Giorgio, il rivoltoso
La scomparsa di Marangoni, un uomo che amava Macerata e sognava di cambiarla in meglio attraverso l'Arte
Ci teneva tantissimo ad esserci. Ma non fu possibile. Avrebbe dato chissà cosa quella mattina per stringere la mano a Gillo Dorfles, il decano degli studi di Estetica in Italia da sempre un suo glorioso modello di riferimento. A Dorlfes l’Accademia, la ‘sua’ Accademia di cui era direttore da appena sei mesi conferiva quel giorno il Premio Svoboda, nella cerimonia d’inaugurazione del 40° anno di studi e che avrebbe visto a sorpresa l’uscita del presidente Franco Moschini insediatosi tre anni prima con molte aspettative da parte degli studenti per colui che resta il guru di uno dei marchi più affascinanti dell’industria internazionale.
Tuttavia quel 27 marzo scorso, una mattinata quasi da estate precoce, Giorgio Marangoni aveva avuto un improvviso attacco di febbre, sintomo prodromico della malattia che in breve l’avrebbe aggredito e spento (leggi l’articolo). Ed era rimasto a letto. Toccò allora a Paola Taddei, la vice, a leggere il suo intervento. Un “manifesto” intenso di quello che avrebbe fatto, da direttore dopo 25 anni da docente vissuti con impegno ed un pizzico di distacco, pure da se stesso tanto da ‘battezzare’ l’indirizzo della sua posta elettronica con un Marangaux che la diceva lunga. Diceva dell’autoironia tipicamente maceratese ed ancora dell’attenzione all’eleganza del segno, della testimonianza. Questione d’Arte, s’intende.
Un ‘manifesto’ ed insieme un addio era quell’intervento: un addio che nessuno dei tanti nell’auditorium Svoboda quel giorno avrebbe previsto tanto repentino e definitivo.
“Il mio mandato è iniziato da circa sei mesi e desidero condividere – aveva scritto Marangoni – questo primo momento di riflessione, pensandolo come un ‘viaggio felice e rivoltoso’. L’arte è tutto quello che gira intorno a creatività, pensiero, didattica e arte, appunto, è una sorta di avvicinamento a mondi ‘inventati’, quei mondi che hanno saputo uscire dalla gabbia dell’attesa, da quel meccanismo classico che rimanda invariabilmente ad un domani, a un poi, il momento della felicità”. Ed ancora: “Arte come tentazione di non seguire la pista preparataci con tanta evidenza: è l’invisibile, il sottile, l’etereo a fornirci la soluzione. Insomma tutto ciò che si sottrae ad una ovvia e netta classificazione al primo impatto. Questo è il motivo per cui ho usato il termine ‘rivoltoso’ che vorrei fosse una delle parole-chiave del mio mandato direttoriale”.
“Osservare nei fatti questo proposito non appare semplice, visto il particolare momento caratterizzato, a livello nazionale, dalla diminuzione degli investimenti statali e a livello locale dalla carenza di spazi e dalla necessità di potenziare i rapporti con il territorio”.
Marangoni diceva di sé, più avanti: “Sono per convinzione un ‘civil servant’, per dirla all’inglese: allo Stato che paga il mio stipendio devo dare il massimo perché la società continui a svilupparsi; quindi, tutti insieme a senza rigide divisioni di responsabilità dobbiamo far funzionare nel migliore dei modi, le strutture didattiche che sono lo scheletro sul quale far crescere le nostre conoscenze e quelle degli studenti”.

Paola Taddei (vicedirettore ABAM) e l’ex presidente Franco Moschini lo scorso 27 marzo consegnano il premio Svoboda a Gillo Dorfles, 102 anni
E rivolto ai colleghi: “Quelle che io definisco ‘strane guerre’ sono quelle che hanno condotto ad uno svilimento delle professionalità dei docenti o al rallentamento delle attività didattiche. Molto possiamo fare senza attendere risoluzioni governative o sindacali, valorizzando maggiormente le nostre professionalità…. Possiamo è solo una parola che dobbiamo riempire di senso”.
Più in concreto riguardo al futuro dell’Accademia maceratese: “Se pensiamo alla nostra Accademia come luogo in cui coabitano l’arte, la creazione e la conoscenza, non deve esserci posto per i ragionieri della creatività ma dovremmo essere in grado di consentire agli studenti di procedere pensando alle opere come possibili orizzonti fuori dall’economia e dal reale celebrato, creando nuovi luoghi per l’arte dove nessuna moda avrà mai ragione sull’opera d’arte, dove sarà possibile stupirsi ancora”.
Marangoni si era dato alcune idee guida per le sfide da affrontare ‘tutti insieme’: “1) Rispondere ai bisogni che il territorio esprime attraverso segnali che riguardano l’utilità sociale dell’Accademia; 2) qualificare sempre più il corpo docente con la messa in chiaro dei loro profili professionali; 3) comunicare con l’esterno; 4) verificare, gestire e promuovere ‘la qualità del prodotto’”.
Così concludeva: “…con lo spirito di servizio che, credo, mi abbia sempre contraddistinto in 25 anni di insegnamento, metto a disposizione dell’istituzione la mia passione, le mie conoscenze e la mia professionalità”.
Era appunto un giovane insegnante dell’Accademia di Belle Arti, Giorgio Marangoni, quando insieme facemmo un viaggio a Milano, al Piccolo Teatro di Giorgio Strehler con il quale il ’Lauro Rossi’ si apprestava a stringere uno storico patto di collaborazione che avrebbe visto a Macerata Andrea Jonasson e il Maestro demiurgo parlare in diretta nella chiesa auditorium di San Paolo sulle problematiche de ‘I frammemti’ del Faust di Gothe che strava mettendo in scena con Anna Maria Guarnieri e il suo interprete preferito, il grande attore maceratese Franco Graziosi, Faust appunto. Nella delegazione maceratese c’erano sopratutto il giovane assessore alla Cultura, Bruno Mandrelli e il direttore artistico dello Sferisterio Claudio Orazi. Sulla cui vecchia auto sportiva avevo preso posto insieme con il fotoreporter Pietro ‘Briscoletta’ Baldoni – che riparò provvidenzialmente la vettura fermatasi inopinatamente in autostrada. Considerata la vecchia e calorosa amicizia tra Pietro e Graziosi, Strehler fu particolarmente amicale con la delegazione maceratese tanto da raccomandarci, al momento del congedo, al titolare di un ristorante allora molto in voga e per questo sempre sold out. Fummo ospitati addirittura in una stanza a parte rispetto alla grande sala comune. Ad una precisa e vincolante condizione, però: che, per favore, mangiassimo alla svelta perché di lì a poco sarebbe arrivata una personalità molto importante sulla cui identità si manteneva assoluto riserbo. Marangoni era a capo tavola e quando il cameriere ci diede il segnale che dovevamo ‘sloggiare’ fu il primo ad alzarsi e …il primo a sbattere contro Bettino Craxi che con il suo seguito si apprestava a prendere posto a tavola. Giorgio fu subito circondato dalle guardie del corpo del segretario del Psi ma il giovane uomo che avevano davanti di acuminato aveva solo le idee. Quelle per cui, da insegnante, si rifiutava di essere soltanto un ‘creatore di artisti’ e di vedere l’arte come un artefatto, un oggetto, una simulazione di prodotto ma di volerla come il mezzo per il cambiamento vero, non formale per un autentico divenire del mondo.
Giorgio, il ‘rivoltoso’ che non fece… paura alla scorta di Craxi, se n’è andato senza poter tentare la grande sfida prefigurata nelle tre paginette lette quella mattina dalla prof. Taddei alla presenza di Gillo Dorfles. Adesso si apre una nuova, concreta sfida: la sostituzione di ‘Marangò”, o meglio ‘Marangaux’, di un uomo che amava Macerata e sognava di cambiarla in meglio per mezzo dell’Arte come ‘luogo di incontri spericolati, azzardati, seducenti, inquietanti per mettere in discussione i nostri più radicali convincimenti”.



ciaoooooooooooooooooooooooooooooo t.v.b. mi mancherai
Grazie a Verdenelli per quello che ha scritto su Giorgio Marangoni e per quel ricordo del viaggio a Milano.