La profezia dei Maya
e l’invasione degli storni

Una parola – storno - che ne evoca altre, in economia e in politica. Lo spopolarsi dell’entroterra, lo “spending review” e il “living review”
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liuti giancarlodi Giancarlo Liuti

Perché mai le profezie dovrebbero, per essere tali, avverarsi al cento per cento? Tutto è relativo, anche nella remota cultura dei Maya. E se lo scorso 21 dicembre la loro idea della fine del mondo ha avuto appena l’uno per cento di conferma, non vedo per quale ragione bisognerebbe considerarli pazzi in assoluto. Da noi, per esempio, un segnale c’è stato. E mi riferisco all’incursione degli storni che proprio in quel giorno hanno riempito il nostro cielo facendo presagire ai più timorosi l’imminenza di uno sconvolgimento epocale. Si guardino, su Cm, la foto di Michele Vecchioli e, soprattutto, il video di Giacomo Domizi. Che stava accadendo? Non la caduta della luna o del sole, come forse pensavano i Maya. Ma qualcosa di grande e di nuovo sì. E le grandi novità, specie se misteriose e improvvise, sono sempre inquietanti.

(foto scattata a Piediriada Michele Vecchioli)

Foto scattata a Piediripa da Michele Vecchioli

Né si dica che lo storno è una creatura del tutto innocua. Non aggredisce gli esseri umani  come facevano, nel 1963, gli uccelli del celebre film di Alfred Hitchcock, ma li bombarda coi suoi proiettili digestivi in cui si annida il rischio di epidemie o pandemie virali e batteriche. La parola “storno”, inoltre, ha un qualche rapporto con la crisi economica che ci sta attanagliando, giacché allude a certi insidiosi trasferimenti di denaro da una voce all’altra dei bilanci anche bancari e sono ben note le conseguenze, nelle nostre tasche, delle forsennate speculazioni finanziarie. E ancora: qual è l’origine “etnica” degli storni? L’Africa settentrionale. Ed ecco il loro legame con un altro fenomeno che non cessa di allarmarci: l’arrivo dei migranti dalla Libia, dall’Egitto, dalla Tunisia. E ancora: siccome “stornare” significa “distogliere”, non si comportano forse da “storni” coloro che reggono la politica maceratese  badando sin troppo a se stessi e distogliendosi dai reali problemi della città? Talvolta si ha la sensazione che passino il tempo a cantare “stornelli” (altra parola la cui assonanza non va sottovalutata) per disputarsi incarichi in giunta, e già immagino un esponente del centrosinistra che si rivolge a un’assessora e le dice “fiore de mora, / te pijo pe’ ‘na mà, te pòrto fora/ eppò lu sindirai che vendu tira” e lei che risponde “fiore de menta, / su la pianduccia mia non ce se monda / perché adè troppo tenera la pianda”). La fine del mondo, dunque, non c’è stata. Ma starei attento a concludere che i Maya si sono sbagliati del tutto.

L’invasione degli storni mi ha poi fatto riflettere su un’altra cosa: la loro popolazione, da noi, sta aumentando, mentre la nostra è in calo. Vero è infatti che rispetto al censimento del 2001, quando in provincia risiedevano 301.500 persone, adesso il totale è di 319.600, con una crescita di 18.100 unità, ma allora gli immigrati stranieri erano il 4 per cento (circa 12.000) mentre oggi hanno raggiunto l’11 per cento e sono circa 36.000, dalla qual cosa si evince che, nel frattempo, il numero  dei maceratesi per così dire autoctoni non solo non è cresciuto ma si è ridotto di 24.000 anime. Intendiamoci, l’afflusso degli immigrati non mi sgomenta, specie sotto l’unico profilo che conti, cioè quello umano. Sta di fatto però che il numero dei  “veri” maceratesi  si va riducendo e ciò dipende – credo, non sono un demografo – da una strisciante e progressiva prevalenza dei morti sui nati. Naturale, stiamo invecchiando. E, del resto, questo fenomeno riguarda un po’ tutta Italia. Ma se gli storni aumentano e le persone calano, beh, non mi sembra un buon viatico per il futuro.

 

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C’è infine un aspetto che mi procura una tristezza particolare e sta nel continuo spopolarsi delle zone d’alta collina e di quelle montane. Sono 31 comuni, dove oggi risiedono complessivamente 40.800 persone, fra le quali bisogna considerare una pur modestissima percentuale di immigrati. Dieci anni fa ci abitavano in 41.000. Solo 200 in meno? Un’inezia, me ne rendo conto. Ma in media si tratta pur sempre di 6,5 anime a comune che mancano all’appello e questo riguarda piccoli centri nei quali, già da tempo, c’era ben poco da ridurre. Acquacanina, per esempio, aveva 139 abitanti e ne ha persi 17, Montecavallo 149 e ne ha persi 22, Bolognola 161 e ne ha persi 6. Perché tristezza? Basta guardare “Le 57 meraviglie della provincia di Macerata”, il bel libro d’immagini che Guido Picchio ha ripreso dall’elicottero:  decine di paesini antichi, circondati dai boschi, stretti intorno a chiese spesso medievali, impreziositi da affreschi e statue secolari, abitati da gente aperta, cordiale, onesta, legata ai valori di un civismo che altrove declina sotto lo strapotere del dio denaro. Gente dalla quale, come dicono gli americani, si acquisterebbe senza timore un’auto usata, ammesso che ne abbia una. Gente che piano piano se ne va, in questo mondo o nell’altro. E il “progresso” galoppa (cavallina, cavallina “storna”, che portavi colui che non ritorna …). La provincia, per ora, si è salvata (e non mi riferisco all’ente amministrativo e politico, che m’interessa fino a un certo punto, ma all’insieme di un territorio che ha un volto, un’anima, un’identità) . Per ora. Tuttavia l’urgenza dello “spending review” (revisione della spesa pubblica) non è cessata e vi saranno smembramenti, ridimensionamenti, frazionamenti, abbandoni. E sia. Più dello “spending review”, allora, mi sembra sconsolante il “residing review” (revisione del risiedere) o, peggio, il “living review” (revisione del vivere).



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