“Il mercenario” alla Bottega del Libro
Per la presentazione del libro del "maceratese di Johannesburg" Tullio Moneta
di Maurizio Verdenelli
“Un ragazzo così vivace come dimenticarlo?!” dice Bruna Buongarzoni in prima fila nel piccolo ed affollatissimo auditorium de ‘La Bottega del Libro’ dov’è stato presentato il libro del ‘maceratese di Johannesburg’, Tullio Moneta: “Il mercenario”. E’ stata una intensa, sentita ‘festa del ritorno’ per l’amico di 77 anni che ha avuto una stretta di mano ed un sorriso per i tanti che sono venuti a ricordarlo e a ricordarsi. Tutti nel mito di una gioventù che negli anni 50 non dava ancora molto ma prometteva moltissimo e molto avrebbe dato. Anche al ‘maceratese’ nato a Rijeka (“sono venuto nelle Marche ad 11 anni e dopo gli studi all’Itc me ne sono andato per il mondo che non avevo vent’anni”) che tuttavia non è stato mai dimenticato dalla ‘cerchia stretta’. Qualcuno è venuto anche da altre città, come Paolo da Ancona. Gli dice: “Sono un ‘paciarolo’ come te (abitante in rione Pace ndr) e come te e la tua famiglia (e Tullio a citare dolente il fratello Giovannino “il preferito di mia madre”) alloggiavo nel ‘blocco’ delle case popolari. Ricordi Tullio? Ero nella palazzina a fianco della fontanella, ci si incontrava tutti i giorni”.
Così davanti al mercenario -”ero invece un combattente perfettamente inquadrato in Congo, tuttavia non mi dispiace che la mia biografia sia stata intitolata così”- si apre un altro squarcio di memoria. Si scusa anche, presentando il libro con chi scrive e con Giorgio Rapanelli, il coautore: “Non parlavo italiano da 50 anni”. In realtà Moneta parla benissimo la ‘sua’ lingua che scrive pure correttamente con una bella grafia rotonda e leggibile, facendo tanti autografi al libro in vendita. Non c’è l’amico di un’intera giovinezza, Gerardo Flamini. Che paradosso: quest’ultimo che non aveva mai lasciato Macerata è ora alle Canarie mentre l’eterno ‘esploratore’, Tullio è rientrato alla base.
E’ stato un bel ragazzo l’ex ‘mercenario’, l’ex agente segreto (“mi pagavano ma non avevo coperture, se andava male non appartenevo a nessuno e a niente”), l’ex attore (ha interpretato una ventina di film) e le ‘belle ragazze’ maceratesi degli anni 50 lo ricordano ‘bello e impossibile’. “Non ci guardava neppure. Era tutto preso dalla musica”. Moneta suonava il trombone e ci sono foto, con l’inseparabile Gerardo, nel bel libro di Paolo Bravi ‘Ti ricordo Joe’ su quel pezzo di storia dei ‘complessini’ maceratesi che avrebbero dato alla musica italiana, ottimi interpreti. Bruna ha con sé il ritratto da ragazza: bellissima. Tullio si fa la foto con lei tenendo l’immagine di Bruna sul cuore, con un sorriso.
In sala -ma l’aveva incontrato ed abbracciato prima in piazza Mazzini- c’è pure l’amico Roberto. Alto come Moneta, forte ed ancora atletico, è stato suo compagno di pallacanestro. “Siamo andati pure in Lussemburgo. Che difficoltà per allenarci a Macerata: Fidarma, mitica (e temibile) custode del campo dei Salesiani ci allungava, tra mille difficoltà e resistenze, un pallone irregolarissimo, mezzo sgonfio, difficoltà da palleggiare. Se siamo diventati bravi, lo si deve proprio a questo. Quell’unico pallone ‘maceratese’, figlio anche lui di tutti i disagi postbellici, mi è venuto in mente ognivolta in America quando lo confrontavo, laddove mi allenassi un poco a basket, alla ‘fornitura’ di quasi 100 palloni che era a disposizione” ricorda ed un po’ sospira il Mercenario. Che tiene a dire: “Le mie ferite sono tutte sul petto, non sono mai scappato offrendo le terga. Una volta invece stavo proprio non farcela. Mi salvò un ‘sergentaccio’ che mi caricò sulla jeep ed incredibilmente, stupendomi mi dava parole spirituali di speranza parlandomi di santi italiani da invocare, data la situazione…”. Ancora: “Con questa brutta ferita all’inguine sono qui a Macerata sperando nella guarigione: negli Usa non hanno saputo darmi troppe indicazioni”. Proprio sulle strade maceratesi il “Quinto dell’Oca selvaggia’ (il fallito golpe alle Seychelles) è stato qualche mese fa in pericolo di vita.
Nessun agguato, stavolta, nessuna rischiosa missione di guerriglia nella jungla ‘avvicinandosi di notte’ (da qui il nomignolo in lingua zulu: Chifambausiku) ma un incidente stradale nei pressi di San Severino Marche. Sempre con l’amico Flamini e con altri di ritorno da Jesi. La ‘rimpatriata’ a La Bottega del Libro, pronube Simona e la figlia Chiara, è andata benissimo. “A Macerata leggo Baudelaire, Balzac, Moliere, Verlaine cercando una nuova casa. Forse andrò in uno degli appartamenti restaurati dagli Ircer in piazza Mazzini. In Sud Africa conservo comunque ancora una residenza. A Città del Capo vive mia figlia Tania e a Johannesburg c’è Paul, l’altro mio figlio. Entrambi sposati (io invece no) mi hanno dato quattro nipoti”.
In sala c’è lo scrittore Filippo Davoli che ricorda l’amore di Tullio per i cani e tanti episodi dell’amore degli africani per ‘l’amico dell’uomo’ anche in condizioni estreme. C’è pure uno studente che gli chiede di autografargli la tesi di laurea dedicata alle compagnie mercenarie. Ha citato il colonnello Mike Hoare, di cui il maggiore Moneta è stato il ‘vice’ e lui lo ricorda: “Un uomo straordinario che ad un certo punto stanco delle armi aveva veleggiato per tre anni con la famiglia per il Mediterraneo”. Hoare, da parte sua, l’aveva elogiato come uno straordinario combattente e comandante di uomini. C’è infine il compagno di scuola che ricorda all’uomo che amava ‘la guerriglia sopra tutto’ come gli scroccasse tutte le volte la sigaretta lungo i corridoi, durante la ricreazione. Mi chiedeva: “Barra, ce l’hai la cicca? E io che facevo non gliela davo?! Certo che si!”. Tullio pare desse certe sberle che neppure Bud Spencer, venti, trentanni dopo…









Grazie a Maurizio Verdenelli e a Cronache Maceratesi per l’articolo sulla riuscita presentazione del libro su Tullio Moneta. A Milano avevano riempito la sala paracadutisti, lagunari, commandos e aspiranti guerrieri. A Macerata hanno riempito la sala molti che conoscevano Tullio da giovane. Come Bruna Buongarzoni, ancora bellissima oggi, che nel 1970, ritornato a Macerata con l’aureola del guerriero, voleva fermarlo per parlarci, non avendone, però, il coraggio… Adesso è ritratta con Tullio che tiene in mano una sua foto in bianco e nero di quando aveva venti anni.
Lo ha riabbracciato commosso dopo 55 anni un amico di atletica leggera come Roberto Benivegna. Erano addestrati dal professor Natalini. Andarono insieme come SEF ai campionati italiani a Milano e a Basilea. Tutta la serata è stata “ripresa” con una telecamera e a breve monteremo il filmato e lo daremo agli amici di Tullio e alla Bottega del Libro, in ricordo di una bella serata.
Delicatissimo il poeta Filippo Davoli che si è portato dietro il suo cagnone, per fare piacere a Tullio. Che è stato un addestratore di cani. Quando ne incontra uno lo apostrofa con un “Hallo, Dog”, si fa annusare e poi lo accarezza, parlandogli in Inglese. Sembra che si capiscano molto bene.
Il poeta Guido Garufi ha detto che se Tullio è stato un mercenario… allora – ha continuato – sono mercenari pure i nostri soldati in Afganistan. In effetti, sia Tullio che i nostri ragazzi in missioni militari nel mondo, sono combattenti ben pagati – come Tullio lo è stato in Congo – perchè sono truppe scelte, che salvano la democrazia e i civili. Tullio ha una grande stima dei nostri combattenti, soprattutto in Afganistan, dove egli non combatterebbe mai “con tutta quella sabbia”. Tullio si arrabbia pensando ai nostri due fucilieri di Marina detenuti illegalmente in India. Se fossero stati delle SAS britanniche o marines USA già sarebbero liberi. Non è difficile, volendo, organizzare la loro liberazione. Può sembrare azzardato questo discorso, ma con persone coraggiose ed addestrate la cosa sarebbe possibile. Penso a soldati come Giuseppe, veterano in Irak e Afganistan, o come Maurizio, parà nei Balcani, ormai fuori età, che andrebbero a nozze se potessero partecipare ad un’azione per liberare i due nostri militari in India. Sono condizioni estreme, che Tullio ha compiuto parecchie volte, e che molti giovani sarebbero disposti a fare per liberare i nostri “ragazzi”.
Era presente in sala pure la belga Elisabeth de Moreau d’Andoy, che ha scritto e continua a scrivere libri in Italiano, Francese e Inglese sull’Aquisgrana in Val di Chienti, seguendo le orme del professor Carnevale. Pure lei, con Tullio, ha la passione per l’Africa, dove ha avuto parenti fuggiti dal Congo prima di essere assassinati dai Simba, mentre lei, in Burundi con l’ONU, ha rischiato grosso durante il genocidio degli Hutu, riuscendo a fuggire in tempo.
Mancava alla presentazione del libro il carissimo Piergiorgio Natali, recentemente scomparso. Egli era molto più piccolo di Tullio, quando vivevano insieme nel Rione Pace e veniva escluso dai giochi dei più grandi. Dopo 55 anni ha incontrato di nuovo Tullio e si è dimostrato un amico più che fraterno.
Piergiorgio, ci manchi molto…