Cinema
Anche i (non) ricchi piangono

Ripensando "Il grido" di Michelangelo Antonioni
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di Donatella Santarelli

“Il Grido” (1957) di Michelangelo Antonioni è tra i 100 film italiani da salvare, ce lo dice anche Wikipedia. Chissà se è tra i 100 film italiani più visti (dagli italiani stessi): probabilmente no. Un film atipico, se si pensa all’Antonioni che tutti credono di conoscere: quello un pò noioso, un pò lento, dialoghi esistenzialisti, la Vitti, etc. In questi spettatori non mancano cultura o intelligenza, manca la pazienza. Troppi silenzi li lasciano perplessi e li mettono sulla difensiva. Poco da capire e molto da seguire. Per quelli pazienti ma che non amano la sua regia si rimanda alla sezione “de gustibus”. “Il Grido” dicevamo è diverso,anche se aprifila. La tragedia personale, la ricerca claustrofobica, sono già presenti, ma qui a viverle non è il ricco borghese da giacca e Martini. Qui il percorso interiore e il terremoto dell’animo e della mente non si puntella di parole sporadiche e poetiche, ad effetto. Non ci sono salotti. Spesso si dice che chi pensa troppo e male è chi non lavora, chi non ha nulla da fare. Farsi castelli mentali insomma è da ricchi. Aldo (Steve Cochran) non è ricco, e non è borghese. E’ un operaio della Bassa Padana, piacente, accompagnato ad una donna bella, Irma (Alida Valli), dalla quale ha avuto una bambina. Ci vuole poco a fracassare il quadretto. Il marito di lei, da anni emigrato in America, è morto, e i due potrebbero ora sposarsi. Ma lei non lo ama più.

Si criticò tanto il regista per questa sua scelta di far vivere ad un “semplice” lavoratore i dolori e le passioni fino a quel momento destinate ai ricchi nullafacenti, ai bellissimi e malinconici borghesi, ai “Buddenbrook”. Aldo sfugge all’ideal-tipo della sinistra dell’epoca: virile, tutto lavoro e lavoro, tesserato, impegnato, forte e rivoluzionario (nel suo piccolo). Però è un uomo. Non seppero al tempo accorgersi,visti anche gli anni di fervore politico, che uomo significa soprattutto essere umano, e non solo cittadino, elettore. Le sue debolezze non erano un cancro di questo o quell’altro schieramento, ma più forti delle convenzioni costruite sopra la natura.
Erano, e sono, natura stessa del tutto estranea agli schemi. Parliamo di anni in cui tutto si divideva tra il rosso e il nero. Non s’ammettevano i grigi, su cui peraltro il regista tesse la sua storia e la logica della sua fotografia.

“Il Grido” fu il primo film di Antonioni ad esser distribuito in America, e di questo grande Paese ha i richiami. Aldo compie un viaggio lungo una strada che si allarga ed è vuota, fangosa e non bella, asfaltata come quella che Kerouac attraversa in quegli stessi anni. Un “on the road” italiano di fine anni ’50, per niente provinciale, per niente donnone, pizza e mandolino. Il protagonista deluso viaggia e cerca risposte che non possono dargli altre donne. Si ferma a volte ma non del tutto. L’epifania di questo film è l’aver nutrito l’Aldo operaio del ’57 , di tutte le nevrosi, le paure, le incertezze che verranno. La domanda che all’alba di una modernità ci si pone. Il boom economico è molto vicino. Manca l’adesione alle cose,vince il distacco. Solo il salto finale nel vuoto e il dolore possono ridare sensibilità.

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Alida Valli e Steve Cochran in un fotogramma del film

Scrive Moravia qualche anno dopo: “Il sentimento della noia nasce in me da quello dell’assurdità di una realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza.”
E sempre nel ’60 Fellini: “Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti, nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita, in quell’ordine incantato… Dovremmo riuscire ad amarci tanto da vivere fuori dal tempo, distaccati… distaccati…”.  Uno è il romanzo “La noia”, l’altro il film “La dolce vita”. Aldo è la prima tenera vittima di un mondo sempre più difficile, che ancora oggi ci rende inquieti. Disse Antonioni:”Il soggetto de Il grido mi venne in mente guardando un muro. Londra 1952. Un vicolo cieco.

Case di mattoni anneriti. Un paio di persiane dipinte di bianco. Un fanale. Un tubo di grondaia verniciato di rosso, molto lucido. Una motocicletta coperta da un telo, perché piove. Voglio vedere chi passerà da questa strada che ricorda Charlot. Mi basta il primo passante. Voglio un personaggio inglese per questa strada inglese. Aspetto tre ore e mezza. Il buio comincia a disegnare il tradizionale cono di luce del fanale quando me ne vado senza aver visto nessuno. Io credo che questi piccoli fallimenti, questi vuoti, questi aborti di osservazione, siano tutto sommato fruttuosi. Quando ne abbiamo messi insieme un bel po’, non si sa come, non si sa perché, viene
fuori una storia. ”

E’ l’atmosfera che grida, e che necessita di pazienza per essere assorbita.

 

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il suggestivo fotogramma col titolo del film



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