Ircr, la gestione diretta dei fondi agricoli
Dagli affitti sicuri
alle incertezze del rischio di impresa

L'INTERVENTO - L'ente, attualmente guidato da persone dotate di grande serietà, ha costituito un nuovo soggetto giuridico che si occuperà dei suoi terreni situati nei territori di Macerata, Corridonia, Montecassiano. Per farlo dovrà affidarsi a terzisti. Perplessità sull'operazione nell'ambiente agricolo da chiarire con un auspicabile intervento del Cda
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L'avvocato Giuseppe Bommarito

L’avvocato Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito

L’Azienda Pubblica Servizi alla Persona Ircr di Macerata è tuttora proprietaria (dopo una serie imponente di cessioni avvenute negli ultimi decenni, alcune delle quali – come è noto – avvenute a prezzi molto favorevoli per gli acquirenti) di 14 fondi agricoli situati in diverse località nei territori di Macerata, Corridonia, Montecassiano, Montegranaro. Tutti questi terreni, con i relativi fabbricati rurali, sino al 2014 erano concessi in affitto a diversi imprenditori agricoli, con canoni, in assenza di specifici parametri legali, determinati in base alla posizione, alla produttività ed alla irriguità dei terreni, al numero di piante esistenti, alla quantità di prodotti ottenuti per ogni ettaro, ma comunque certi, predeterminati e tali da assicurare all’ente un reddito annuo assolutamente sicuro: un piccolo tesoretto da 32.670 euro annui (i proventi dell’Ircr erano quindi pari a 265 euro per ettaro, un importo non particolarmente entusiasmante, ma comunque in linea con i canoni medi di affitto che si registrano nelle Marche).
Oggi però tutti questi contratti di affitto sono stati disdettati dall’Ircr e non rinnovati, tranne quello relativo al fondo rustico sito in Montegranaro, per dare seguito ad una complessa operazione decisa dall’ente, che, assumendosi in proprio il rischio di impresa, sta suscitando notevoli perplessità, soprattutto tra gli addetti ai lavori.

Ecco di cosa si tratta. Il 28 ottobre 2014 l’Ircr ha costituito un nuovo soggetto giuridico denominato “Società agricola-forestale Ircr Macerata – Società a Responsabilità Limitata a Socio Unico”, per gestire direttamente ed in economia tutti i fondi agricoli di sua proprietà (fatta salva l’eccezione sopra ricordata), per una superficie di circa 117 ettari su un totale di circa 123 ettari.
La società è stata costituita con i requisiti necessari per ottenere il riconoscimento della qualifica di imprenditore agricolo ai sensi del codice civile e di “agricoltore attivo”, dotata quindi di tutte le caratteristiche necessarie per poter accedere ai contributi previsti dalla nuova politica agricola comunitaria, i cosiddetti Pac. La società, inoltre, almeno nelle intenzioni dovrebbe presentare anche le caratteristiche di Imprenditore Agricolo Professionale (Iap), avendo così qualche probabilità in più di ottenere finanziamenti, in verità piuttosto aleatori, destinati agli investimenti delle aziende agricole grazie al futuro Piano di Sviluppo Rurale della Regione Marche (a tal fine la società, come prescritto dalle norme vigenti, deve essere necessariamente amministrata o rappresentata legalmente da una figura che sia a sua volta Imprenditore Agricolo Professionale, figura che nel caso specifico è stata individuata in un ragioniere dipendente amministrativo dell’Ircr).
In definitiva, salutati gli affittuari, l’ente Ircr con questa mossa è passato alla conduzione diretta dei propri terreni agricoli, nel dichiarato intento di ottenere maggiori entrate rispetto a quelle realizzate nel passato con i proventi dei canoni di locazione. A tal fine è transitato, però – come sopra detto – da una gestione che produceva redditi sicuri, sia pure non esaltanti, ad una gestione che presenta diversi profili di rischio (tant’è che, ad esempio, nel caso dei fondi rustici della Fondazione Falconi di Appignano sembra che si stia effettuando, per una precisa e prudente scelta gestionale di tipo conservativo, il percorso esattamente inverso, recependo una tendenza ormai prevalente nell’ultimo decennio a livello regionale e nazionale).

L'assessore Ricotta, il direttore Schiaffi e il presidente Centioni durante un'iniziativa dell'Ircr

L’assessore Ricotta, il direttore Schiaffi e il presidente Centioni durante un’iniziativa dell’Ircr

Ovviamente, a sostegno della nuova impostazione dell’Ircr c’è un piano economico presentato nella scorsa estate, nel quale si prevede che la nuova società possa ottenere un reddito lordo annuo di 81.585 euro realizzando varie colture a seminativo. Un bel balzo in avanti, non c’è che dire, rispetto ai circa 32.000 euro attuali (netti, però) racimolati grazie agli affitti ormai disdettati, ma – diciamo la verità – dotato di quanta certezza?
Con la scelta della gestione diretta la nuova società dovrà infatti obbligatoriamente affidare a terzi tutte le lavorazioni (dalla preparazione del terreno alla raccolta), non possedendo nè le macchine agricole necessarie, né altri mezzi di produzione, e non prevedendo di acquisirne di propri. E dovrà fidarsi dell’operato dei cosiddetti contoterzisti, senza avere effettive possibilità di controllo sul loro operato (se non reclutando e compensando professionisti del settore), e già questo dato rende piuttosto ballerino il possibile reddito realizzabile.
Ma anche per altri motivi può dirsi che il reddito lordo ipotizzato dall’azienda neocostituita sia sovrastimato, se non altro perché i costi di alcune colture sono stati quantificati nel piano economico in misura più bassa rispetto a quelli di mercato. Ove non bastasse, sono anche previste colture di difficile realizzazione dal punto di vista agronomico e della successione delle coltivazioni. Un esempio per tutti, rilevato dai tecnici del settore: sono previsti 30 ettari di fagiolo borlotto in secondo raccolto dopo il grano, con un reddito lordo ipotizzato di 12.500 euro annui, che però sarebbe praticamente impossibile realizzare con i terzisti perché tale coltivazione richiede irrigazione e pratiche colturali specifiche.
Ulteriore aspetto assolutamente non valutato nel piano economico dell’Ircr è quello rappresentato dall’inevitabile aleatorietà del processo produttivo agricolo, che, dipendendo da imponderabili fattori meteorologici e di mercato, può determinare livelli di produzione anche molto bassi, soprattutto in questa fase storica di sconvolgimento delle stagioni. Questo rischio nel caso dell’affitto è in capo al conduttore, che, comunque vada la stagione e il mercato, deve pagare il canone al proprietario, mentre nel caso della gestione diretta fa capo al proprietario, e solo a lui.
Nell’ambiente agricolo è d’altra parte nozione comune che la conduzione con terzisti sia un sistema di gestione poco remunerativo, che può far azzerare gli utili o creare perdite negli anni più difficili o, nei casi migliori, lasciare al proprietario poco più dei contributi comunitari sui seminativi (contributi Pac).
Per questi contributi, poi, nel piano economico si fa una previsione di 270 euro per ettaro, ma la cifra sembra molto ottimistica considerando che la nuova Pac ancora non è andata a regime e i premi attuali si aggirano attorno ai 240 euro.
Quindi, con la decisione di costituire questa nuova società, l’Ircr è passato da una situazione di certezza e stabilità di entrate provenienti dai canoni di affitto ad una gestione diretta con terzisti piena di incognite e incertezze, in cui l’unica voce certa saranno le fatture dei terzisti presentate a fine anno.
In aggiunta a ciò, va detto che non vi è chiarezza su una serie di ulteriori voci di costo di carattere generale assolutamente non irrilevanti, tali però da poter decurtare il reddito lordo finale (gli eventuali compensi per il consiglio di amministrazione, le spese per tenuta della contabilità, il costo delle pratiche agricole, le spese per l’Enel, le spese per i tecnici agricoli, gli oneri fiscali e immobiliari…), che potrebbero astrattamente ammontare anche a 30.000-40.000 euro annui, con l’ulteriore aggravio del compenso spettante al dipendente Ircr che andrà a rivestire la qualifica di Iap e che dovrà necessariamente prestare servizio per la società agricola.
La mancata determinazione analitica di tali voci di costo, non consentendo un confronto su dati omogenei rispetto alla precedente situazione basata sugli affitti dei fondi agricoli e non permettendo di conoscere con sufficiente precisione l’utile netto di previsione, pregiudica di molto dal punto di vista tecnico ed economico la credibilità e la validità dell’analisi di piano, e quindi dell’intera operazione.

Il parco di Villa Cozza

Il parco di Villa Cozza

E quindi, gira e rigira, si ritorna sempre e comunque ad un pesante rischio di impresa che l’Ircr di Macerata, per motivi non del tutto comprensibili, ha deciso di assumersi per intero, in controtendenza rispetto ad un orientamento di carattere generale e sulla scorta di un piano economico incompleto ed eccessivamente ottimistico (al punto che si prevederebbe addirittura l’acquisizione di nuovi terreni attraverso il ricorso delle agevolazioni Ismea per le neo formate aziende agricole), privo di un’analisi rigorosa e prudente e dando per scontata la sicurezza di risultato senza il supporto di dati certi e sicuri, come richiederebbero la natura pubblica, le necessità dell’Ente e soprattutto il fatto che le entrate a rischio sono soldi pubblici, e non di un qualsiasi privato che con la sua liquidità può fare ciò che vuole.
Si parla anche, nell’immaginifico progetto della nuova società, della intenzione di creare una fattoria sociale “mediante conferimento del terreno di Piedicolle di Corridonia e della relativa casa colonica ad un soggetto che opera nel sociale per attività che comportino anche l’utilizzo di soggetti svantaggiati, da parte della medesima Società agricola”. Anche a tal proposito, sempre a detta di diversi tecnici, si naviga nella scarsa chiarezza sotto molteplici profili (tant’è che, in altri passaggi del progetto, si parla pure di “fattoria didattica” – che non è esattamente la stessa cosa – sempre da realizzare nello stesso terreno per produrre ortaggi biologici).
Viene quindi prevista un’attività agricola di tipo sociale per la quale non si conosce il soggetto che andrà a svolgerla (forse la Meridiana, oppure qualcuno degli anziani ricoverati, la maggior parte dei quali però non è certo nelle condizioni di poter lavorare o stare all’aria aperta nell’orto di Piedicolle a Corridonia), né si precisano le modalità di conferimento del fondo (partecipazione societaria con il soggetto terzo o cessione in uso dietro corrispettivo?), con la certezza, però, che tutte le problematiche e gli oneri della gestione della manodopera ricadrebbero sulla nuova Società Agricola e anch’essi finirebbero per incidere in senso negativo sul reddito annuo netto che potrà sviluppare la stessa.
Va poi ricordato che il fabbricato sito nel terreno di Piedicolle di Corridonia non si trova ad oggi nelle condizioni di poter essere utilizzato per le finalità di fattoria sociale, per la quale si richiedono locali idonei con servizi igienici e luoghi di ristoro. Ecco pertanto che la nuova Società dovrebbe accollarsi anche l’onere della ristrutturazione della casa colonica, non potendo peraltro puntare su finanziamenti a fondo perduto al cento per cento. A quali risorse dunque si attingerà per la quota parte di spesa comunque non finanziabile a costo zero, pari a circa il 50-60% del totale dell’investimento?
E’ vero che il progetto presenta l’affascinante ipotesi di una produzione biologica per il tramite di soggetti svantaggiati, della quale, in un ipotizzato circolo virtuoso, l’Ircr potrebbe essere il consumatore primario. Ma pure tale eventualità sembra poco raccordarsi con l’attuale convenzione con la ditta appaltatrice della mensa dell’ente.
Insomma, rischi grossi e problemi a non finire, ed un’altra società messa in piedi con tutti gli oneri connessi ed annessi. Attualmente l’Ircr di Macerata è gestito da persone dotate di grande serietà e vi è l’assoluta certezza che nessuno voglia rinverdire i fasti della squallida e triste vicenda delle terre dell’ente site per la “lunga” di Villa Potenza, quasi regalate qualche anno fa ad un’impresa a quell’epoca legata mani e piedi alla nostra benemerita congrega dei soliti vecchi marpioni, con un danno per l’ente all’epoca quantificato in misura superiore ai dieci milioni di euro. L’Ircr, però, nella persona del suo presidente e dei componenti del Consiglio di amministrazione, visto che la prudenza non è mai troppa quando si amministrano soldi pubblici e nella logica di trasparenza che da tempo ha manifestato di voler seguire, faccia conoscere all’opinione pubblica le proprie considerazioni tecniche sulla vicenda, nella speranza che il dibattito che si aprirà venga rafforzato e qualificato anche da precise prese di posizione di tecnici del settore.



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