L’umanista a tutto tondo (sui prìncipi del Foro)

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Sandro Nardi

 

di Sandro Nardi

 

C’era una volta un principe. Non è una favola. È storia.
Quando parlava, il principe commuoveva, dilettava, convinceva, seguendo i consigli di Cicerone, forse il più grande oratore del Foro. La sua caratteristica era l’eloquenza. Le sue parole erano non soltanto segni, ma suoni, con la conseguenza che la sua eloquenza appariva come musica, la più alta forma dell’arte. Se l’eloquenza decade – si legge nella voce Avvocato dell’Enciclopedia del diritto a firma di Francesco Carnelutti – decade l’avvocatura.
Luigi Emanuele Gianturco descrive l’avvocato come colui che «deve aver forbito eloquio, vasto sapere, completa cognizione degli uomini. Tentar di discernere il vero dal falso nei racconti del cliente, diffidare dei testi e delle prove, e poi, raggiunta la sua verità, costruire l’edificio della difesa. Erigere il muro, ma aprirvi ogni tanto finestre per l’aria; e nelle maglie d’acciaio temprato in cui vorrà stringere l’avversario, far passare qua e là lirismo e poesia, e nella costrutta armatura incidere un rabesco elegante».
Immaginatevi la scena di un processo negli anni Trenta, Quaranta o Cinquanta, che aveva come protagonisti avvocati, frequentemente anche docenti universitari, che avevano il culto dello stile dottrinale. La forma, all’epoca, era effettivamente sostanza. L’avvocato rappresentava l’umanista a tutto tondo, come descritto nel 1843 da Vincenzo Moreno nel suo Galateo degli avvocati.
Il giovane praticante o collaboratore di studio aveva la fortuna di catturare, rubare uno stile, imparare una professione che va e deve andare oltre il mero svolgimento di una pratica. Aveva soprattutto la fortuna di seguire gli insegnamenti anche etici e deontologici del dominus. Dietro la forma c’era il rispetto, la stima reciproca, la lealtà, la virtù. Frequentare lo Studio del proprio Maestro era quasi frequentare un «santuario». Così Piero Calamandrei chiamava la biblioteca dello Studio di Giuseppe Chiovenda. In quel santuario si cresceva professionalmente, umanamente.

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Francesco Carnelutti

Lasciate gli anni Trenta, Quaranta o Cinquanta. Provate ad affacciarvi nelle nostre aule di tribunale, ancorché fosse un tribunale di provincia. Raramente, purtroppo, si ha modo di assistere ad una «celebrazione» del processo. Più frequentemente ci si imbatte in un arido svolgimento di attività che troppo spesso si consumano in pochi minuti, anche a causa dell’eccessivo carico di lavoro che i pochi magistrati sono costretti a snellire, quanto meno, appunto, in sede di udienza.
Raramente si ha modo di apprezzare lo stile, la forma, l’eloquenza che dovrebbe esser propria dell’avvocato. In certi casi, tali carenze sfiorano l’assenza di etica professionale. La cordialità di pochi viene dai più confusa con una probabile arma dissuasiva, dietro la quale potrebbe celarsi l’inganno. Nella cordialità si arriva assurdamente a non credere più.
Mettetevi nei panni del giovane avvocato che intraprende la professione. Magari all’Università aveva studiato, o quanto meno letto, Carnelutti, Calamandrei, Gianturco. L’illusione, l’idealismo propri del giovane si trasformano troppo spesso in amare delusioni che spingono viziosamente verso il basso, tanto che oggi, forse, Carnelutti certificherebbe l’avvenuta decadenza dell’avvocatura.
Sta a noi, e agli ordini professionali, pretendere il contrario.

 

 



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