La crisi, la speranza disperata dei “grattini” e la non violenza di Aldo Capitini
Strade diverse per affrontare i nostri tempi cupi
Se i pensionati che non arrivano più alla seconda settimana del mese sono sempre più numerosi come i furti di arance al supermercato, la classe operaia continua ad andare in paradiso -direttamente dall’inferno della crisi economica visto che su questa terra ormai è impedito anche il tradizionale, dignitoso purgatorio. E comincia ad andare in galera quella parte di classe operaia che si trova nel baratro della mobilità anticamera della disoccupazione. Già, com’è accaduto a quel ‘rispettabile’ lavoratore che perduto il lavoro ha pensato, per risolvere i suoi problemi, d’assaltare a Vallecascia una delle tante sala giochi ormai diffuse sul territorio come i ‘compro oro’. Mentre vie e piazze del centro storico di Macerata (Galleria del Commercio ridotta a luogo quasi di agguati) appaiono un deserto dei Tartari dove i pochi negozianti attendono nelle loro ‘fortezze’ gli acquirenti sempre più rari. Naturalmente il ‘nostro’ post operaio, con la classica sfiga di categoria, si è trovato subito dopo il ‘colpo’ nelle braccia dei carabinieri che passavano da quelle parti. Giustizia fatta? Certo. Così come per tutti gli altri post occupati che si trasformano talvolta in ‘cavalli’ dello spaccio della droga. Mentre, come accaduto nelle campagne di Pollenza, c’ é chi rapina con la motivazione di dover pagare i debiti, i coltivatori sopravvissuti all’eclissi dell’agricoltura.
C’è ormai un degrado che spaventa, proporzionale alla proliferazione delle ‘macchinette’ nei bar che innalzano ormai in massa, ben in evidenza e quasi trionfalmente, la fatidica segnalazione: “Qui slot” per attirare clienti fino a ieri in fuga. E in queste sale interne puoi trovare alternativamente un ‘popolo’ speranzoso in fila. Badanti disperate, casalinghe sull’orlo di una crisi di nervi che si giocano (sempre meglio che rapinare) chances residuali per saldare debiti, pagare l’affitto, e far spesa -oggetto quest’ultima di graduali, incessanti risparmi, come noto). E proporzionale, il degrado indotto dalla crisi, all’invasione dei grattini continuamente di ‘ultima generazione, perché qui la fantasia non ha limiti. Certo non aiutano notizie mirabolanti come quella del cassaintegrato che ha vinto 140.000 euro attraverso questi strumenti illusori. Ed anche, quella recentissima, che viene da Treia dove un operaio ha vinto mezzo milione di euro (leggi l’articolo) con un ‘gratta e vinci’. Bene ha fatto il sindaco Luigi Santalucia, pur compiacendosi per la fortuna del concittadino, ad augurarsi che il gioco nella città famosa per il …Gioco al Bracciale, non diventi comunque ‘una malattia’.
In effetti la speranza non è stata mai tanto mortale. A metà degli anni 40, Aldo Capitini scriveva: “la crisi odierna è anche crisi dell’assolutizzazione della politica e dell’economia”. Capitini è il Gandhi italiano, lo teorizzò e tradusse in ‘non violenza’ il termine a-himsa. Divenne vegetariano per protestare da antifascista contro tutte le uccisioni, in un momento in cui Mussolini si apprestava a mandare l’Italia in guerra. Fondò la prima scuola vegetariana del nostro Paese. Io lo conobbi perché il mio capo a ‘La Nazione’ mandava me, ‘il ragazzino di bottega’ a ritirare l’articolo del Professore da pubblicare in ‘nazionale’. Lui, Padre della Repubblica, non volle far parte dei partiti e i partiti esclusero lui da tutto. Così come Giovanni Gentile l’aveva cacciato dal posto di segretario alla Normale di Pisa. Perché, Aldo Capitini oltre ad essere antifascista, “era per di più un galantuomo” commentò il filosofo che aderiva perfettamente al regime.
Morì nel ’68, fondamentalmente isolato nella ‘sua’ Perugia, a 80 km da Tolentino dove nessuno lo ha ricordato qualche settimana fa, accogliendo e celebrando Tara Gandhi, la nipote del Mahatma di cui Capitini era stato il grande interprete italiano. Si sa, ognuno ha le proprie ricette. Nelle Marche a ricordare tuttavia il filosofo della ‘non violenza’ ci sono alcune vie e a Pesaro dove vive, sopratutto, il nipote che porta il suo cognome. Dieci anni fa, circa, venne eletto coordinatore regionale dei Verdi. Serviva un bel nome: controcorrente come lo zio, Capitini jr. non durò molto.


Possiamo concluderne che, se Capitini anziché il Gandhi italiano fosse stato il nipote di Gandhi, in Italia avrebbe fatto furore (a patto, ovviamente, di non essere controcorrente come lo zio).
“Come accade in tutte le democrazie avanzate è utile mettere sotto la lente d’ingrandimento chi finanzia fondazioni e politici. E’ importante per monitorare meglio le azioni di governo che si fanno in campo ambientale, energetico, nel settore dei giochi d’azzardo, nell’informazione, nei trasporti, nei lavori pubblici.”
( fonte ) http://www.beppegrillo.it/2013/05/gli_sponsor_dellinciucio/index.html
Bellissimo ricordo, e importante e attuale. Mi preme ricordare che lo scrittore Leonardo Mancino ( maceratese-camerte), scrisse saggi intensi su Capitini, mi corre l’obbligo di segnalare un libro importante di Federica Curzi sul pensiero dello stesso.
Un rigraziamento speciale per l’amico Guido Garufi. So che il suo apprezzamento è puramente ‘tecnico’ e non dovuto all’amicizia ed è ricco d’informazioni come il riferimento alla pubblicazione su Capitini che non conoscevo. Personalmente tengo molto anch’io a questa testimonianza che ho voluto rendere al Gandhi italiano sapendo di non riscuotere …eccessiva popolarità in termini di share. Il gran popolo di CM l’ha infatti pressocchè ignorata: nessuna sorpresa trattandosi appunto di Capitini che morto nel ’68 è ancora un filosofo tutto da scoprire. Non fu così per Pietro Nenni che nel suo diario, il giorno della morte del grande Aldo, lo volle ricordare come un ‘filosofo eccezionale’. Sempre controcorrente ed antipartito (pensate alla sua attualità): “antifascista e post fascista”. Nenni scrisse in conclusionje di Capitini:: “Troppo, forse, per una vita sola. Ma bello”. Il suo movimento aveva un simbolo: il fucile spezzato. Che il mondo che metteva ai margini il Gandhi italiano, come noto, non ha mai spezzato.
Ed un ringraziamento va a a Filippo Davoli per il suo apprezzamento al mio pezzo sulla storia gloriosa degli allievi dei SaLESIANI. E, con il permesso del direttore Matteo Zallocco, ne annuncio un ulteriore con un altro grande nome nel mondo della Cultura e dell’istruzione che i più anziani tra i docenti maceratesi ricordano con affetto e rimpianto.
E’ per caso Stanislao Tamburri?