Il testamento fa spettacolo a Mogliano

Prosegue con successo il Festival della UILT

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I-fratelli-testimoni1-300x293di Walter Cortella

Per il secondo appuntamento del Festival della UILT, al teatro Apollo di Mogliano si è esibita la Compagnia «Per stare insieme» di Pescara che ha presentato «Lu testamente», commedia brillante in dialetto, scritta da Michele Ciulli che ne è anche l’interprete principale. La formazione abruzzese è di recente costituzione, ma ha già al suo attivo almeno una dozzina di lavori, perlopiù in vernacolo. La vicenda porta alla ribalta i classici personaggi del teatro dialettale che incarnano vizi, virtù e tradizioni della cultura locale e ruota intorno ad un bizzarro testamento con il quale il buon Pampalucce (deformazione dialettale del nome Panfilo) tira uno scherzo mancino ai componenti della sua famiglia e della comare, sempre prodiga di cure amorose nei suoi riguardi. All’indomani della sua dipartita, viene reso pubblico il testamento redatto da un notaio alla presenza di due poco attendibili testimoni, i fratelli Ughette e Giuvacchine, entrambi detti «’ndundite», ovvero tonti.
Lintero-cast1-1024x552È il soprannome che, secondo una solida tradizione, la loro famiglia si tramanda di generazione in generazione. Ma la lettura del documento riserva un’amara sorpresa a moglie, figli e comare di Pampalucce perché costretti a dividersi un’eredità invero modesta, mentre il «tesoro» di famiglia, una rilevante somma di denaro tenuta ben nascosta da Pampalucce sotto un mattone del pavimento, viene destinata al mantenimento di Friselle, il fedele somaro, instancabile compagno di fatica dell’uomo. Pampalucce viveva in simbiosi con l’animale al quale a suo dire mancava soltanto la parola. I due si capivano alla perfezione e lui l’amava quasi più della moglie. Inutile dire della delusione degli eredi nel vedere che quella cospicua somma finisce in seguito, dopo la morte della bestia, nelle avide mani del parroco e, quindi, del vescovo. La commedia, ispirata ad una arguta poesia di Modesto Della Porta, poeta-sarto di Guardiagrele dei primi del ’900, è stata ambientata negli anni ’60. Grazie ai numerosi colpi di scena, alle battute spiritose e al linguaggio colorito, ricco di doppi sensi, allusioni e giochi di parole ma che non trascende mai in espressioni di gusto dubbio, risulta divertente, gradevole e di facile presa sul pubblico.
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La forza del testo sta nell’arguzia e nella spontaneità di un linguaggio semplice e immediato. Ciulli tiene molto bene la scena, grazie alla sua prorompente vis comica. La sua è una performance di tutto rispetto. Lo spettacolo nel suo complesso è buono, anche se ha messo in evidenza alcune lieve sbavature interpretative, dovute più che altro alla poca esperienza teatrale maturata dal complesso nella sua breve esistenza. Ciò nonostante è doveroso sottolineare che alcuni personaggi sono stati caratterizzati in maniera più che soddisfacente. Alludo, oltre che al protagonista principale, ai due testimoni (Pietro Cipolla e Umberto Giansante) che hanno saputo dare di sé l’immagine precisa di uomini….semplici. Altre caratterizzazioni riuscite sono quella del notaio, interpretato con eleganza da Ferdinando Giammarini e quella di Sandrine (Maurizio Pirocco), il figlio un po’ ingenuo, per non dire tonto. Per gli altri personaggi il giovane regista Stefano Arbizzoni dovrà procedere ad una più attenta definizione e curare alcuni dettagli importanti. Particolare attenzione è stata posta nel ricreare l’ambiente rurale e i costumi dell’epoca ed nel recuperare un linguaggio che ormai è andato irrimediabilmente perduto, sostituito da un anonimo italiano regionale.

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