L’ipocrisia sulla parola preservativo

Il “Condom Cafè”, la Rai, la Croce Rossa e un significato che passa dal Paradiso all’Inferno
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condom-locandinadi Giancarlo Liuti

In occasione della giornata mondiale contro l’Aids, quando in ogni paese dell’orbe terracqueo si sono avute iniziative e manifestazioni a favore del preservativo, i giornalisti della Rai hanno ricevuto una circolare aziendale che gli vietava di citare la parola “preservativo”, una parola che in alte sfere si considera segnata dall’impronta di Satana. Questo di attribuire importanza più alle parole che alle cose è uno degli aspetti della morale borghese, perché le parole si odono, fanno rumore, si leggono, si diffondono e mandano echi tentatori, mentre le cose, se uno le fa ma non le dice, restano segrete e poi c’è sempre il confessionale (la vecchia morale di matrice contadina, invece, non era così, forse perché la grama vita dei campi portava a badare molto più alle cose che alle parole anche nella sessualità).

A Macerata la giornata contro l’Aids è ruotata intorno al “Condom Cafè”, un’idea mediatica dell’associazione “Stammibene” che consiste, per i bar che vi hanno aderito (ben trentadue, fra Macerata e Tolentino), nell’offrire, insieme col caffè, un preservativo. Notevole il successo (GUARDA IL VIDEO), visto che i preservativi distribuiti in tal modo hanno raggiunto il numero di cinquemila, quasi tutti fra i giovani e con una forte percentuale di donne.

Anche da noi, dunque, è stata la parola “preservativo” a tener banco con quel “condom” ripetuto nelle vetrine, nei giornali, nelle radio e nelle chiacchiere di strada. Per cui non sono mancati strali polemici. “Una campagna profondamente diseducativa”, è stato detto, “sconveniente, deprecabile, da inorridire, una trappola”. Pareri, intendiamoci, legittimi e degni di rispetto, visto che la nostra convivenza civile si fonda sulla pluralità delle fedi e delle opinioni. Ma questa reazione alla parola – e alla pubblicità della parola – ha qualcosa di simile alla circolare della Rai, nella speranza che non dire la parola nei telegiornali, nei bar e nelle piazze serva a ovattare la drammaticità della cosa, cioè del problema contro cui il preservativo funziona da scudo.

Forse nella Città di Maria si ignora che i rapporti sessuali diciamo precoci e talvolta occasionali fanno ormai parte dei costumi delle generazioni nate negli ultimi trenta o vent’anni? Figuriamoci, questo lo sanno tutti, compresi innumerevoli genitori e nonni che avendo vissuto la loro giovinezza in tempi di austere limitazioni dell’eros rimpiangono di non esser venuti al mondo parecchi anni dopo. Forse si ignora che l’Aids è una bruttissima bestia e l’arma migliore per prevenirla è il preservativo? E che, Aids a parte, è anche un’arma efficace contro le gravidanze indesiderate? Figuriamoci, pure questo appartiene al comune sapere ed ai comuni comportamenti. E immagino che in molte case, quando, la sera, un ragazzo o una ragazza sta per uscire, non manchi l’avvertimento di una madre premurosa: “Non dimenticare la tua protezione”.

Non è la cosa, dunque, a scandalizzare, ma il fatto che se ne parli in pubblico, e se ne pronunci apertamente la parola, e lo si faccia con una punta di confidenziale leggerezza. Sta qui, forse, la ragione della ferma e quasi indignata reazione della Croce Rossa per essere stata erroneamente accomunata al “Condom Café”. Tale benemerita istituzione, infatti, ha tenuto a precisare che il suo progetto di educazione alla sessualità è ben più serio e si chiama “Abc”, dove la lettera  “A” significa  “Abstinence” (astinenza), la “B” significa “Be faithful” (fedeltà al partner) e la “C” significa “Condom” (preservativo, detto in inglese). Ora non v’è dubbio che il progetto della Croce Rossa meriti il massimo apprezzamento, anche se, per quanto riguarda la “A”, è forse un tantino utopistico. Meno plausibile, però, quella stizzita precisazione, quel puntualizzato dissociarsi dal “Condom Cafè”. Le due iniziative sono certamente diverse, sia nell’approccio al problema sia nello stile sia nel modo di farsi conoscere e di avvicinarsi alla gente. Ma in entrambe c’è lui, il preservativo. E non è identico, in entrambe, l’uso che se ne fa? E non è identico, in entrambe, lo scopo che ci si prefigge? Sì, ma ancora una volta a pesare, offendere e dividere è proprio il clamore della parola, sulla quale si pensa – come alla Rai – che sarebbe più decoroso far calare il velo della riservatezza se non del silenzio.

Dicevo della sottile ipocrisia di contestare le parole e, sotto sotto, praticare le cose. Ma attenzione. Sapeste come cambiano, nel corso dei tempi, i significati delle parole! E come si trasformano perfino nel loro contrario! Se oggigiorno la parola “preservativo” la si fa salire su dall’inferno accusandola di opporsi al bene e spingere al male, una volta la si faceva discendere dall’alto dei cieli e le si attribuiva la somma virtù di opporsi al male e spingere al bene. Scriveva il trecentesco Domenico Cavalca, frate domenicano: “Preservativo è il matrimonio, che preserva e guarda l’uomo debole che non cada in peccato di fornicazione”. E il teologo seicentesco Paolo Sarpi: “Cristo ha istituito l’Eucaristia ordinando che fosse ricevuta come preservativo dai peccati mortali”. E un tal Romoli consigliava: “Due fichi secchi, una noce e un poco di sale, anco questo è un preservativo molto eccellente per il tempo della peste”. Il mio, naturalmente, è solo un gioco un po’ spregiudicato. Ma vedete il relativismo delle parole? Meglio, credetemi, lasciar libere le parole e impegnarsi a viso aperto sulle cose.



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