Gino Marotta, innovatore e già classico

Il ricordo del grande artista recentemente scomparso

- caricamento letture
marotta

Gino Marotta a Isola di Pievebovigliana

di Giuseppe De Rosa      

Quell’anno la neve cadde con un certo anticipo. E gli operai del comune, secondo un’inveterata consuetudine, rimandavano a domani quel che potevano fare oggi. Fu così che una bianca coltre ricoprì per qualche tempo, tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre del 1975, le sculture di Gino Marotta disseminate all’aperto con apprezzabile audacia lungo vie e piazze di Camerino. Erano apparse, curiose e lucenti, col sole d’agosto: la tigre e la giraffa in piazza del Duomo, qualche metro più in là lo scintillante albero di bronzo, e nel cortile dell’arcivescovato il verde bosco di metacrilato dai mille anfratti. Alla Rocca borgesca lo struzzo che campeggiava davanti ai Sibillini. E altre creazioni in realistica… fantasia al palazzo ducale, a San Venanzio, a porta Caterina Cybo. Al chiuso altre fiere surreali affiancate da fiori e quadri: nella chiesa di San Francesco – allora sede del museo-pinacoteca – accanto ai pittori del Quattrocento, nel piano superiore dell’ex convento di Muralto restaurato di fresco, nel foyer del teatro “Marchetti” a far contrasto col rosso pompeiano delle pareti. L’intera città era rimasta coinvolta in un esperimento d’arte al suo esordio vissuto dagli abitanti con la consueta cautela mascherata d’indifferenza. Noncuranza ai limiti dell’ingratitudine, poi, il destino di quella felice ispirazione che era stata la “Rosa della Sibilla” – “scultura in cemento e acqua”, come la definì l’autore – che a quasi quarant’anni di distanza ancora resiste e qualifica quel piccolo spazio a strapiombo sulla mura che i camerinesi chiamano Lo Spiano, ma sin dal primo momento abbandonata dall’incuria di governanti che non ne hanno mai compreso a pieno il rilievo d’urbanistica e d’arte.

foto 6

Lo Spiano di Camerino, arricchito nel 1975 con “La rosa della Sibilla”




Scriveva l’indimenticato don Antonio Bittarelli l’11 ottobre 1975: «Se Marotta fosse stato compreso da tutti egli si sarebbe offeso. Un artista che si propone, o si trova, a mediare la civiltà industriale e l’arte, non può essere compreso, non dico dall’uomo della strada, ma neppure dal critico impegnato con i classici». Ma la mostra antologica di Gino Marotta sparsa per la città in quell’inobliabile 1975 alla fine era riuscita a rompere il riserbo dei camerinesi ed era stata accolta con compiaciuto gradimento. Chi ne aveva la responsabilità assicurò anche che altre iniziative di così largo respiro sarebbero seguite, ma lo scetticismo dei camerti non avrebbe fatto fatica a riconquistare lo spazio poco prima ceduto. Marotta tornò con tre mostre personali a Camerino, nel Palazzo ducale, in tutte le occasioni per brillante iniziativa dell’università: nel 1989, nel 1992 e nel 2005. L’apprezzamento per l’artista, ormai nel pieno della maturità e sempre più noto al grande pubblico, fu notevole, anche se l’incanto della prima stagione camerte non era più ripetibile negli uomini e nelle cose.

foto 5

Un giovane Gino Marotta con a fianco Giuseppe Ungaretti

Gino Marotta, molisano d’origine, tenne ben saldo il suo speciale legame con la terra camerinese, iniziato quando aveva conosciuto Nancy, la sua prima moglie e madre dei figli Stefano e Gea, della quale era presto rimasto vedovo. Allora non era difficile incontrarlo per le solitarie strade della città, chissà se in cerca d’ispirazione; chi scrive, quasi coetaneo dei suoi figli, ebbe talora il privilegio di vederlo al lavoro, sempre di sfuggita – ché l’uomo era riservato e silenzioso, ai limiti della timidezza – nell’ampia casa dal duplice ingresso lungo il corso e via Vicomanni, della quale ancor oggi gli restano impressi la penombra ovunque diffusa e il particolare odore, divenuto col tempo quasi… proustiano, di chissà quale impregnante dato ai pavimenti dalla padrona Ninetta Strampelli, la mamma di Nancy. Quando l’importanza via via crescente dell’artista e le avversità della vita lo allontanarono da Camerino egli scelse la piccola frazione di Isola di Pievebovigliana quale sua seconda dimora, dove ormai viveva una buona parte dell’anno. Appartato nella natura quieta e rutilante della nostra montagna, eppure aperto al mondo, com’era la sua indole.

***

foto 3

Maggio 2010, esposizione all’abbadia di Fiastra

Le stagioni della vita d’artista di Gino Marotta sono descritte nel bel volume di Maurizio Calvesi, edito nel 2007 per i tipi di Silvana editoriale, arricchito da immagini, apparati critici e minuziosa bibliografia. Il quadro della personalità dell’artista sfiora la completezza e da esso emergono le tappe fondamentali, le influenze, gli amici, i materiali utilizzati, l’impegno – oltre che nella pittura e la scultura – anche nell’urbanistica e nel paesaggio, nella sceneggiatura teatrale e televisiva. Se si escludono gli esordi del giovane che da Campobasso si trasferisce a Roma per cercare di dar forma alla sua vocazione artistica, l’opera di Marotta è figurativa – quindi accessibile al grande pubblico – pur senza rinunciare all’astrazione e alla simbologia. Ecco dunque il suo zoo, i suoi alberi, i fiori, più raramente le persone. Tutti riconoscibili, in una pur fantasmagorica fissità quasi… bizantina. Ha lavorato con materiali diversi, dal metallo alla pietra al metacrilato, persino col fieno. Ma è proprio la materia plastica, forse, con i suoi colori, le sue forme accattivanti, la sua forza di evocare il tempo dell’infanzia, a colpire e affascinare lo spettatore. Non a caso un importante critico, Emilio Radius, scriveva nel 1973: «Non ho mai visto materia plastica così nobilitata e illeggiadrita… Marotta fa cadere un altro luogo comune, secondo il quale la materia plastica è roba vile che i posteri disprezzeranno. Applicato alla vegetazione, arbusti, alberi, cespugli, boschi, selve, il metacrilato stampato sotto vuoto assume aspetti di un naturalismo magico e ha effetti davvero inattesi».

Ottobre 1975: un’improvvisa nevicata trova impreparato lo struzzo di metacrilato davanti all’ex convento di Muralto

Ottobre 1975: un’improvvisa nevicata trova impreparato lo struzzo di metacrilato davanti all’ex convento di Muralto

Le sue mostre in Italia e all’estero non si contano. A noi che scriviamo da questo lembo così periferico della cultura nazionale sta a cuore ricordare – oltre a quelle di Camerino – le due esposizioni maceratesi del 1969 e del 1999 con gli straordinari “Metacrilati” a Palazzo Ricci, del 2010 all’abbazia di Fiastra e quella di Urbino del 2001, collocata nella mirabolante cornice del Palazzo ducale.

***

Venerdì 16 novembre 2012, all’età di 77 anni, proprio mentre a Roma, presso la Galleria d’arte moderna e contemporanea a Valle  Giulia, era in corso una delle mostre forse più importanti della sua vita, un malore improvviso ce lo ha allontanato per sempre (LEGGI L’ARTICOLO). Resteranno il suo ricordo di artista innovativo ed elegante e le opere d’arte frutto della sua genialità. Il suo legame con Camerino, Pievebovigliana e la terra della Marca. Un artista che ha lavorato con la duttilità di nuovi e antichi materiali, un innovatore che è già un classico.

 

 

foto 4

“La rosa della Sibilla”, scultura d’acqua e cemento, secondo al definizione dell’autore

© 

 

 

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page
Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Gianluca Ginella. Direttore editoriale: Matteo Zallocco
Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X