Il labirinto di Emanuele Franceschetti

Prima puntata di "OSSERVATORIO C-MINIERA", la nuova rubrica settimanale di recensione di libri e dischi

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LIBRO-STAMPATO-frontespiziodi Filippo Davoli

Dal labirinto. E dunque da un intrico di sentire e tentativi di approdo. Così Emanuele Franceschetti  intitola la plaquette con cui esordisce nel panorama della poesia. La giovane età di Emanuele non gli ha impedito di formarsi un già significativo bagaglio di letture e di confronti che potessero fornire al suo marasma interiore davvero ribollente un punto di riferimento stabile: D’Annunzio, in primis, mediato sulle prime dalla scuola (per una volta capace di superare le angusture del dettatino nozionistico se, a seguire, Emanuele se ne è divorato tutte le pagine di poesia e di prosa lasciando risuonare in sé la voce che più di ogni altra è, nel bene e nel male, alla radice del novecento, in particolare montaliano); e poi Vittorio sereni, che del primo è per molti aspetti un efficace antidoto. E non da ultimo il Pasolini delle Ceneri, forse il più convincente, sebbene l’intera parabola stilistica del bolognese rimanga a tutt’oggi una delle lezioni più altre possibili.

Studente di Lingue nella nostra facoltà  di Macerata, Emanuele Franceschetti vive a Montegranaro. Chitarrista, è stato allievo di Roberto Zechini e ha frequentato seminari con musicisti come, tra gli altri, Andrea Braido, Steve Vai, Paul Gilbert, Ramberto Ciammarughi e Gabriele Pesaresi.

È sorprendente come, a soli 21 anni, Emanuele riesca a imprimere al suo turbamento profondo il senso certo di un dato di realtà. Forse, o senz’altro, gli giova il provenire dal mondo della musica, dove l’alfabetizzazione non basta a suonare uno strumento come si deve, e servono invece pazienza, studio, atterraggi, in grado di arginare le esuberanze del talento per affinarlo, quello stesso talento… Certo, il suo è uno stile poetico in formazione, in fieri, come è proprio ed opportuno per un ventenne; e tuttavia, nonostante momenti di non perfetto controllo, sempre riesce a ricondurre i voli ad un confronto senza sconti col reale, in particolare in molte delle bellissime chiuse. Fino ai versi di chiusura del libro, in cui – dopo tanto labirintico argomentare, ma di logos impregnato di carne, di dubbio realmente sofferto, di domanda di senso davvero destinata a logoscontarsi nella quotidianità – la risposta è proprio nell’ascolto: di sé, delle cose, della poesia stessa. Come il Rilke della Lettera a un giovane poeta, “ in realtà, sono il più povero di tutti e i miei libri, una volta pubblicati, non mi appartengono più”, Emanuele, nel suo slancio franco e nell’affabulazione che sulla pagina si fa gnomica e stringente, mostra ancora una certa riluttanza, di fronte a codesta povertà. La sua poesia però lo tradisce, in un certo senso, e lo salva, annunciandogli che da un fondo oscuro e incontrollabile nasce la verità della voce. Che è poi il segreto di tutti i veri poeti.


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