L’insediamento produttivo di Valleverde
Storia dell’ennesima incompiuta

L'INCHIESTA/1 - Un intervento fondato su un'esigenza di sviluppo produttivo in realtà non presente a Macerata e basato su un intervento infrastrutturale (lo svincolo di San Claudio) troppo facilmente dato per scontato
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Prima delle due puntate della nuova inchiesta dell’avvocato Giuseppe Bommarito che questa volta si è occupato per Cronache Maceratesi dell’insediamento produttivo Valleverde, tornato di estrema attualità dopo la recente presentazione del comitato composto da politici, tecnici e imprenditori a favore dello svincolo della Superstrada a San Claudio (leggi l’articolo). L’avvocato Bommarito ricostruisce tutte le fasi di una vicenda che va ormai avanti da molti anni e in cui non mancano aspetti su cui fare chiarezza anche da parte delle istituzioni.  

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di Giuseppe Bommarito

Fu la Giunta Maulo nel 1997 ad individuare l’area di Valleverde (quella che parte dietro al bar Filoni a Piediripa e poi, costeggiando la zona di campagna a nord del Cityper, arriva quasi all’abbazia di San Claudio) come zona per un insediamento produttivo di notevoli dimensioni, circa 35 ettari, da realizzare con un apposito piano ad iniziativa pubblica (in sigla PIP). Una scelta allora presentata come una necessaria mossa strategica e di riequilibrio territoriale tra Macerata e le città limitrofe, dove stavano sorgendo sempre più numerose le aree destinate ad insediamenti industriali ed artigianali. In realtà, senza bisogno di scomodare l’attuale gravissima crisi economica, era già allora troppo tardi, perché Macerata, beatamente dormiente nel suo ruolo di città impiegatizia e di servizi, era ormai letteralmente circondata da insediamenti produttivi creati a Corridonia, Pollenza, Treia, Montecassiano, Montelupone, dove quei Comuni (ognuno per conto suo, ovviamente) la terra agli imprenditori, anche a quelli provenienti da Macerata, quasi gliela regalavano purchè venissero a tirar su capannoni su capannoni.

Tanto era il ritardo, e tanto forte era la concorrenza degli altri Comuni, che l’altro PIP per insediamenti produttivi di Piediripa, quello approvato dal Comune di Macerata nel 2000 e sito in contrada Peschiera, vicino al mercato dell’ortofrutta, composto solamente da sei lotti, partì con grosse difficoltà e ancora oggi non ha trovato tutti gli acquirenti. Era quindi già allora evidente che in città la richiesta di spazi produttivi, per una serie di motivi che venivano da lontano, era molto bassa e che eventuali nuove iniziative imprenditoriali nel territorio di Macerata avrebbero potuto trovare facile collocazione in contrada Peschiera o, meglio ancora, nel già costruito, in qualche capannone dismesso o rimasto allo stato grezzo, senza bisogno di sventrare e di snaturare l’area di Valleverde.

inchieste-cmEppure, subito dopo l’insediamento della prima Giunta Meschini (all’incirca nel 2001-2002) in Comune si cominciò a favoleggiare circa la necessità di un notevole ampliamento della zona produttiva di Valleverde, quei 35 ettari già individuati dal previsto PIP pubblico e già chiaramente sovradimensionati, ingrandimento resosi necessario secondo alcuni per soddisfare una presunta grande domanda di lotti da parte delle categorie produttive, addirittura eccedente rispetto all’originaria previsione del PIP.

Questo ampliamento avrebbe anche consentito di evitare di tagliare a metà (come prevedeva la variante Maulo) i fondi agricoli irrigui ricadenti nella zona di Valleverde destinata a PIP, all’acquisizione dei quali il Comune avrebbe dovuto procedere tramite esproprio o accordo bonario. Sì, perché un piano di insediamenti produttivi comporta che il singolo Comune, individuata l’area, l’acquisisca dai vari proprietari a prezzi di esproprio o a quelli frutto di una trattativa bonaria, realizzi a suo carico le opere di urbanizzazione primaria e poi, frazionati i singoli lotti, li venda agli imprenditori industriali o artigianali interessati. Un iter che, com’è evidente, richiedendo notevoli anticipazioni da parte dei Comuni, solitamente porta a scelte ragionate ed evita che si largheggi oltre il dovuto nelle dimensioni dell’area e di conseguenza nei costi delle opere di urbanizzazione.

A Macerata, tuttavia, in quegli anni di Giorgio Meschini & Company si ragionava come sempre alla grande. Proclamata a parole da parte degli strateghi dell’urbanistica maceratese l’esigenza (in realtà gonfiata oltre ogni misura, se non del tutto inesistente) di un insediamento produttivo di notevolissime dimensioni, fu poi conseguenziale dire che un piano pubblico così grande e strutturato non sarebbe stato gestibile dall’apparato tecnico e burocratico del Comune e che quindi ben poteva darsi spazio ad un’iniziativa privata che allora cominciava a prendere corpo.

Abilmente sollecitati, si erano infatti sviluppati alcuni contatti tra gli stessi agricoltori proprietari dei fondi di Valleverde interessati dall’eventuale esproprio e qualche imprenditore e si era manifestata l’intenzione condivisa di costituire un consorzio per valorizzare e ampliare il progetto originario del PIP, realizzando così due comparti: i proprietari dei terreni avrebbero mantenuto in loro proprietà le aree più a sud, quelle più vicine alle loro abitazioni, originariamente destinate dal PIP agli insediamenti produttivi, dove, dismesse le loro aziende agricole, avrebbero potuto realizzare una zona destinata ad insediamenti commerciali e direzionali da suddividere in lotti e da cedere poi a prezzi di mercato; le aree più a nord, invece, quelle frutto dell’ampliamento, le avrebbero invece vendute al consorzio ad un prezzo molto contenuto, vicino a quello di esproprio, evitando in tal modo possibili operazioni speculative. Tutti insieme, poi, felicemente consorziati, avrebbero realizzato a proprie spese le opere di urbanizzazione, destinate ad essere cedute a costo zero al Comune di Macerata.

Detto e fatto, nel settembre 2002 la Giunta Meschini partì con una ulteriore variante urbanistica per ampliare la precedente, più limitata, previsione del piano regolatore e garantire così “l’effettivo decollo del ruolo di Macerata nell’ambito del distretto produttivo imperniato attualmente sull’altra sponda del Chienti”. In pratica, con la usuale modestia di quella Amministrazione Comunale, si stabilì a livello quantitativo addirittura un raddoppio dimensionale, passando da 35 ettari ad oltre 57 ettari, per realizzare “il più grande piano per insediamenti produttivi di tutta la provincia di Macerata e uno dei più importanti a livello regionale” (!!!).

Su questi immaginifici e trionfali presupposti nacque così nell’aprile 2003 il Consorzio Urbanistico Valleverde, inizialmente costituito da otto proprietari di fondi agricoli della zona nonché da coloro che sarebbero stati da allora ai giorni nostri i componenti del Consiglio di Amministrazione del consorzio stesso, presieduto sino a pochi mesi fa dall’avvocato Graziano Pambianchi.

Il Consorzio, aperto all’ingresso di tutti gli imprenditori interessati e già forte di un gran numero di richieste di prenotazioni provenienti dal mondo delle imprese (per circa la metà, in verità, imprese edili, e non manifatturiere), si proponeva di progettare e realizzare le opere di urbanizzazione necessarie al nuovo enorme polo produttivo (strade, parcheggi, pubblica illuminazione, verde pubblico, fognature, reti di distribuzione dell’acqua, dell’energia elettrica, del gas, rete telefonica e telematica), per circa il 60% consistente in zona produttiva a prezzi di compravendita convenzionati (€ 14 a metro quadro) e per il residuo 40% in zona commerciale e direzionale a prezzi liberi. A loro volta, gli imprenditori acquirenti dei lotti produttivi si impegnavano anche a svolgere l’attività produttiva descritta in sede di acquisto per almeno tre anni a partire dal rilascio del certificato di agibilità del singolo manufatto e a non vendere il lotto per lo stesso periodo.

Subito dopo, nel luglio 2003, il Comune di Macerata, approvato lo schema di convenzione con il Consorzio insieme alla relativa variante urbanistica, iniziò a parlare di una possibile sinergia con il Comune di Corridonia per il nuovo svincolo della superstrada a San Claudio, con il conseguente collegamento proprio verso l’area del Consorzio e da lì verso Macerata. Attenzione, perché questo è un punto molto importante. Quell’insediamento produttivo così consistente poteva infatti decollare solo divenendo, per il suo posizionamento e per le strade che avrebbe dovuto realizzare al suo interno, parte di un tracciato viario che doveva partire dal favoleggiato nuovo svincolo in superstrada, attraversare il Chienti, lambire il Cityper, raggiungere l’area del Consorzio e proseguire poi verso Macerata città. Cioè, in altre parole, la mitica alternativa allo svincolo della superstrada posto davanti al palazzo Zenith, ancora oggi intasato almeno in alcune ore del giorno.

E proprio in vista di questo collegamento con la viabilità arrivò il 10 giugno 2004 l’approvazione dell’accordo di programma tra Provincia e il Comune di Macerata con la quale si approvava la variante per l’ampliamento della zona produttiva di Valleverde (zona prima in gran parte classificata come agricola e come agricola di salvaguardia ambientale). La Provincia però inserì nel decreto di approvazione un passaggio chiave: i Comuni di Macerata e di Corridonia, insieme alla Provincia e all’ANAS, si dovevano impegnare a concertare la viabilità esterna all’insediamento per collegare l’area di Valleverde verso la superstrada; in caso contrario, ove tali intese non fossero state definite al raggiungimento di una volumetria dei vari lotti pari al 60%, il Comune di Macerata avrebbe dovuto proporre soluzioni alternative.

Il giorno successivo, l’11 giugno del 2004, qualcosa in effetti sembrò muoversi in questa direzione. Fu infatti sottoscritta un’intesa tra la stessa Provincia e i Comuni di Macerata e Corridonia per la realizzazione di un asse viario che doveva partire da San Claudio e arrivare alla strada provinciale che scende da Macerata, inglobando l’area produttiva di Valleverde (circa 1280 metri di strada proprio ricadenti nell’area oggetto dell’intervento). Ma evidentemente la Provincia fu la prima a non credere in questo intervento infrastrutturale (che due o tre anni dopo venne anche “disdettato” dal Sindaco di Corridonia Nelia Calvigioni, allora fresca di prima nomina), tant’è che nel gennaio 2005 venne revocata una determina di un dirigente dell’ente che appena due mesi prima aveva previsto che l’edificazione dei singoli lotti potesse avvenire solo contestualmente all’inizio dei lavori di collegamento verso la superstrada. In pratica, la realizzazione della zona produttiva di Valleverde era ormai del tutto sganciata da ogni concreta prospettiva circa l’agognato nuovo svincolo di San Claudio e il collegamento con Macerata.

Il resto è la cronaca degli ultimi anni, che in buona sostanza ha visto la nascita non di un grande polo produttivo, ma di una cattedrale nel deserto, in pratica un bellissimo anello per gare automobilistiche o di go-kart, sfortunatamente per i maceratesi piazzato in un’area molto significativa dal punto di vista paesaggistico e ad oggi, e per molto tempo ancora, sganciato da ogni collegamento veloce sia con la città di Macerata che con la superstrada.

(1/continua)



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