Il ricercato che sfugge

Glosse a "Soggiorni" di Martin Heidegger
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Daniele Referza

di Daniele Referza

Passare una vita in un sentiero e perdere la strada di casa; avere l’ardire di inoltrarsi nella selva; proseguire nel cammino, annaspando e risorgendo; infine cogliere qualcosa, che in fondo è niente. Leggendo Soggiorni (ed. Guanda, 2012), l’ultimo testo postumo pubblicato del filosofo tedesco Martin Heidegger, si assiste ad una vicenda esistenziale determinante per il tempo filosofico corrente che racchiude buona parte dei fondamenti della filosofia contemporanea: da Essere e Tempo, del 1927, a questo testo, scritto come resoconto di un viaggio in Grecia del 1962, lo scenario occidentale ha potuto vivere la vicenda di questo grande cercatore dell’Essere.

Ecco, già ci troviamo di fronte ad un problema piuttosto serio: quale Essere? Già, perché ogni tradizione culturale porta con sé una nozione di “essere” e per giunta spesso molto sfumata e contraddittoria. La tradizione occidentale, qualcuno dirà, ha abbandonato l’essere e ha buttato a mare tutta la metafisica per evitare proprio talune oziose problematiche. Ma l’ha veramente abbandonato? Forse che, nella nostra modernità, l’abbiamo soltanto nascosto, cacciato, ripudiato e che questo, in realtà, sia rimasto sotto al tappeto? Di questioni metafisiche, infatti, non si può dire che possiamo farne a meno: perché veniamo al mondo? Chi decide quando dobbiamo andarcene? Perché la sofferenza? Cos’è l’amore? Come descrivere l’esperienza di essere padre, madre, figlio, figlia? C’è Dio? La metafisica è rimasta silenziosa in disparte, forse attendendo che qualcuno si mettesse alla sua ricerca. Ma qual è la domanda metafisica fondamentale? L’ha affermato Leibniz e Heidegger ce l’ha riproposto sotto la medesima forma: perché è in generale l’essere piuttosto che il nulla? Più semplicemente: perché ci siamo? Perché c’è l’esistente? Una domanda che la filosofia ha fatto propria, ma che era in nuce di squisita competenza teologica. La filosofia la riprende per dire: sarà Dio la risposta a questa domanda? Sarà lì che la nostra ricerca deve giungere, o c’è dell’altro?

Il testo di Heidegger mostra l’ultimo tentativo di trovare risposta a questa domanda da un punto di vista esclusivamente filosofico. Heidegger si imbarca per la Grecia – fatto più unico che raro, data la sua reticenza ai viaggi al di fuori della Germania – e subito questo viaggio diviene un viaggio esperienziale, mistico e riflessivo. Saltando le numerose località turistiche già nel 1962 adibite allo sfogo del turismo di massa, il filosofo raggiunge i luoghi cari ai filosofi greci della prima ora, mirando al “centro dei centri”, l’isola di Delo. Qui il cerchio si chiude: l’inizio trova pace, come fossimo nella narrazione di un ciclo, e il narratore trova la soluzione dell’enigma: il ricercato è proprio in quell’isola, nella sua essenza, qui il viaggio diviene soggiorno. Heidegger sperimenta il trattenersi rischiarato presso la verità (̉Άλήθεια) del primo avvento della Φύσις nel pensare greco e quindi la sua rifrazione in tutto il pensare dell’Occidente: «Riuscire a vedere l’invisibile (…) presente in tutte le cose, grazie al quale tutto ciò che viene alla presenza si dispiega nella dimensione del visibile e del percettibile», solo qui «poteva levarsi la parola che permise di accedere alle figure del poetare e pensare greci».

Proprio quest’ultima frase implica una riflessione decisiva: poetare e pensare greci possono assumere la caratteristica universale della verità? Essi restano, in quanto greci, la vista di un punto specifico e non universale. Ma soprattutto: come risolvere la questione che in Essere e Tempo del 1927 veniva posta come motore di tutto l’itinerario di pensiero, ovvero: perché è in generale l’ente piuttosto che il niente? L’ultimo metafisico, il distruttore della metafisica tradizionale, il propugnatore di un pensiero a partire dall’Evento di coappartenenza di Essere e Tempo riassume la sua risposta alla questione centrale della metafisica con un “y il a”: c’è, avviene, accade essere come Φύσις.

la copertina della traduzione italiana de “I soggiorni”

Potremmo leggere questo epilogo come una sconfitta. Il ricercato continua a sfuggire, il senso si vela alla presenza. Della nostra vita, delle sue passioni e dei suoi fallimenti, possiamo dire soltanto che ci sono, avvengono, accadono. Tutto qui? Questa è la risposta della filosofia? In quale assurdo quadro dipingiamo la nostra figura? Può il neutro esserci essere abbastanza? In questa luce certamente no, poiché il risultato appare inadeguato alla domanda iniziale.

Potremmo anche leggere il tutto con un altro accento: il ricercato sfugge perché dove viene ricercato, semplicemente, non c’è. L’invisibile agli occhi che riempie la nostra vita e che sostiene il cosmo nelle sua rivoluzioni e tutti gli esseri viventi, che continua a mettere al mondo animali, piante, uomini, che ispira i nostri progetti e i nostri sogni e che è presente negli oscuri lati delle nostre sofferenze non è l’Essere (o almeno non è detto che si trovi “simbolicamente” e soltanto a Delo). L’Essere è, da ciò che lo stesso Heidegger dice, il fatto di esserci, non il suo senso. Ma è pur sempre del senso dell’Essere che noi siamo cercatori.

Forse è in tale delusione che il filosofo Heidegger elabora la sua critica alla tecnica. Forse da qui parte quel pensiero secondo il quale l’oblio del tempo presente deve il suo male all’industrialismo e alla contaminazione dello spazio sacro della Φύσις. Questo pensiero, se fosse vero, avrebbe i caratteri del risentimento per l’età dell’oro, tipico di chi, a fronte delle sfide del presente, preferisce chiudersi in un passato mitologico fatto di certezze e splendori, incensando così più l’immaginazione dell’origine che l’origine stessa della vita. Questa, in realtà, non smette mai di rinnovarsi e di ricrearsi nel presente storico e metastorico che condividiamo nel mondo.



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