Dall’inferno della cocaina alla rinascita

La storia di Giovanni raccontata negli incontri del venerdì al Caffè del Viale

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bommarito-giuseppedi Giuseppe Bommarito

Dopo un lungo e dolorosissimo viaggio all’inferno, la difficile rinascita, la resurrezione fisica, morale e spirituale di un giovane dirigente d’azienda, friulano di nascita e in seguito divenuto milanese per motivi di lavoro, da qualche anno ormai stabilizzato dalle nostre parti, che nei giorni scorsi ha raccontato la sua storia in occasione degli ormai tradizionali incontri denominati “Un caffè in compagnia” e promossi tutti i venerdì dalle 14 alle 14,30 da Lauro Pietrella e da alcuni suoi colleghi di lavoro a Macerata, presso il Caffè del Viale. Giovanni – questo il nome del protagonista dell’incontro – in un certo momento della sua vita, alle prese nella capitale lombarda con problemi e responsabilità lavorative nel mondo della moda forse più grandi di lui, ha iniziato a sniffare cocaina, nei primi tempi per darsi sicurezza e per reggere ritmi lavorativi sicuramente pesanti, poi perché non riusciva più a farne a meno. Sì, perché la cocaina, come e forse anche più di altre sostanze stupefacenti, si porta dietro una dipendenza che è sempre in agguato, assieme ad una progressiva assuefazione che spinge il cocainomane a dosi sempre maggiori e sempre più frequenti, e a volte anche al passaggio a modalità di assunzione ancora più dirette e devastanti (ad esempio, tramite il fumo nella versione “crack”).
La storia di Giovanni non si differenzia molto da quella di tante altre persone passate in un tempo più o meno breve, e spesso inconsapevolmente (mentre si continua a mentire a se stessi, ripetendo a destra e a manca che la sniffata è un optional, è una pratica che può essere abbandonata come e quando si deciderà di farlo), dall’uso della droga perché apparentemente fa star bene alla ricerca ossessiva della sostanza per non stare male, anzi, malissimo, in un meccanismo necessitato e autodistruttivo apparentemente senza fine e senza scampo.
Giovanni, con parole semplici ma estremamente precise ed efficaci, ha infatti raccontato dapprima la sua vicenda familiare (senza però cercare alibi di sorta), passando poi alla sua parabola di cocainomane, dalle prime assunzioni caratterizzate da una invincibile energia fisica e psichica e da una sensazione di onnipotenza, di apparente grande lucidità, di padronanza dei problemi, che lasciavano però alla fine dell’effetto stimolante una vaga sensazione di depressione, per arrivare infine, nelle fasi di dipendenza ormai conclamata e di insostenibile astinenza, a crisi sempre più ravvicinate di tipo persecutorio, alla paranoia, al panico, alle allucinazioni, agli incubi, alle sensazioni di morte imminente, alla totale incapacità di lavorare e di pensare a se stesso, alla ricorrenti tentazioni suicidarie.  
Da qui il calvario usuale in queste situazioni, laddove si viene risucchiati in un vortice nero come la notte e finiscono per cadere come birilli, una alla volta o anche tutte insieme, le relazioni lavorative, sociali, affettive, familiari. In breve tempo Giovanni aveva perso tutto e aveva azzerato completamente la sua vita, nella quale ormai esistevano solamente la cocaina, la ricerca quotidiana e spasmodica dei soldi per acquistare le dosi e il continuo filo diretto con gli spacciatori che dovevano rifornirlo in qualunque ora del giorno e della notte.
In quel momento, quando la morte era ormai dietro l’angolo, ecco però inaspettatamente una mano tesa, l’incontro con un amico e con i suoi giusti consigli e la decisione, sollecitata anche da un atteggiamento fermo dei suoi familiari, di andare in comunità terapeutica non solo per disintossicarsi sul piano fisico, ma anche per intraprendere una cura che lo aiutasse a ricostruirsi nell’anima, nella personalità, anche nelle parti più oscure di se stesso, quelle che avevano finito per portarlo alla tossicomania. Ecco quindi Giovanni arrivare, per una serie di strani casi della vita, da Milano alla PARS di Corridonia, e qui, aiutato dallo staff della comunità e facendo un faticoso passettino alla volta, nell’arco di qualche anno riuscire con grandi sforzi e tanta sofferenza a passare dalla iniziale convinzione, sia pure non esplicitata, di non avere in realtà bisogno di alcuna terapia alla piena consapevolezza della grave malattia (la tossicodipendenza) che si era autoindotto e che lo stava uccidendo. Poi il continuo progresso verso livelli superiori di responsabilità e di padronanza, sino al recupero totale ed anche alla sua piena riabilitazione lavorativa, aiutato anche dal suo decisivo incontro con la fede attraverso il movimento di Comunione e Liberazione. Oggi Giovanni si è sposato, vive felicemente insieme a sua moglie insieme alla altre famiglie che condividono la gestione della comunità e dirige in prima persona l’azienda agricola della comunità stessa. Una persona finalmente recuperata, in pace con se stesso, con gli altri e con Dio.
Una storia positiva, se vogliamo, che però serve a riflettere sulla facilità con la quale si può cadere nella tossicodipendenza, sui pericoli anche mortali della droga, sugli effetti devastanti della cocaina (una droga troppo spesso sottovalutata e stupidamente ritenuta solo un’occasionale compagna di viaggio) e sulla enorme difficoltà delle terapie per venirne fuori e per riaffacciarsi alla vita nel pieno delle proprie potenzialità.


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