Quando l’apparenza inganna
Il duplice omicidio di Cingoli e l'arresto del marinaio di Civitanova. Due casi, una conferma: la droga è micidiale, e prima o poi trasforma coloro che ad essa si avvicinano in protagonisti o in vittime del male
di Giuseppe Bommarito
Due sono state le vicende, molto distanti tra di loro, che più mi hanno colpito durante il mese di agosto a proposito di droga e dintorni.
In primo luogo le notizie sulle indagini relative al duplice omicidio di Cingoli, quello dei due marocchini colpiti a morte qualche mese fa e poi bruciati dentro una Y10 in una zona isolata e boschiva. Io inizialmente avevo ipotizzato che potesse trattarsi di una resa dei conti all’interno del mondo degli spacciatori, contro due nuovi arrivati che stavano allargandosi troppo nel tentativo di accaparrarsi, senza la dovuta gavetta, fette significative del mercato locale, già in qualche modo colpito dalla crisi economica.
Invece quello che sta emergendo dalle indagini, peraltro ancora non concluse, è molto peggiore delle mie supposizioni. Sembra infatti che i due marocchini siano stati uccisi da una banda di criminali composta esclusivamente o prevalentemente da italiani, operativa a cavallo tra le province di Ancona e di Macerata, e il movente sarebbe costituito dalla rapina di 100 o 200 chili di sostanze stupefacenti che i due uccisi avevano con loro, dal valore, nel mercato criminale della droga, di centinaia di migliaia di euro. Quindi, grossi criminali i due uccisi, e ancora più grossi e pericolosi criminali gli assassini, ormai con il fiato delle forze dell’ordine sul collo.
Per il momento è stata rintracciata dai carabinieri l’arma del duplice delitto (che risulta essere stata usata anche per una precedente rapina particolarmente feroce) e due persone sono state arrestate per la vicenda. Si attendono però a breve sviluppi decisivi per chiudere l’inchiesta, che ritengo possa riservare ancora notevoli sorprese.
Ne riparleremo meglio, quindi, allorchè le indagini saranno arrivate a compimento. Per il momento si può solo dire che questo duplice omicidio, che porta a cinque il numero dei morti ammazzati nell’ultimo anno a causa della droga in provincia di Macerata (in cima alle statistiche nazionali in questa triste graduatoria) e che è stato alla base anche del recente, drammatico, grido d’allarme del Procuratore della Repubblica Paciaroni, conferma un assunto indiscutibile: la droga è micidiale, e prima o poi trasforma coloro che ad essa si avvicinano in protagonisti o in vittime del male.
Poi, per tutt’altri versi, mi ha impressionato la notizia dell’arresto di un marinaio di Civitanova Marche, di 47 anni, incensurato, che ha passato gli ultimi anni della sua vita, nel tempo lasciato libero dal lavoro, a rapinare farmacie in tutta la regione (leggi articolo). Agli inquirenti increduli lo stesso ha spiegato (almeno questo è uscito sulle cronache locali) che era costretto a fare le rapine non perché avesse bisogno di soldi per vivere o per mantenere la sua famiglia, ma perché doveva garantirsi la liquidità necessaria per andare in tutti i fine settimana nelle discoteche della zona, e qui per potersi muovere ad alto livello: tavoli riservati, privè, abbigliamento idoneo, qualche “aiutino” per essere piacevole e all’altezza della situazione, bottiglie di champagne (ognuna dal costo di qualche centinaio di euro). Ecco, questa vicenda del marinaio brillante discotecaro mi è sembrata significativa perché si presta benissimo a qualche utile riflessione sulla società dell’apparenza e sul ruolo rivestito in questo ambito dalla droga, specialmente dalla cocaina.
Parto da alcune considerazioni di carattere generale. Una volta l’alternativa, secca e drammatica, era tra l’essere e l’avere. Oggi, invece, secondo me, la vera alternativa è quella tra l’essere e l’apparire. Ai tempi odierni, infatti, pochi sono quelli che hanno veramente, e questi rari privilegiati in genere (salvo eccezioni, naturalmente) non ostentano, sia perché, per essere riusciti ad avere tanto, hanno evidenziato notevoli capacità di risparmio che mantengono ben ferme, sia perché, comunque, preferiscono tenere un profilo basso per non richiamare troppo l’attenzione del fisco o di qualche curioso.
Molti di più invece sono quelli che cercano in tutti i modi di apparire ciò che non sono. In primo luogo, con l’abbigliamento: scarpe e capi griffati, rolex d’oro al polso, acquistati il più delle volte a rate, indebitandosi con i commercianti, facendo qualche scoperto in banca, e magari lasciando più di un debito in giro. Altri, un po’ più furbi o risparmiosi, puntano sempre sui grandi marchi per fare scena (qui vale comunque il vecchio motto: “noblesse oblige”), ma non sugli originali, bensì sui capi contraffatti (acquistati ovviamente fuori zona o nottetempo), quelli di alto livello però, nei quali l’imitazione, almeno ad occhio nudo, è molto difficile da scoprire, e realizzano così una sublimazione ulteriore dell’apparenza (direi quasi l’apparenza al quadrato).
Altrettanto dicasi per i macchinoni, che spuntano da tutte le parti rilucenti e freschi di continuo lavaggio, ed anche, e soprattutto, per gli interventi estetici. Per le autovetture di grossa cilindrata, che indubbiamente danno un profilo di alto livello a chi le conduce, c’è, per consentire l’acquisto a chi non ne avrebbe le possibilità economiche e però vuole mostrare di averle, tutto un traffico di auto rubate e di auto importate illegalmente dalla Germania e da altri paesi produttori, gestito da concessionarie che operano sul filo della legalità o addirittura del tutto fuori dalla legalità (e in tali situazioni compare sempre la mano della criminalità organizzata). Gli interventi estetici sono, a mio avviso, anch’essi la sublimazione visuale della falsa apparenza. Persone di sesso femminile, ed ora anche maschile, che si sforzano di apparire più giovani, più magre, più belle di quello che sono, tramite il continuo ricorso al chirurgo plastico, e, spesso e volentieri (anche in tal caso per abbattere i costi, altrimenti notevoli), a medici spericolati privi della benché minima specializzazione, con il rischio di ottenere addirittura un peggiormento della situazione.
E la droga, che c’entra con tutto questo ragionamento? C’entra, eccome, perché essa, per definizione, serve ad apparire diversi da quello che si è, serve a coltivare la mitologia dell’apparenza, serve a variare l’approccio con la realtà da parte di chi la assume, modificandone l’equilibrio e alterando i freni inibitori che governano gli impulsi (naturalmente fatte salve le dovute differenze dipendenti dal tipo di sostanza usata). La cocaina, peraltro, è la sostanza che più di ogni altra lega con lo stile di vita che si è da tempo affermato, consumistico e superficiale, basato appunto solo sull’apparenza, con il mito abbagliante del successo e del denaro sempre sullo sfondo. La “neve” è infatti una sostanza che nell’immediatezza dà euforia ed eccitamento, insieme ad un senso di benessere, di lucidità, di disponibilità quasi illimitata di energie fisiche e psichiche; che stimola i consumi e moltiplica i desideri, fino a suscitarne alcuni del tutto inimmaginabili in precedenza (così come i bisogni inesistenti indotti dalla pubblicità commerciale); che si lega benissimo, sino a diventarne il propellente, con le serate e con le notti che non finiscono mai, con le cene con tanta gente, dove si fa un gran consumo di alcol, e con il successivo passaggio in discoteca; che aiuta a “tenersi su” per reggere certi ritmi, altrimenti impensabili, superando i vincoli stretti della stanchezza, del sonno, e anche della fame.
E poi, e qui torniamo in pieno al discorso dell’apparenza e a chi usa la cocaina per andare in discoteca a fare “serata”, questa droga, sempre e solo nell’immediatezza, consente di superare le proprie inibizioni e le proprie incertezze, e sembra realizzare in pieno l’aspettativa recondita di ciascuno di noi: essere come di solito non si è, ma si è sempre desiderato di essere, cioè lucidi, dinamici, sicuri, instancabili, estroversi, loquaci, disinibiti, brillanti.
Inutile ribadire che si tratta solo di effetti immediati (e non sempre tutti compresenti, almeno a livelli significativi) e non duraturi, quindi puramente apparenti. Inutile ricordare il pesantissimo conto che poi la cocaina sicuramente presenta, ovviamente con gradazioni che dipendono dalla durata di questa specifica tossicodipendenza, dall’entità e dalla frequenza delle assunzioni, dallo stato di salute preesistente: aritmie, tachicardie, extrasistole, vere e proprie crisi cardiache sino ad arrivare all’infarto, disturbi di tipo polmonare, dolori al torace, convulsioni simili a quelle epilettiche, assenze temporanee a se stessi, maggior rischio di ictus al cervello, atrofie cererebrali, demenza, disturbi dell’attenzione, della concentrazione e della memoria, malnutrizione con brusche perdite di peso, alterazioni sessuali, maggiore irritabilità, tendenza a improvvisi e ingiustificati scoppi di violenza (pericolosissimi, per sé e per gli altri), problemi di natura familiare, affettiva, lavorativa, giudiziaria. Ma di ciò, mentre, allegri ed instancabili, si marcia a tutta “coca” verso il disastro, non si è mai consapevoli, anche se, da ultima, la vicenda del marinaio di Civitanova è lì per confermarcelo e per ricordarcelo ancora una volta.

Il “basso profilo”, tenuto da alcuni, per evitare gli occhi indiscreti del Fisco presumibilmente significa che la loro ricchezza è stata raggiunta con l’elusione/evasione, cioè il metodo più veloce qui in Italia per diventare ricchi senza faticare troppo.
Per quanto riguarda il mercato della droga (e della prostituzione) che potrebbe essere facilmente combattuto, soltanto se si liberalizzasse, (togliendo così al contempo la principale fonte di reddito della criminalità) sono decenni che si fanno sempre gli stessi discorsi senza mai approdare a nulla.
Si è visto che la “repressione” comporta larghissimo dispendio di uomini e mezzi, con risultati sconfortanti (solo il 10% della droga viene sequestrata) questo dovrebbe far riflettere sul fatto che questa strada non porta da nessuna parte.
Ma è l’unica strada che si continua a percorrere, nonostante che per uno spacciatore arrestato al suo posto ne trovi subito 2 o 3….
Perchè il mercato della droga è, probabilmente, l’unico mercato che non consoce flessioni, dove non si pagano tasse, dove i redditi si moltiplicano come se piovesse.
Perchè spaccarsi la schiena in fabbrica per € 1.200 al mese se quella stessa cifra la posso fare in una settimana di spaccio?
Quello dello spacciatore agli angoli di strada è l’ultimo gradino della lunga filiera della droga, ma tutta la catena di montaggio è basata sulla convenienza….
Questo è il motivo per cui, su larga scala, nonostante it entativi fatti di “riconvertire” le coltivazioni illegali tutti questi tentativi sono miseramente falliti: perchè coltivare grano (o pomodori o zucchine o mais….) e prendere 2 lire mentre se coltivo papaveri e di lire ne prendo 4 o 5???
Perchè andare a lavorare per 8 ore se con una serata di spaccio guadagno quanto un dipendente statale guadagna in una settimana?
Perchè creare un impresa, assumere in regola dipendenti, cercare mercati dove vendere il mio prodotto, studiare strategie di marketing, non dormire la notte per trovare nuove idee quando basta che raffino cocaina ed il mercato è sempre pronto a prendermela, senza pagare una lira di tasse, con ricavi infinitamente superiori??
Chi opera nel campo della droga non si fa sicuramente problemi etici o morali, ma semplicemente fa una semplicissima operazione economica di costi/ricavi.
Ed i ricavi sono assai maggiori rispetto ad altri mercati…
Certo si rischia l’arresto, la prigione, a certi livelli si rischia di finire anzitempo sottoterra ma per molti (in tutto il mondo) il rischio vale la candela…
Le ultime generazioni di criminali organizzati non vanno più in giro a sparare, ma sono dentro le università a studiare economia, a capire come si muovono i mercat…. Questo perchè l’enorme flusso di denaro, generato dalla droga, poi viene rinvestito/ripulito in ATTIVITA’ LEGALI.
Ritengo che se si vuole tagliare i tentacoli alla criminalità è inutile continuare a tirare sassi ad un carroarmato… Per fermarlo, il carroarmato, bisogna togliergli la benzina, cioè bisogna tagliare le fonti di approvigionamento, cioè bisogna che la droga non sia esclusivo monopolio della criminalità.
Abbiamo tutti sotto gli occhi il tentativo, nell’America degli anni “rugggenti”, che prende nome di “proibizionismo”: vietata la vendita di alcoolici….
…. Risultato fu che il mercato passò completamente in mano alla malavita, con incredibili ricavi per tutte le famiglie criminali americane.
Come andò a finire ce lo ricordiamo tutti: il proibizionismo venne abolito poichè non aveva sortito nulla se non far arricchire i criminali.
Per la droga è lo stesso.
Se il pesce grosso ha così tanti soldi da potersi permettere carovane di azzeccagarbugli, camion di esperti economici, torpedoni di consulenti vari (tutti necessarui a fare ancora più soldfi, a sfuggire alle tasse, ad essere al riparo dalla galera) credete che questo, solo perchè “la droga fa male” si intenerirà e cambierà settore di investimento?????