C’era una volta un treno
aggredito dalle lumache!

Altri tempi, ma da allora la Civitanova-Fabriano è rimasta la stessa ed è il treno ad esser diventato lumaca. Arriveranno nuovi convogli? Pare di sì, entro quest’anno. Li aspettiamo.
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Il problema forse più grave che affligge la società italiana sta nella smodata crescita della disuguaglianza fra ricchi e poveri, i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E questo riguarda le persone. Ma un fenomeno analogo si registra anche per i treni, alcuni ricchissimi – le “Frecce” di Trenitalia, il privato “Italotreno” – e gli altri, i cosiddetti “regionali”, poverissimi, fra cui quello che arranca lungo la linea Civitanova-Fabriano. Insomma, la disuguaglianza aumenta a vista d’occhio pure nelle ferrovie. Ora Trenitalia promette che fra pochi giorni – nei primi di marzo – entrerà in funzione un convoglio nuovo, fiammante, di fabbrica, ed entro l’anno ne seguiranno altri sette. Benissimo, meglio tardi che mai.
In tema di investimenti pubblici, tuttavia, l’esperienza insegna che il comportamento più saggio è quello proverbiale di San Tommaso – prima vedere, poi credere – anche perché la stessa promessa venne fatta l’anno scorso e non fu mantenuta. Però, ripeto, benissimo. Resta comunque che i disagi non riguardano soltanto la decrepitezza del materiale rotabile ma pure gli orari e le coincidenze, a Civitanova con la linea adriatica e a Fabriano con la linea Ancona-Roma. Ed è una questione ben più difficile e forse impossibile da risolvere, una questione che fatalmente continuerà a classificare la nostra ferrovia nel novero delle “povere”, una categoria in cui rientrano quasi tutti i treni locali, dalla Lombardia alla Sicilia. I treni, cioè, che sono utilizzati ogni giorno dai pendolari, dagli studenti , dai cercatori di lavoro e dalle badanti.
Ma torniamo all’efficienza meccanica. I convogli che da troppi anni sono in funzione da noi non ce la fanno più e a volte basta una modesta salita per rallentarli e addirittura bloccarli, come atleti spompati di una corsa campestre. Un mese fa è perfino capitato che, sfibrati dall’età , non riescano nemmeno a partire (alla stazione di Macerata, una mattina, un disco preregistrato annunciava “è in arrivo il treno da Civitanova” e tutti ad aspettarlo con le valigie in mano, ma quello, esausto, non s’era mosso neppure di un metro dalla città rivierasca). In altre occasioni finanche la “salitina” maceratese da Sforzacosta a via Roma è stata troppo faticosa per quei catarrosi polmoni diesel, col risultato di lunghe file di auto ferme mezzora di fronte alle sbarre chiuse del passaggio a livello in un coro assordante di clacson inferociti. Gli acciacchi degli anni? Certo, ce li ho anch’io. E mi debbo rassegnare. Ma, signori, siamo nel Duemila! E ce lo ricorda Samantha Cristoforetti, l’astronauta italiana che vivrà per sei mesi nello spazio! Tutto è relativo, ovviamente. Ma le miserevoli condizioni in cui langue la nostra poverissima ferrovia gridano vendetta al cospetto di Dio.
Essa non è mai stata, intendiamoci, un fulmine di guerra. In linea, però, con i tempi. In certe fasi storiche, anzi, avveniristica, segno di progresso. Il primo progetto risale, pensate, al 1846: Pio IX, lo Stato Pontificio! Un progetto realizzato nel 1888 dallo Stato Unitario con un tracciato identico all’attuale e impostato sul raccordo tra le valli del Chienti e del Potenza. Quasi 87 chilometri, fino ad Albacina, 16 stazioni, 7 gallerie, 20 viadotti, 59 passaggi a livello, pendenza massi ma – 34 per mille – tra Piediripa e Macerata. Locomotive a carbone con pochi vagoni, all’inizio. Poi, durante il fascismo, le “littorine” a motore diesel. Che ci sono state ben oltre la fine della seconda guerra mondiale, finché non furono sostituite dai convogli di adesso, che, a guardarli bene, non sono molto diversi dalle “littorine”. Tutto qui, immedesimandosi nell’identità di una provincia un po’ isolata e caratterizzata da una tranquilla assonanza di valori umani fra la borghesia cittadina e la gente dei campi. Una ferrovia, diciamolo, fatta in casa, come le tagliatelle delle nonne. I miei ricordi personali – fra il serio e il faceto, ma autentici – risalgono agli Anni Cinquanta e Sessanta: rallentamenti, fino a fermarsi, per far salire o scendere qualcuno prima o dopo le stazioni, fagotti che approfittando di quell’andare a passo d’uomo uscivano ed entravano, al volo, dai finestrini. Mica sempre, sia chiaro. Ma succedeva.
Più dell’aereo e più della nave, il treno, nel mondo, ha assunto un’aureola leggendaria e s’è conquistato un posto di riguardo nella letteratura e nel cinema. Basti pensare ai film western, con gli assalti dei banditi, le sparatorie, l’impeto eroico di sceriffi alla Gary Cooper. Anche le nostre locomotive e le nostre “littorine” subivano assalti. Non da banditi, però, ma da greggi di pecore, rincorse di cani, fughe di maiali, aggressivi grufolii di cinghiali. E il conduttore, meno eroico di un Gary Cooper, azionava il fischio, azionava i freni e, nel caso delle pecore, l’amore per gli animali e il rispetto per il lavoro dei pastori l’inducevano ad aspettare che quegli assalti cessassero. Un’incredibile notizia, una volta, rimbalzò sulle cronache nazionali e fu quando fra San Severino e Matelica il nostro treno venne bloccato da migliaia di lumache che avevano reso sdrucciolevoli le rotaie! Vi rendete conto? Lumache come i banditi dei western! E il treno? Lento, una lumaca pure lui.
A partire dalla seconda metà del Novecento, però, la nostra provincia si è fatta sempre meno “provinciale” ed è entrata nella modernità, mantenendo quel suo civilissimo stile di vita che oggi suscita l’invidia delle disgregate periferie metropolitane ma aprendosi ai rapporti con l’esterno, ai riscatti sociali, alla mobilità motorizzata e veloce, alle sollecitazioni culturali della tv, alle imprese artigiane dei “metalmezzadri”, all’urbanesimo dalla campagna, alle istanze dei giovani, alla musica dei Beatles e dei Rolling Stones. Non più la vecchia “provincia”, quindi, ma, in qualche misura, l’ingresso in Italia, in Europa, nell’Occidente. E la ferrovia Civitanova-Fabriano? E’ rimasta al palo, legata a un’immagine di “provincia” che da mezzo secolo non c’è più. E adesso, in attesa di nuovi convogli che ben vengano ma giungeranno in ritardo (per un treno i ritardi sono forse il difetto peggiore) ci ritroviamo a piangere sul latte versato. Anzi, sul latte non versato ma che, colpevolmente, non è stato mai munto.



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