Nell’Olimpo degli antieroi

Analisi dei personaggi chiave della serie televisiva "True Detective"
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ALESSANDRINI

Giacomo Alessandrini

di Giacomo Alessandrini

-Rust, ti chiedi mai se sei un uomo cattivo?
-No, non me lo chiedo, Marty. Il mondo ha bisogno di uomini cattivi. Teniamo a bada gli altri uomini cattivi.

Quello sopra è un breve dialogo tra i due protagonisti in True Detective, neonata serie noir prodotta dalla HBO e scritta dall’ottima penna di Nic Pizzolatto, romanziere della nuova scuola americana capeggiata da Cormac McCarthy. Possiamo dire, quasi con assoluta certezza, che True Detective è la vera rivelazione di questo 2014.

Due detective seguono un caso di omicidio a sfondo, ipoteticamente, religioso nel ’95. A distanza di diciassette anni, nel 2012, gli stessi saranno interrogati a causa di nuovi e interessanti sviluppi nell’indagine. La storia è semplice. Cos’ha, quindi, rispetto ad altre serie investigative? Cosa c’è di così diverso da Low Winter Sun della AMC da impedirne, grazie ai suoi milioni di telespettatori, la cancellazione? Semplice: la caratterizzazione dei personaggi.

Senza l’imprevedibile e autodistruttivo Matthew McCounaghey e l’orgoglioso e ossessivo Woody Harrelson, questa serie non riuscirebbe a reggere i cinque minuti. E’ tutto lì, sono i personaggi la colonna portante dell’intera vicenda, sono i loro movimenti davanti alla telecamera, le smorfie di rabbia, i respiri affannati e gli sguardi persi. Uno l’opposto dell’altro. Uno cerca di evitare il caos, l’altro lo accoglie. Due protagonisti totalmente differenti ma accomunati dal dolore, dall’infelicità: il vero motore dietro la caccia all’uomo. Tutto è distante, i colori freddi e le luci danno l’idea di trovarsi in un vecchio film girato male. Riprese intense ed interminabili. Un solo obiettivo: farci entrare nelle coscienze sporche dei protagonisti. Gli angeli caduti, mandati a risolvere un terribile caso per purificarsi dai peccati. Non c’è luce in fondo al tunnel, non per il momento. Non c’è via di scampo, se non lasciarsi andare ad un masochismo dilagante, al cinismo provinciale di un America che svanisce sullo sfondo, lasciando il posto ad una nebbia fitta di ipocrisie e false illusioni di redenzione, di una cittadina in preda alla disperazione lasciata ai margini.

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una scena di “True detective”

Il piatto è servito. I “cattivi” non sono più distinguibili dai good guy, in un girone dantesco che lascia poche speranze al lieto fine. Assistiamo pertanto all’ascesa di una figura chiave: l’antieroe.

In questo caso, tra i due interpreti, spicca la figura di McCounaghey, il detective Rustin Cohle nella serie. Rust ha seri problemi di alcolismo e abuso di sostanze stupefacenti, è un pessimista di natura tormentato dall’insonnia, un lupo solitario cacciato dal branco, come direbbe lui “un tipo troppo vigliacco per uccidersi”; ma ha un dono. Il nostro antieroe è maniacale nelle indagini, non tralascia alcun dettaglio, segue ogni pista e cerca la verità in ogni dove. Riesce a leggere tra le righe, capisce quando il sospettato mente o gioca sporco dal modo in cui respira, percepisce il dolore di una persona sfiorandola. Un livello di empatia tale da essere costretto ad annullarsi, ogni volta che può, con ogni sorta di farmaco.

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la locandina della serie tv

“Stavo tenendo d’occhio un informatore e sono finito in un bar. Sedevo lì e non riuscivo a trovare un buon motivo per non bere”. Queste le parole suggerite all’amico e collega, Martin Hart (Harrelson), durante una sgradevole cena a casa di quest’ultimo. Marty è uguale e contrario all’autolesionista Cohle, per usare termini matematici. Deve avere ogni cosa sotto controllo. Famiglia, lavoro e credo. Ma come Rust, ha i suoi lati oscuri: l’amante, l’ossessione per l’ordine, il disprezzo del diverso; sono solo degli esempi. Sceglie, a differenza del collega, la strada dell’ignoranza, costruendosi castelli di sabbia dalla dubbia resistenza. E’ obbligato così a sottostare ad una vita banale e violenta, pur di non annegare nel mare della solitudine; un flagello nelle mani del tempo.

Possiamo fare questa considerazione. Rust e Marty sono due menti opposte ed instabili. Due antieroi, pronti a “massacrare” le proprie anime pur di arrivare alla risoluzione del caso (che la regia farà passare in secondo piano, focalizzando l’attenzione dello spettatore sul rapporto tra desolazione degli ambienti e psiche dei protagonisti). Ci si ritrova catapultati in un mondo di follia, dominato dal caso e dalla presenza costante del dramma familiare. E’ difficile, per la sceneggiatura stessa, riuscire a svincolarsi da questi scorci d’Inferno. Eppure ci riesce con grande eleganza, parlando a tutti.

Si, perché, per quanto cinica, la nuova serie della HBO con i suoi “mostri da fiaba” (citando la conclusione del terzo episodio), è un surrogato di trasfigurate fantasie, in cui il maligno non esiste e l’unico essere bestiale ha volto umano. I concetti di bene e male sono sigillati dentro scatole cinesi, costringendo il pubblico ad assistere ad un continuo scambio di ruoli, spinto in una direzione di ricerca individuale.

Troviamo, ora, un prodotto carico di significato, fuori da un’idea (sfortunatamente ancora comune) di una serialità televisiva scadente e poco credibile. I moderni antieroi, fragili e geniali, schiavi del divenire dei tempi, vengono rivisitati sotto una nuova luce di puntata in puntata, proponendo personalità dalla difficile interpretazione. Qui sta il succo della ricerca e del veloce sviluppo della narrazione: il modificarsi del comportamento in relazione al più piccolo dei cambiamenti. Il peso di un passato insostenibile, diventa tangibile nei volti e negli atteggiamenti dei protagonisti. Tutto diviene più vero del reale.

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la title card del telefilm

Da ciò possiamo riscontrare una morbosa attenzione alla caratterizzazione dei soggetti, i quali contribuiscono al pregevole risultato della serie televisiva, innalzandola al di sopra della media. La paura diventa così tangibile, per lo spettatore attento, da essere scaraventato direttamente nell’occhio del ciclone della Louisiana.



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