Per la rinascita dell’Aquila
il ‘modello’ Marche del ‘97
L'INTERVISTA - L’ingegner Cesare Spuri è stato uno dei ‘padri’ della ricostruzione marchigiana post sisma. “Il Palazzo andò tra la gente e fu un percorso inverso di forte virtuosità. Tutto si dovette a ‘uomini di buona volontà’ e al fatto che, nell’emergenza, fu possibile far saltare la burocrazia. Gli atti furono limpidi grazie alla concertazione con il cittadino e gli uffici. E si trattava di circa 1,5 milioni di euro al giorno…”. Dalla collaborazione con il sindaco Maulo allo Iacp (“Giorgio Crispiani, un faro”) ed ora in Provincia alle prese con l’epocale transizione di ruoli e personale: le esperienze di una carriera segnate da grandi eventi
di Maurizio Verdenelli
Per l’ingegner Cesare Spuri la ‘via di Damasco’ fu l’altopiano di Colfiorito, a qualche giorno appena dalle prime scosse di quel 26 settembre del ’97. E’ ‘l’annuncio’ che gli squarciò cuore e mente ebbe l’effetto “di un pugno in petto”. Ricorda: “A quel funzionario venuto da Roma avevo chiesto indicazioni e lui di rimando volle sapere chi fossi. Io che lavoravo allo Iacp, rimasi sul vago…’sono della Regione Marche’”.
Allora? “Mi scosse da capo a fondo, quasi urlando: ‘Senti, Regione Marche: lo capisci o no che ‘tutto questo’ è capitato sul vostro territorio?!!”. Guardai intorno tutta quella devastazione, la chiesa di Santa Maria del Piano, l’organo barocco, le tante insospettabili opere d’arte che avevo visto prima incredulo davanti a tanta bellezza e che se ne stava andando come le foglie d’autunno. sul pianoro desolato… Mi sentii improvvisamente inadeguato, pieno d’umiliazione eppure pronto a lottare. Con una forza che non immaginavo, che non potevo sapere quando quell’uomo eccezionale che si chiamava Bruno Di Odoardo, assessore regionale con delega alla Protezione Civile, mi aveva telefonato alle Case Popolari. E quasi noncurante, mi aveva detto: ‘Se hai tempo, vai a dare un’occhiata domenica mattina sù, poi fammi sapere’. Non sapevo che sarei tornato da ‘lassù’ a Macerata a casa mia dopo alcuni anni ed un milione di chilometri, completamente cambiato. Anni che hanno cambiato la mia vita come i quattro con Gian Mario Maulo, sindaco maceratese fino al ’97, altro uomo del mio destino insieme con Di Odoardo e Vito D’Ambrosio, il governatore che Roma (Prodi) aveva voluto subito commissario straordinario alla ricostruzione delle Marche. E con loro ‘metto’ pure quel funzionario del ministero, di cui non ricordo più il nome, incontrato per caso tra le rovine del terremoto, quella domenica di settembre …”.
Una ricostruzione completata quasi interamente nonostante che alla fine le due ‘regioni rosse’ (Umbria e Marche) non fossero propriamente nella manica, sul finire, del Nuovo Palazzo Romano…
“Se in Italia ci fu questo ‘miracolo’ di efficienza e trasparenza si deve (al solito) ai singoli e neppure a modelli procedenti che non funzionano mai veramente se calati in epoche e in comunità diverse tra loro”.
C’è possibilità che il modello Umbria/Marche riconosciuto il migliore attuati fra tutti quelli dal dopoguerra possa essere ‘esportato’ con successo per L’Aquila che a sei anni esatti dal terremoto vive ancora il dramma presente di 309 morti, 1.500 feriti, 70.000 sfollati?
“Le statistiche diverse delle catastrofi non hanno influenza sull’efficienza. Costruzioni… d’argilla, come si è evidenziato nel corso delle inchieste, hanno fatto più morti in Abruzzo, dov’è stato colpito il capoluogo di regione, ma se le Marche, e pure l’Umbria, si sono rimesse dalla tragedia si deve agli uomini di ‘buona volontà’. Che giocarono carte ‘azzardate’ ma vincenti. E si deve quel ‘miracolo’ al rovesciamento del grande rapporto bipolare cittadino-palazzo. La scelta degli uffici distaccati portò il Palazzo tra le gente. E’ stato come accendere un ‘traduttore simultaneo’ delle necessità di chi il terremoto lo aveva subito in tutta la sua violenza. Ha evitato che una ricostruzione venisse realizzata freddamente, solo ‘per legge’. Talvolta, oggi, penso a quelle volte in cui, finito di lavorare, pulivamo gli uffici con scopa e spazzolone o quando per traslocare 50 uffici abbiamo mandato via l’impresa di facchinaggio perché da soli facevamo prima, meglio e senza spendere”.
E soprattutto non c’era bisogno che magistrati o futuribili Autorità anticorruzione venisse a farvi visita o a controllarvi come una squadra di ‘mariuoli’ con le mani nella marmellata…
“Davanti a noi ‘soltanto’ gente, tantissima, che aveva perduto tutto: la nostra giornata di lavoro durava 12 ore, feste comprese, vita in ufficio identificata come esistenza, rapporti tra colleghi diventati amicizia e, in qualche caso, amore. Attorno a quegli uffici c’è chi aveva preso casa, chi dormiva dalle suore, chi faceva il pendolare: centinaia di km, spesso, al giorno, a notte fondo e poi all’alba via di nuovo”.
Andò alla fine molto bene: potrebbe essere una ricetta per l’Abruzzo?
“Certo che potrebbe esserlo, ancora. D’Ambrosio disse più o meno così: ‘Da oggi è istituito il Com (Centro operativo misto), la sede non è a Serravalle di Chienti, epicentro del sisma nel cuore della tragedia, ma a Muccia per consentire migliori collegamenti. Poi fu la volta del Com di Fabriano. Nel periodo più intenso della ricostruzione, gli uffici distaccati regionali vantavano una capacità d’impegno economico di circa 1,5 milioni di euro al giorno riferiti a opere pubbliche e private”.
Quale fu il segreto di un successo in giorni, questi in cui la Guardia di Finanza ha segnalato che uno su tre appalti è irregolari e che per sprechi e frodi sono stati sottratti in un anno 4,1 miliardi di euro…?
“I due uffici sul territorio hanno sempre operato per ‘obiettivi’ e ‘tempi’ mai per ‘procedura. Forse è stata questa la loro forza, insieme con la vicinanza con il territorio e alla fiducia della Regione, permettendogli di sviluppare azioni fortemente strategiche in grande autonomia”.
E lei?
“Andarmene dalle Case Popolari, devo dire, fu sulle prime un piccolo grande trauma. Se si pensa all’indimenticabile Giorgio Crispiani, un manager pubblico di livello altissimo come mostrò anche nella sanità civitanovese. Giorgio aveva un cuore immenso. Io lo definisco un ‘faro’, un uomo buono e giusto. Uno dei pochissimi punti fermi che abbia avuto Macerata. Per i quali la ‘sua’ gente, gli assegnatari delle case popolari, tremila, erano altrettanti ‘signori inquilini’ i cui bisogni ed aspettative venivano prima di tutto. Manca molto a questa Macerata un ‘gigante’ come Crispiani”
Torniamo ai Com…
“Si torniamo. Dopo il distacco di due dirigenti da altri enti, un nugolo di ragazzi e ragazze (età media 25 anni) furono assunti per sei mesi, prelevati dalle graduatorie dei concorsi. I Com di Muccia e Fabriano nei primi 5 anni della ricostruzione arrivarono a contare 80 dipendenti complessivamente”.
L’assessore Di Odoardo che vi disse…?
“Che eravamo la seconda linea. La prima era quella dell’emergenza, del dare cibo agli affamati ed abiti a chi non ce l’aveva più. La disperazione cresceva, la vedevamo ondeggiare, infrangersi davanti alle nostre scrivanie ed anche fuori… quando una nerboruta benzinaia a Caldarola mi mostrò un diretto al viso, appena si accorse chi ero: ‘Sbrigatevi a far presto, altrimenti…”.
Adesso?
”Provo ancora nostalgia e credo che quel modello organizzativo dovrebbe (ci sarebbe da riflettere ‘solo’ sul come) applicarsi anche nella vita amministrativa di tutti i giorni. Ma se anche ciò non avverrà (come è pressoché certo) sono orgoglioso di tutto quello che ci è stato lasciato fare, errori compresi, da una classe politica che in quel frangente partendo dal suo Presidente, non ha interferito con il lavoro della prima linea. Certo, ci avremmo rimesso il collo se avessimo sbagliato, ma poter lavorare indipendentemente, giocandosi la propria credibilità in base al risultato che si ottiene, credo sia il massimo della gratificazione professionale….”.
I ricorsi, tuttavia? Le impugnative?
“Con tutti quei contributi (altri tempi!) che venivano erogati, tutti i procedimenti amministrativi andarono a buon fine. Alla fine i ricorsi si sono contati sulla punta delle dita, il processo di ricostruzione è stato condiviso dalle pressoché totalità degli attori, politici e non. Un’altra grande ‘rivoluzione’ fu quella della concertazione, tra Uffici decentrati, enti territoriali e soprattutto cittadino. Questo ha garantito la linearità e la condivisione dell’intera ricostruzione. Grazie a questa concertazione estesa, nessun atto regionale è stato impugnato. E sì che la materia non poteva certo dirsi non poco ‘calda’”.
Se i borghi sono stati ricostruiti, manca sicurezza sulla loro effettiva sopravvivenza a 18 anni quasi dal terremoto: l’altopiano, la montagna maceratese morirà?
“Tutto in effetti è cambiato. D’estate quei luoghi si affollavano di gente che una, due generazioni prima l’aveva lasciata. Piena d’amore e rimpianto per una natura bellissima, unica. Ora ci sono i loro nipoti, pronipoti: la memoria e la nostalgia sono finiti. I ragazzi nati dai figli di chi emigrò non sentono più quel feeling irresistibile dei loro padri e nonni. Tengono a dire che sono ‘nati nella capitale’. Ho passato personalmente estate bellissime come apprezzato DJ alla discoteca dei signori Crescimbeni a Visso con tanti coetanei e coetanee ‘de Roma’. Ed ora? La superstrada? Un’opportunità grande ma non lasciamola ‘scappare’ in avanti. Allora restiamo legati alla ‘Grande Bellezza’ dei luoghi del terremoto, alle opere d’arte celebrate e fatte scoprire da quella tragedia e successivamente da un uomo come Federico Zeri. Solo la Cultura e la Bellezza, la loro valorizzazione (dunque la riqualificazione e il restauro) potranno salvare l’entroterra maceratese e pure tutta la provincia. La cui arretratezza ha concesso in fondo questa chance: il minor consumo possibile di territorio ad uso abitativo anche se il recente fenomeno del fotovoltaico è sembrato ad un certo punto un rischio per i dolci colli, seppure poi rientrato in gran parte”.
Adesso lei è in Provincia (un ritorno nel frattempo) e si trova davanti ad un terzo evento, anche questo di grande impatto, come dirigente del Personale. il riferimento è appunto al passaggio dei compiti e soprattutto delle risorse umane alla Regione e altri enti seppure il recente decreto governativo ha posto sicuri paletti…
“Gli obiettivi sono duplici. E li stiamo perseguendo. Non far pesare sul cittadino, già penalizzato dai tagli pesanti dei servizi, un tale passaggio e garantire il rispetto, riguardo a ruoli e competenze, per ciascun lavoratore interessato. Far quadrare il cerchio è difficile, anche se talvolta penso che questo sia l’impegno più gravoso della mia carriera. Ma poi penso subito alla ricostruzione post sisma e sorrido anche se da qui, da Macerata, si ammirano gli stessi monti imbiancati del ’97. Ci vorrebbe, quella sì, l’identica atmosfera, irripetibile peraltro, della ‘straordinarietà’, quella di quando salta la burocrazia e tutto diventa possibile per gli uomini ‘di buona volontà’. Che entrano in scena”.




