Le Grotte di Frasassi diventano teatro
Brockhaus dirige “Le notti bianche”

L'opera di Dostoevskij è stata rappresentata in una location unica al mondo

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Le notti bianche rappresentato a Frasassi

di Walter Cortella

Chiese, chiostri, radure nel bosco, darsene, strutture portuali, ex lazzaretti, cave. Questi i luoghi più originali nei quali ho visto mettere in scena spettacoli teatrali, ma tra di essi c’era fino a pochi giorni fa un vuoto, una lacuna. Sì, mancava una location posta nelle viscere della terra. Ora quella lacuna è stata colmata. Recentemente ho, infatti, avuto il privilegio di assistere in un «teatro» davvero eccezionale a «Le notti bianche» di Fëdor Dostoevskij, uno spettacolo di prim’ordine all’interno delle Grotte di Frasassi. Un’idea certo originale quella di utilizzare una scenografia mozzafiato e unica al mondo. Il regista Henning Brockhaus non ha saputo resistere alla suggestiva proposta. Appagato dalla sconvolgente bellezza dell’ambiente naturale, si è limitato a creare delle candide «nuvole» usando leggeri teli poggiati su un’esile struttura metallica. Un delicato bozzolo, una sorta di iglu entro il quale potessero trovare riparo i due protagonisti della raffinata pièce. Lo spettacolo ha avuto uno svolgimento itinerante. Il ristretto pubblico, non più di quaranta persone, ha seguito il percorso costruito per i visitatori delle Grotte. Di tanto in tanto una sosta per assistere alla performance di Lucia Bendìa e Francesco Bonomo. All’inizio un buio totale avvolge lo spettatore lasciandolo in uno stato di angoscia. Credo che nessuno si sia mai trovato in una simile situazione, in un’immensa cavità sotterranea. Ma il senso di smarrimento dura soltanto un istante. Quando la luce squarcia la cortina di oscurità, le millenarie costruzioni calcari, vero capolavoro della Natura, si mostrano in tutto il loro splendore e stupiscono lo spettatore. Lo smisurato

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Francesco Bonomo

«Abisso Ancona» amplifica le voci degli attori e la musica, mentre il chiarore dei fari richiama alla mente la magica atmosfera che (probabilmente) regna nella città di Pietroburgo durante il solstizio d’estate, quando le giornate sono interminabili e la luce tarda a cedere il passo alle tenebre notturne. In quello scenario surreale, lo spettatore si trova a tu per tu con Fëdor, un impiegato sognatore, timido e schivo, che durante una passeggiata notturna incontra una giovane donna, Nasten’ka.
Tra i due scocca subito una scintilla che però non è amore. Lei, almeno, lo esorta a non innamorarsi perché c’è già un uomo nella sua vita. Per il momento «lui» si trova a Mosca ma, una volta tornato, la sposerà certamente. Malgrado ciò Fëdor si sente subito felice. Tornano ad incontrarsi per quattro notti di seguito. Gli fa bene parlare con quella graziosa e allegra ragazza. Sente di non essere più vittima di quelle angosce che lo spingevano a solitarie peregrinazioni notturne per le vie della città. I due dialogano per ore, si raccontano le loro storie, aprono i loro cuori. Forse Fëdor si sente già preso nelle spire dell’innamoramento o comunque ha la sensazione che stia nascendo un sentimento nuovo. Ormai i suoi sogni sembrano avere una palpabile speranza di diventare realtà. Durante i lunghi colloqui, tra i due nasce gradualmente l’illusione di poter vivere una futura vita di coppia. Ma il sogno di Fëdor si spegne improvvisamente con il ritorno dell’amante di lei e l’impiegato si ritrova di nuovo solo, senza più la liberatoria via di fuga del sogno perché ha ormai conosciuto la felicità, l’amore vero accanto a Nasten’ka. La riduzione e l’adattamento del testo originale sono di Riccardo Ricciardi. La performance di Lucia Bendìa e Francesco Bonomo è stata molto coinvolgente. Il pubblico ha seguito con viva partecipazione le vicende «da favola» dei due personaggi. Hanno recitato con assoluta naturalezza, senza lasciarsi suggestionare dall’immensità del luogo né dalla stringente presenza degli spettatori. Aggraziati e armoniosi i movimenti corporei, negli eleganti costumi di Giancarlo Collis. Felice la scelta del brano musicale Ludwig van di Mauricio Kangel, compositore argentino trapiantato a Colonia, famoso per aver sviluppato l’aspetto

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Henning Brockhaus

teatrale dell’esecuzione musicale. Molte delle sue opere contengono, infatti, precise istruzioni per l’esecutore che entra, così, nel vivo dello spettacolo con movenze, trucco e travestimenti ad hoc. La coppia Bendìa-Bonomo ha conquistato fin dalle prime battute la stima del ristretto pubblico. Attrice di cinema, tv e teatro lei, attore con una certa propensione per le arti circensi, ma anche regista, lui. Per entrambi, ormai una corposa esperienza artistica alle spalle: applauditissima la loro elegante esibizione. Henning Brockhaus, regista tedesco, è stato uno stretto collaboratore di Giorgio Strehler. Vive da molti anni nella nostra regione. Ha al suo attivo un gran numero di regie che, tra prosa e lirica, spaziano da Pirandello a Verdi, da De Filippo a Wagner, da Cervantes a Berio e altri ancora. Il suo curriculum è sterminato. Tra i suoi successi più acclamati dalla critica citiamo le indimenticabili produzioni di Traviata, Rigoletto, Lucia di Lammermoor e Madama Butterfly al Macerata Opera Festival. La sua fama valica i confini europei e conquista a Tokyo, con Macbeth, un prestigioso premio della critica giapponese. Nel 1993 con Traviata e nel 2003 con El Cimarrón di H.W. Henze riceve a Macerata il «Premio Abbiati» della critica musicale italiana.

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Lucia Bendia

 


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