La droga e l’inferno in casa
Racconto choc di una madre

LA STORIA - La drammatica storia di una donna che da sola sta disperatamente cercando di salvare suo figlio: "E' arrivato a picchiarmi per ottenere i soldi della cocaina". Dagli spacciatori cacciati via di casa, alle denunce, al senso di solitudine e impotenza, alla decisione di trasferirsi a vivere in un'altra abitazione
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L'avvocato Giuseppe Bommarito

L’avvocato Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito *

Quando hai dentro casa l’inferno della droga, non sai dove sbattere la testa e non trovi alcun reale aiuto, quando sei costretto ad assistere impotente giorno dopo giorno al progressivo suicidio di un figlio, quando metti a rischio la tua incolumità e a volte la tua stessa vita per cercare di porre rimedio al rischio di morte che aleggia su un figlio, al suo inspiegabile bisogno di sopprimersi. Questo inferno in terra, e la disperazione che inevitabilmente fa da contorno a situazioni del genere, li racconta la signora Paola, residente in un piccolo comune del maceratese e da anni alle prese con il dramma del figlio Enrico (entrambi, ovviamente, sono nomi di fantasia), fiduciosa che il racconto della sua tragica vicenda possa almeno scuotere qualche coscienza. «Convivo purtroppo da diversi anni con il problema droga, di cui mio figlio Enrico fa uso: nel suo caso si tratta della cocaina. Avevo iniziato ad insospettirmi per delle continue richieste di denaro e per l’aggressività che manifestava quando glielo negavo, ma lui negava ostinatamente, poi una volta, circa cinque anni fa, l’ho sorpreso in casa mentre stava assumendo una striscia di cocaina».

Come ha reagito di fronte a questa conferma?

«Ho cercato di capire, ho pensato – facendomi mille sensi di colpa – a quanto avesse inciso nella serenità di mio figlio la separazione piuttosto traumatica tra me e il padre ed il successivo abbandono paterno. Ho riflettuto anche sulla angosciante frustrazione di Enrico dinanzi alla sua enorme difficoltà di inserirsi nel mondo del lavoro, nonostante una laurea che bene o male aveva conseguito. Ma soprattutto ho parlato con Enrico ed ho cercato di aiutarlo e di convincerlo ad iniziare un percorso di riabilitazione e di sostegno psicologico presso il Sert”.

cocaina

Cocaina

Con quali risultati?

«Purtroppo non buoni, anche perché Enrico sino ad oggi non ha mai voluto veramente smettere, non ha mai avuto la reale volontà di uscire dalla schiavitù della dipendenza. E così il problema si è trascinato per anni con alti e bassi, questi ultimi, intesi come ricadute, sempre più frequenti e caratterizzati da una crescente irascibilità di Enrico, da un’aggressività sempre meno controllata posta in essere anche nei miei confronti e da pesanti minacce urlate verso di me a fronte dei miei rifiuti di concedergli altro denaro, che io sapevo sarebbe servito solo per acquistare nuove dosi di cocaina. E’ stata una lotta durissima. Io non ho ceduto di un millimetro nonostante le urla e le minacce, sono giunta pure a nascondergli le chiavi dell’auto. Ma poi quelli sono venuti a casa».

Qualche spacciatore?

«Sì, proprio loro, queste persone infami che fanno i soldi sulla pelle di tanti ragazzi come mio figlio. Un pomeriggio, io stavo dormendo, ho sentito delle voci al piano di sotto, sono scesa silenziosamente e ho trovato due persone che avevano appena ceduto a mio figlio delle dosi di cocaina, facendogli credito o ripagandosi con qualche oggetto di valore prelevato in casa, come già in passato era sicuramente avvenuto in mia assenza. Mi sono messa ad urlare a tutta voce e allora sono andati via di corsa. Poi sono riuscita ad individuare il numero di cellulare di uno di loro e ho fatto denuncia alle forze dell’ordine, ma questo signore continua allegramente e tranquillamente a spacciare in città e quando mi vede mi sorride sfacciatamente».

Le forze dell’ordine hanno bisogno di prove per indagare una persona e metterla sotto processo, non basta un numero di cellulare…

«Io sarei stata disposta anche ad effettuare un riconoscimento e comunque quel cellulare poteva essere messo sotto controllo, ma sembra purtroppo che di questo problema alle autorità e alle istituzioni interessi poco o nulla, mentre il dramma sociale che si sviluppa intorno alla droga cresce sempre di più. Pensi che ho anche segnalato inutilmente un bar della mia città che è sempre strapieno di ragazzi fino a ora tarda, e fa tanti soldi con le slot machines, con l’alcol venduto ai minorenni e con la droga che viene fatta circolare liberamente, se non venduta dagli stessi titolari, come emerso proprio in questi giorni in altre località della nostra provincia».

Che è successo in seguito a lei e ad Enrico?

«C’è stato un periodo di maggiore tranquillità, mio figlio sembrava leggermente migliorato. Su indicazione del Sert Enrico aveva iniziato a frequentare una comunità semiresidenziale e io mi stavo un po’ rasserenando, ma poi il problema è riesploso, in maniera ancora più grave di prima, anche perché, nel caso di una tossicodipendenza ormai consolidata, una comunità semiresidenziale, che frequenti cioè solo per alcune ore durante il giorno per poi ritornare nel tuo ambiente, non può avere alcuna efficacia. Sono ben presto riprese le telefonate degli spacciatori, le richieste assillanti di soldi da parte di Enrico, le sue minacce di distruggere la casa e di uccidermi sul posto, gli insulti peggiori nei miei confronti. Un giorno mi ha messo tutta la mano sul viso e ha spinto con forza all’indietro, urlando e bestemmiando come un ossesso. Io ho fatto altre denunce, sia contro mio figlio per le minacce, le violenze e le ingiurie, sia contro gli spacciatori, anche perché avevo trovato sul telefonino di Enrico quello stesso numero di cellulare di qualche mese prima. Ma ancora una volta tutto sembra fermo, immobile. Sa, denunciare un figlio è una cosa terribile, ma nel mio caso era necessario, anche per far vedere a mio figlio Enrico che non intendevo sottomettermi alle sue prepotenze e non volevo in alcun modo collaborare alla sua definitiva rovina. Poi ho detto ad Enrico che, se non avesse iniziato a curarsi veramente, doveva uscire di casa e assumersi tutte le sue responsabilità, da me non avrebbe ottenuto più alcun appoggio. Ma lui mi ha riso in faccia, e così sono uscita io di casa, per fortuna ho un’altra piccola abitazione in città dove mi sono trasferita da qualche settimana, ma neanche questo è stato sufficiente».

Certo, quella è stata una decisione giusta, il tentativo di mettere Enrico in un angolo e spingerlo alla piena consapevolezza della sua situazione, nella speranza che in lui potesse scattare la molla della sopravvivenza e la decisione di avviare sul serio un percorso di cura in qualche comunità specializzata. Ma di solito questa decisione non matura subito, perché per un tossicodipendente la sola prospettiva di dover abbandonare la sostanza crea ansia e angoscia…

«Infatti Enrico non ha mollato, ha preso ad aspettarmi nei pressi della mia nuova residenza, ha seguitato a farmi richieste e pressioni continue per avere soldi. Poi, qualche giorno fa, per strada, incurante anche dei passanti, mi ha spinto verso un’inferriata, mi ha dato un pugno in viso e ha minacciato di ammazzarmi e di venirmi a trovare anche nel posto di lavoro se non avessi tirato fuori quei maledetti soldi che gli servono per continuare ad uccidersi. Ho presentato una nuova denunzia, ma mi sento sempre più sola, sempre più abbandonata a me stessa, come mio figlio: una scheggia impazzita, che nessuno può obbligare a curarsi, ma che nel frattempo potrebbe fare molto del male sia a se stesso che agli altri”.

Qui, almeno per il momento, si arresta la storia di Paola e di suo figlio Enrico, una storia complessa che avrà sicuramente altri sviluppi, speriamo meno drammatici, e che meriterebbe molte riflessioni. Mi limito ad esporre solo qualche spunto di ragionamento. Il primo è che non esiste in Italia un altro problema che, come la droga, sia, al tempo stesso, così grave e così sottovalutato, un problema enorme soprattutto per le giovani e giovanissime generazioni che non si avvierà mai a soluzione senza una vera collaborazione fra tutte le istituzioni e le varie agenzie educative, senza una radicale inversione culturale e senza una sana miscela di costante prevenzione e di attenta repressione. E poi c’è la solitudine delle famiglie, che quando riescono a prendere consapevolezza di una situazione di tossicodipendenza al loro interno, superando l’angoscia e la paura che a volte spingono a nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere ciò che è chiaro, sono spesso drammaticamente sole, lasciate alle prese con problemi enormi e densi di rischi e pericoli.

Infine, emergono impietosamente le difficoltà sempre maggiori delle istituzioni sanitarie preposte, alle prese, con sempre minori risorse, con un problema che di anno in anno si aggrava per estensione, per abbassamento dell’età di avvio (ormai si inizia intorno agli 11-12 anni) e per la crescente potenza chimica e la conseguente pericolosità delle sostanze assunte, anche di quelle che qualcuno, rimanendo legato a schemi ed esperienze di qualche decennio fa, si ostina ancora a definire “leggere”.

* Giuseppe Bommarito

Avvocato, presidente dell’associazione “Con Nicola oltre il deserto di indifferenza”



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