Quanti veleni
sulla giustizia!

Le parole di Alfano e qualche caso che ci riguarda. I fondamenti del diritto, le stelle polari della società e il ruolo della politica
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giustizia3-300x225di Giancarlo Liuti

La penultima notizia sul pallottoliere della politica nostrana è che il commercialista Francesco Pallotta è il nuovo presidente dell’Apm, l’azienda pubblica che a mano a mano è diventata la madre di tutte le battaglie. Ma l’ultima è che il pallottoliere potrebbe andare in tilt perché lui sarebbe incompatibile a causa di certi incarichi ricevuti in precedenza. S’infittiscono dunque i segnali – di fumo e di fuoco, diretti e indiretti, positivi e negativi – sull’estenuata ed estenuante verifica che dopo quattro indecifrabili mesi parrebbe vicina a concludersi. O invece continua? O invece cambierà nome e non finirà mai? Mistero. Nel frattempo preferisco tacere. Stavolta niente Pd, niente Idv, niente Pensare Macerata, niente Comunisti italiani, niente Carancini, Mandrelli, Bianchini, Garufi e Lattanzi. Perché a tutto c’è un limite e un semplice spettatore delle cose cittadine quale io sono non può mettere a repentaglio la propria salute mentale nell’impossibile tentativo di dare una logica virtuosa alle strategie, alle tattiche, alle finzioni, ai giochi di corridoio, alle intese trasversali, agli errori e alle trappole che da troppo tempo offrono della politica maceratese un’immagine ahimè sconsolante. Molto meglio, credetemi, occuparsi di altre vicende.

  Per esempio la morte delle cinque operaie tessili che a Barletta lavoravano in nero – meno di quattro euro all’ora – in un laboratorio fatiscente e semiclandestino. Ebbene, si narra che l’origine della “Giornata mondiale della donna” in programma per l’otto marzo stia nell’atroce fine di 129 operaie, anch’esse tessili, bruciate vive, nel 1908, a New York, in un incendio forse appiccato dallo stesso datore di lavoro per punirle di aver protestato contro le condizioni in cui si trovava il loro laboratorio. Quante affinità! Perciò esprimo l’auspicio che da noi s’intensifichino e divengano sempre più severi i controlli sul “sommerso” e sul “nero” (rendendo noti nomi e cognomi, anche se non sono cinesi, albanesi o romeni) e che il prossimo otto marzo le nostre mimose rechino un pensiero per le povere vittime di Barletta.

  Una seconda vicenda ci riguarda più da vicino. E si tratta dell’incredibile dichiarazione di Angiolino Alfano, fino all’altro ieri ministro della giustizia, in merito alla sentenza di assoluzione di Amanda Nox e Raffaele Sollecito che in primo grado erano stati condannati a 26 e 25 anni di carcere per l’assassinio di Meredith Kercher. Alfano ha detto: “Questa sentenza dimostra che in Italia nessuno paga per gli errori giudiziari”. Secondo lui, dunque, la sentenza di condanna era stata un errore giudiziario che ora dovrebbe essere pagato – risarcimento danni in moneta sonante? – dai giudici di primo grado. Una tesi ben nota, questa, che dura ormai da diciassette anni, da quando, cioè, un certo signore iniziò la sua personalissima guerra contro la magistratura. Ma quale errore giudiziario? Ci sarebbe dunque un errore giudiziario ogni volta che nei tre gradi del processo una sentenza diverge dalla sentenza precedente? Ignora forse, l’ex ministro della giustizia, che la categoria degli errori giudiziari si riferisce a ipotesi radicalmente diverse, per esempio che qualcuno venga condannato per omicidio senza che sia mai stato trovato il cadavere della vittima, la quale, al contrario, risulta viva e vegeta?

La buona politica – e Alfano pretende di esserne un autorevole esponente nella sua qualità di segretario di un grande partito – deve porsi alla guida della società e non, per calcoli di bottega o di basso populismo, ridursi al servizio delle emozioni e delle reazioni viscerali delle masse. Si rende conto, l’ineffabile Alfano, di avere espresso un concetto che mina alle radici la funzione stessa della giustizia penale e dunque destabilizza uno dei fondamenti della convivenza civile? Non capisce – o lo capisce benissimo – che con tali affermazioni si contribuisce a far vacillare l’edificio di principi e di regole sul quale si regge la collettività nazionale?

Non è con simili uscite che si aiuta la cosiddetta gente comune a comprendere che la giustizia terrena non può pretendere di accertare la verità assoluta – questo rientra nelle imperscrutabili prerogative divine – ma deve accontentarsi di giungere a quella verità relativa che faticosamente e dialetticamente emerge dagli indizi, dalle testimonianze, dai rilievi scientifici e dal continuo confronto fra accusa e difesa. Non è con simili uscite che la si aiuta a comprendere che valutare, interpretare e decidere tocca infine ad esseri umani, fallibili per loro natura, e non a creature dell’Olimpo o del Paradiso. I tre gradi di giudizio esistono proprio per questo. Nessun giudice può sapere ciò che davvero accadde la notte del 7 novembre 2007 in quella cameretta di Perugia. E nessuno di noi, Alfano compreso, può avere la matematica certezza che tutto il materiale investigativo raccolto non dimostrasse, ieri, la colpevolezza di Amanda e Raffaele o che dimostri, oggi, la loro innocenza. Per questo, ripeto, esistono i tre gradi di giudizio: garantire che la verità relativa si avvicini il più possibile alla verità assoluta. E se la Cassazione, domani, decidesse che il processo di merito va rifatto? Sarebbe, per Alfano, un altro errore giudiziario?

 I veleni che da quasi vent’anni vengono inoculati a dosi massicce nelle coscienze dei cittadini all’unico scopo di proteggere una sola persona stanno facendo strame di quel minimo di sensibilità o cultura giuridica (non parlo dei professionisti del diritto, ma di noi plasmabili e disorientabili cittadini) che è vitale per la saldezza di qualsiasi società. I veleni, intendo dire, per cui la giustizia, manipolata dai giudici a loro uso e consumo, sarebbe una specie di roulette al tavolo dell’insipienza o della malafede, e ciascuno di noi, specie se indotto a ignorare le più elementari nozioni del diritto, è autorizzato a farsene un’idea secondo i propri umori o i propri interessi personali, di categoria, di appartenenza politica. Berlusconi, prima o poi, se ne andrà. Ma questi veleni circoleranno ancora a lungo. A destra, a sinistra, al centro, dovunque. E, spentasi ogni stella polare che distingua le ragioni dai torti, ci stanno facendo naufragare nel caos degli egoismi individuali, delle fazioni, delle consorterie e delle sopraffazioni che inevitabilmente ne derivano.

  Veniamo a noi. Non rientrava nel novero di questi veleni affermare che la limpidissima sentenza del Consiglio di Stato sull’annullamento delle elezioni provinciali era frutto di giudici strumentalizzati dalla sinistra? E non vi rientra sostenere che l’applicazione di non eludibili norme statali sulla sosta delle auto sarebbe una “vessazione” da parte della giunta comunale? E qualcosa del genere serpeggia pure nella recente mozione di censura al sindaco, dove si fa confusione fra illecito amministrativo o addirittura reato e inopportunità etico-politica (delle due l’una: se è illecito amministrativo o, peggio, reato la semplice inopportunità c’entra poco, se non lo è ci si astenga dal ventilare ricorsi al Tar o alla Procura). Attenzione: anche per effetto di tali veleni e al di là dell’indice di borsa, delle pagelle di Moody’s e dello “spread” coi titoli tedeschi, l’Italia rischia, proprio nel profondo dell’anima sua, di somigliare alla dantesca “nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello”.



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