Femminicidio, la parola vietata
Lo racconta una canzone di Giacomo Leopardi che non fu pubblicata
“Nello strazio di una giovane fatta trucidare col suo portato dal corruttore per mano ed arte di un chirurgo”. Non è un film di Lina Wertmüller ma il titolo di una canzone scritta da Giacomo Leopardi a 21 anni nel marzo del 1819 e dedicata a un femminicidio, oggi dobbiamo proprio chiamarlo così, avvenuto nella città di Pesaro. La canzone, scritta di getto e appassionatamente, non fu pubblicata per il divieto posto dal padre all’editore cui Giacomo l’aveva mandata, giudicandola pressoché oscena, e non fu mai compresa tra i Canti. Conservata dall’amico Ranieri e fatta conoscere alla sua morte non fu mai apprezzata dalla critica accademica che l’ha relegata tra Altri scritti e solo nel 2012 è stata pubblicata dalle Edizioni Osanna nell’ambito di un testo teatrale . che ricostruisce la vita di Giacomo negli anni recanatesi. Tutto era partito da una notizia di cronaca nera data da un giornale di Pesaro. Una giovane donna, Virginia Del Mazzo, abusata e messa in cinta da un “corruttore”, era stata sottoposta selvaggiamente a un aborto da un chirurgo cinquantenne, che si scoprì subito essere lo stesso corruttore, prendendola di sorpresa ed era morta dissanguata durante l’intervento. Il seguito è nella cronaca e negli atti dei processi d’ assise e d’appello conservati negli archivi di stato di Pesaro e Macerata. Sotterrata velocemente con diagnosi di infezione tonsillare, riesumata dopo la denuncia della cameriera che aveva dovuto versare tre bacinelle di sangue, il delitto costò al chirurgo una severa condanna e la reclusione. Ma nel processo d’appello un astuto avvocato maceratese rimescolò le carte, accusò di calunnia la cameriera , inattendibile perché donna e analfabeta, chiamò a testimoniare notabili pesaresi che giurarono sulle alte qualità e le buone intenzioni del chirurgo e gettarono ombre sulla moralità di Virginia, con il risultato dell’assoluzione e della cancellazione della condanna. Ma di queste cose abbiamo qualche esperienza anche contemporanea. Di Virginia resta il canto dedicatole da Leopardi: il suo disperato tentativo di allontanare con le braccia e le mani i ferri che la stanno lacerando, le grida di dolore e il pallore mortale, lo strazio del corpo. Leopardi dalle prime notizie di cronaca ha supposto che Virginia avesse ceduto per amore al suo seduttore e conclude la canzone difendendola dai malevoli ed esaltando l’ amore come la cosa più bella della vita , l’unica per cui lui la riteneva degna di essere vissuta.
Che questo sia stato uno dei primi casi di femminicidio fatto conoscere dalla stampa l’abbiamo discusso insieme con Matilde D’Errico, la regista di Amore criminale presente a “Macerata Racconta”, di Venosa e grande amica di Antonio Vaccaro, il direttore di Osanna Edizioni. E Leopardi forse è l’unico poeta che con assoluta libertà di pensiero ne ha parlato.

……..il femminicidio se accettato nega l’ uguaglianza tra donna e uomo……
Come siamo tutti bravi giudici qui, sappiamo tutto e giudichiamo tutto.
Sta di fatto che noi non sappiamo come sono andati veramente i fatti, potrebbe anche esser vero ciò che attestarono i notabili.
Ma finiamola con questa storia del “femminicidio”! Esiste solo l’omicidio in tutte le sue varianti.
Laddove omicidio c’è, s’intende.