano e convinti di poter dimostrare che il “Giovane favoloso” è roba loro annunciano ricerche più approfondite nelle anagrafi catastali e parrocchiali del circondario, fino a Macerata. E questa non è cronaca nera ma cronaca politica. Anche nel 1798, insomma, c’erano gli imbrogli della burocrazia che adesso tanto c’indignano e riempiono i talk show? Non è quindi da escludere che il luogo di nascita di Giacomo piomberà nel programma di Michele Santoro e fra le grinfie di Marco Travaglio, per cui, alla fine, dovrà dimettersi qualche ministro.
Io non so in quale nuvola del Paradiso ( sì, il Paradiso non glielo può negare, a lui ateo, neanche il Padreterno!) si trovi oggi lo spirito di Giacomo. Il film di Mario Martone e l’interpretazione di Elio Germano gli sono molto piaciuti. Ma da lassù, riflettendo sulle conseguenze, suppongo che abbia cambiato parere. E son sicuro che adesso direbbe: “Sono nato, sono morto, ho scritto l’Infinito. Beh? Non è mica una colpa. E allora vi prego, lasciatemi in pace!”




Per definirlo “bel film” ci vuole molto coraggio
Perché, dio del male, hai tu posto nella vita qualche apparenza di piacere? L’amore? Per travagliarci col desiderio, col confronto degli altri e del tempo nostro passato ec.?
Io non so se tu ami le lodi o le bestemmie ec. Tua lode sarà il pianto, testimonio del nostro patire. Pianto da me per certo Tu non avrai: ben mille volte dal mio labbro il tuo nome maledetto sarà ec.
Ma io non mi rassegnerò ec.
Se mai grazia fu chiesta ad Arimane ec. concedimi ch’io non passi il 7° lustro. Io sono stato, vivendo, il tuo maggior predicatore ec. L’apostolo della tua religione. Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo de’ mali, la morte (non ti chiedo ricchezze ec. non amore, sola causa degna di vivere ec.). Non posso, non posso più della vita.