La carta d’identità
di Porto Recanati

Un libro di Lino Palanca su due secoli di storia locale. E vi compaiono pure Napoleone, Vittorio Emanuele II e Santa Teresa

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Porto Recanati dall'alto (foto di Guido Picchio)

di Giancarlo Liuti

Porto Recanati deve fare un monumento a Lino Palanca pari a quello che Lino Palanca sta da anni facendo a Porto Recanati con la sua opera di storico, biografo, linguista (il voluminoso dizionario sul dialetto locale ha un notevole valore anche scientifico), scopritore di talenti e animatore di iniziative culturali. Porto Recanati raggiunse l’autonomia comunale da Recanati solo nel 1893, ma prima, pur vivendo nel grembo della “madre patria” recanatese, i segni di una sua emergente e orgogliosa identità non erano stati pochi né di poco vigore, e l’ultimo lavoro di Palanca li descrive mettendo a frutto sia il rigore di storico che la sua ben nota e arguta capacità divulgativa. Il libro s’intitola “Portorecanatesi nel XIX e XX secolo, la vita quotidiana” e copre il non facile cammino di questo civilissimo centro del litorale maceratese verso la conquista dell’autonomia e il successivo consolidamento delle sue multiformi realtà pubbliche e private.

Sono quasi trecento pagine che spalancano un panorama pressoché completo su tutto: il lento passaggio da povero borgo di pescatori a piccola capitale industriale e rinomata meta turistica, gli eventi, la situazione sociale, l’economia, la sanità, la scuola, la politica, la fede religiosa, un puntuale dizionario dei personaggi più in vista, i fatti minuti ma significativi dell’andare dei giorni e, tantissime, le immagini fotografiche delle vie, delle piazze e delle case com’erano una volta. Ogni cosa raccolta e descritta con la precisione e la chiarezza dello storico di vaglia. La stazione di partenza del libro è il finire del Settecento, con l’arrivo delle truppe napoleoniche. Quella d’arrivo sono le elezioni amministrative del 1960, con la vittoria – per la prima volta, qui, nell’Italia repubblicana – della democrazia cristiana sulla sinistra comunista e socialista (Palanca non va oltre, ritenendo che da allora Porto Recanati si abbandonò all’idea di uno sviluppo urbanistico sul quale persistono controverse passioni civili che fanno da ostacolo al necessario distacco dello storico).

Occasionale crocevia della grande storia. Solo occasionale? Nel febbraio del 1797 passò da queste parti Napoleone in persona che si stava recando a Tolentino per concludere quel pesante trattato antipontificio e un acceso quanto oscuro filopapalino – tale Brulla o Bruglia – gli sparò da dietro una siepe ma il fucile fece cilecca. Concluse allora Monaldo Leopardi: “Se quel rustico si provvedeva di uno schioppo migliore, sarebbero mancati molti volumi nella storia d’Europa” (il padre di Giacomo ne riferì con dispetto, giacché lui e quell’attentatore erano accomunati da identici sentimenti reazionari). Di segno festoso fu invece il passaggio, il 7 ottobre del 1860, di Vittorio Emanuele II, che stava scendendo al sud per incontrare, a Teano, il generale Garibaldi e ricevere da lui la “consegna” dell’Italia meridionale. Il re fu accolto da una plaudente delegazione di pescatori che approfittò della circostanza per chiedergli la costruzione di un porto. Anche quello “schioppo”, purtroppo, s’inceppò e oggi, centosessant’anni dopo, il porto non c’è ancora.

E il turismo balneare? Certo, già a partire dalla metà dell’Ottocento. E non senza intenzioni erotiche. Un poeta di nome Bertalli descriveva così il successo delle sue avances a una bella bagnante: “Ma poi divenne ardita e un suo sorriso / fe’ paghi alfine i miei sospiri ardenti / e mi schiuse la via del paradiso”.

  Il Novecento e l’emigrazione: furono 1.200 i porto recanatesi che se ne andarono (i residenti, all’inizio del secolo, erano circa 4.500) e Teodoro Bronzini, figlio del pescatore emigrato Giovanni, fu a tal punto bravo da diventare sindaco di Mar de la Plata, deputato, senatore e uno dei fondatori del partito socialdemocratico argentino. Il Novecento e le guerre: 54 morti nella prima, 45 nella seconda (14 civili). Il Novecento e la Resistenza: il contadino Eugenio Apis mise in fuga a doppiettate cinque tedeschi che volevano entrargli in casa e in tal modo protesse le famiglie di sfollati ospitate da lui.

Un aneddoto che riguarda la pesca. Miseria, nel 1913. Per l’Adriatico erano tempi di magra. La notte del 12 ottobre la moglie Agata del pescatore Nazzareno sognò Santa Teresa del Bambin Gesù che le annunciò un’ottima pesca. E Agata consigliò al marito di portarsi dietro, in barca, un’immagine della santa. Benché molto scettico, Nazzareno l’accontentò. E poi, calate le reti, le tirò su stracolme come non erano mai state. Non solo. C’era anche uno storione da cento libbre, un pesce rarissimo in questo mare. La notizia si diffuse, suscitò grandi echi, ne parlò anche la stampa francese. Nelle barche degli altri pescatori non mancò più quell’immagine sacra. Ma, purtroppo, il miracolo ittico di Santa Teresa non si ripetè.


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