Macerata, basta compiangersi
Per superare la crisi servono idee

L'INTERVENTO - Un invito a riflettere sulle peculiarità della città e del suo centro storico, senza scopiazzare altre realtà che hanno spazi e caratteristiche diverse dal capoluogo
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Piazza-libertà

 

Pubblichiamo con piacere un nuovo contributo sul dibattito sul centro storico.

di Alberto Cicarè

C’è una favola di Esopo che mi è venuta in mente leggendo gli articoli e i commenti sulla situazione in cui si trova il centro storico di Macerata; si tratta de “Il nibbio che voleva nitrire” e racconta di come il rapace, perennemente insoddisfatto della sua voce e altezzoso nei confronti degli altri suoi simili, provò con tanta forza e stoltezza a imitare il nitrito del cavallo, che finì per rimanere quasi privo di voce. Morale: chi cerca di imitare ciò che è fuori dalla sua natura, perde anche le proprie doti originali. Il centro della nostra città per oltre cinquecento anni è stato testimone e complice di vite, avvenimenti, commerci; i miei nonni contadini quando dalla periferia partivano per il mercato in centro dicevano di “andare a Macerata”: la città e la sua piazza coincidevano.
Negli ultimi venti anni questa corrispondenza è venuta meno; modelli di consumo e politiche urbanistiche a lungo osannati ma che oggi stanno mostrando i loro devastanti effetti  hanno determinato una crisi dei centri storici che è piuttosto generalizzata, quindi innegabile. E’ una mutazione che si compie in un tempo piccolissimo di fronte ai secoli di storia contenuti nelle mura cittadine; la città negozi-in-centro-20dispersa, i centri commerciali stanno velocemente distogliendo risorse ed energie alle zone centrali, determinandone una crisi che è di identità, prima di essere economica e sociale. E allora eccolo, il nibbio che non cerca di migliorare la propria voce ma vuole imitare quella del cavallo, così squillante ma tanto lontana dalla sua natura. Il paragone continuo con Civitanova, con le zone commerciali della valle, le ipotesi di aprire al traffico, di liberalizzare i parcheggi lungo vie e piazze. Sono utili se Macerata è essenzialmente diversa, ha una storia, attitudini, spazi inconfondibili con le realtà da cui si vuole prendere ispirazione? Il nostro centro ha dei limiti fisici insuperabili che ne determinano la bellezza e la fragilità; anche volendo, le rotonde con le palme in mezzo o i posteggi a perdita di vista proprio non possono entrarci.
È facile dire: apriamolo; è la soluzione più semplice e immediata, non richiede alcuno sforzo di immaginazione. Ma se guardiamo ai risultati di lungo periodo di politiche incerte, di compromesso, con Ztl progressivamente sempre più ristrette e perforabili non piazza_libertà_maceratapossiamo non constatare come il centro storico non riesca più a essere il salotto dove si svolge la vita pubblica e di relazione della città, le strade sono devastate dal passaggio delle auto, i residenti diminuiscono e quelli che rimangono si lamentano, il commercio langue. La piazza sta perdendo la sua identità, e c’è chi vorrebbe dissolverla completamente nel tritacarne di un’epopea del consumo fast food che per fortuna è agli sgoccioli. Per affrontare la crisi indubbia che sta vivendo, Macerata allora dovrebbe guardare dentro sé stessa, come ha provato inconsapevolmente a insegnarci con il suo video lo studente americano David Kong (leggi l’articolo); la nostra città è quella ripresa nelle sue immagini, è il posto che questa estate ho visto sorprendentemente visitato da tantissimi turisti, ma non è, non può essere solo una cartolina. La nostra gente mostra un imprevedibile desiderio di uscire appena sente il richiamo di uno stimolo vero; le decine di realtà associative impegnate nei campi più diversi, la stessa creatività di buona parte dei commercianti rivelano la voglia di muoversi verso obiettivi comuni e superiori agli interessi singoli. Da questo dovremmo ripartire: quale altra città nel raggio di decine e decine di chilometri può vantare tanti punti di forza che noi possediamo tutti insieme? Università, musei, teatri, spazi commerciali e ricreativi sono un patrimonio che dobbiamo imparare a valorizzare, piuttosto che scadere nell’autocommiserazione o nell’inutile confronto con le città dell’outlet. Certo la sfida non è facile, ci vogliono energia, creatività, intelligenza; ma la tremenda crisi morale prima che economica che stiamo vivendo non è figlia dell’appiattimento su modelli di consumo in cui tutto sembra facile in quanto acquistabile, privandoci così della capacità di ideare, modellare, costruire? Queste sono le caratteristiche che hanno fatto grande il nostro Paese in ogni epoca, da esse dobbiamo ripartire per opporci alla decadenza.
Ritornando più concretamente al tema del centro storico: una questione imprescindibile da affrontare è quello della residenza. La differenza fondamentale tra un centro direzionale o commerciale e un centro storico è che nel primo si va per ottenere dei servizi, mentre nel secondo si vive, e ciò richiede l’erogazione di servizi: è l’unico suo elemento vincente.
L’antropologo Marc Augè scrive che nonostante questa sia la società dell’informazione, i mezzi di comunicazione rimangono degli strumenti che non possono sostituire la realtà: noi viviamo dove viviamo. Riportare la vita in centro richiede prima di tutto renderlo più abitato e con questo sviluppare le relazioni sociali. Per questo è necessario stimolare gli investimenti nelle ristrutturazioni con sgravi e facilitazioni (ne ho visto un interessante esempio nel Comune di Reggio Emilia) ma anche pensare a interventi mirati a rendere più semplice la vita dei cittadini.
Sono indispensabili idee, impegno, competenze; il tavolo di lavoro che si è costituito per fare proposte sul centro storico, che riunisce residenti, commercianti, studenti, associazioni, può essere una strada per trovare dal basso le energie creative necessarie a farlo rinascere, perché Macerata ritrovi la propria voce.



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