Con Popsophia per capire chi siamo

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Evio Hermas Ercoli

di Giancarlo Liuti

Fra sei giorni – e fino al 7 agosto – il duplice palcoscenico di Civitanova e Civitanova Alta si apre per un festival che ha lo strano nome di “Popsophia”, una parola in cui se ne fondono due: “popolare” e “filosofia”. La prima riguarda l’oggetto del festival, ossia i linguaggi, le mode, gli stili, i costumi, l’immaginario dell’epoca contemporanea. La seconda riguarda il metodo di indagarlo, che consiste nel porsi domande, nel darsi risposte e nel tentativo di elaborare una visione organica e coerente della realtà. Vi saranno mostre, concerti, conferenze, dibattiti e, soprattutto, quattro week end di tre giorni ciascuno nei quali autorevoli figure del panorama intellettuale italiano diranno la loro sulle inclinazioni del tempo presente. E lo faranno, per l’appunto, filosoficamente, analizzando gli effetti (i “tronisti” di Maria De Filippi, il “Bunga bunga”, gli eroi del “Grande fratello”?) e risalendo alle cause (evoluzione o crisi dei valori estetici ed etici?). Ma il taglio sarà anche polemico, perché fra gli scopi di “Popsophia” c’è la difesa della cosiddetta “cultura bassa”, cioè popolare, e la denuncia dell’autoreferenzialità della cosiddetta “cultura alta”, il suo creare barriere, il suo aristocratico isolarsi dai fermenti reali della società. Che filosofia è mai quella – ci si chiede – che si rifiuta di misurarsi con la contemporaneità? Ne parlo col direttore artistico Evio Hermas Ercoli (a lui si deve anche l’ideazione, nel 2009, di “Tuttoingioco”), un brillante divulgatore di cultura che fin da giovanissimo è stato affascinato dalla contaminazione dei generi, dal dubbio sistematico, dalla disponibilità al nuovo, al mutamento, al diverso.

Ci risiamo, dunque, con “Tuttoingioco”?

“No, stavolta è un’altra cosa. Non mancano elementi di continuità, il luogo, il periodo, alcuni personaggi, la televisione, me stesso. Ma la differenza fondamentale è l’intenzione di passare dalla superficialità alla profondità. Mentre ‘Tuttoingioco’ era una passerella generalista di ospiti molto noti al pubblico televisivo che venivano a parlarci delle loro molteplici esperienze, ‘Popsophia’ ha un tema dominante, ed è la riflessione sulla contemporaneità”.

– Ovviamente non si discute il prestigio di filosofi come Massimo Cacciari e Umberto Galimberti e di scienziati come Margherita Hack e Giulio Giorello, né si può prescindere dai successi editoriali di Federico Moccia, ma, come “Tuttoingioco”, anche ‘Popsophia’ punta moltissimo sulla notorietà televisiva di coloro che ne saranno i protagonisti, fra i quali figure televisive a tutto tondo come Enrico Ghezzi, Amedeo Goria, Vincenzo Mollica e, non ultimo, lo ‘scandaloso’ Platinette.

“ Platinette scandaloso? Può darsi, ma non in senso moralistico. Come persona – o come personaggio, non fa differenza – lui non è uomo né donna né travestito né trans. Ambiguamente ma unicamente, è soltanto Platinette. Il massimo della non certezza, il massimo di quel relativismo che è la caratteristica emergente della contemporaneità. E verrà qui a spiegarcelo”.

La televisione, comunque, continua a farla da padrone. E l’apparire continua a dettar legge sull’essere. Non c’è il rischio che si abbia ragione solo perché ci si fa vedere, a prescindere da ciò che si dice? E’ questa l’epoca nostra?

“La televisione è il regno dell’apparire, d’accordo. Ma è anche la più imponente organizzazione culturale che esista, gigantesca, abbraccia tutto, metabolizza tutto. L’essere e l’apparire, del resto, sono la stessa cosa. Nulla esiste se non si rivela, neanche la divinità. E attenzione alla rete, che si avvia a diventare la vera frontiera della formazione, dell’educazione e della cultura, il vero dato egemonico della cultura dei giovani. Sì, la contemporaneità è questa. Aristotele e Platone, oggi, andrebbero in televisione a confrontarsi con Maria De Filippi”.

Torniamo all’alto e al basso del sapere. La distinzione è sempre esistita, e non è assurda. Il contadino sa come si pota un ulivo, d’accordo. Ma se frequentasse un corso universitario di botanica saprebbe farlo meglio.

“ Io non ce l’ho a priori con la cultura accademica, figuriamoci. Dico soltanto che non presta la dovuta attenzione al mondo contemporaneo. Come osserva Umberto Curi nel saggio introduttivo al nostro festival, la filosofia delle origini – la greca – non era una disciplina a se stante, ma per sua natura era davvero ‘popsophia’, praticata da ‘sapienti’ che vivevano attivamente nelle loro comunità e si impegnavano a diffondere fra la gente la riflessione razionale sull’ignoranza, la superstizione e l’idolatria. Oggi, purtroppo, non è più così. La filosofia che si pratica nelle aule universitarie è, molto spesso, una disciplina per eletti”.

L’individualismo esasperato, gli sbandamenti dell’etica pubblica, la volgarità del linguaggio, la perdita di stelle polari che orientino usi e costumi, tutto ciò induce molti a ritenere che la nostra sia un’epoca di decadenza.

“ Questo giudizio è forse l’insidia maggiore per noi. Cosa ti aspetti che dica? Che l’odierna produzione culturale pop non è in alcun modo inferiore alla produzione precedente? Invece non lo dico, perché so bene che nei nuovi linguaggi c’è anche una sottoproduzione molto scadente. Perciò il nostro percorso dev’essere selettivo, distinguendo il grano dal loglio. E il grano, credimi, non manca. Pensa ai testi poetici dei cantautori, pensa a molti film, a molti romanzi, a molte creazioni della moda, a molte nuove esperienze dell’arte figurativa. A parte il fatto che la parola ‘decadenza’ presuppone un sempre difficile confronto col passato e per sua natura è estremamente relativa, nella contemporaneità ci sono tanti aspetti che non mi sembrano affatto decadenti. Prendi il nichilismo ‘de noantri’ di Vasco Rossi. Non ci trovi qualcosa di Nietzsche? E’ su questi aspetti che Popsophia s’impegna a gettare lo sguardo, abbandonando il taglio troppo supponente di buona parte della cultura accademica”.

Ecco, parliamo di film. I ‘cinepanettoni’ di Natale con Boldi e De Sica sono il grano o sono il loglio?

“ Lasciamo perdere, pensiamo invece alla vera filosofia che c’è nel cinema attuale quando esso cerca di avvicinare le masse a concetti profondi sulla vita e sulla morte, e indirettamente ripropone i miti dell’antichità. Il mito di Prometeo, l’uomo che donò agli uomini il fuoco rubato agli dei, è presente in tanti film”.

Il mito di Prometeo? Sarà, ma il grande pubblico avrà pure il diritto di non conoscerlo.

“ Ecco il punto. Dobbiamo smetterla di credere che uno pensa ‘alto’ perché insegna mitologia all’università e uno invece pensa ‘basso’ o addirittura non pensa niente perché si limita a frequentare la multisala. Se noi riflettessimo sulle motivazioni di chi va alla multisala seguendo gli odierni miti di massa e lo aiutassimo a scoprire i misteriosi legami coi miti del passato, potremmo renderlo più consapevole delle radici della propria coscienza e anche più lucido, critico e spietato verso i sottoprodotti dell’attuale cultura popolare”.

Polemiche di campanile a parte, non è un caso, a me sembra, che prima ‘Tuttoingioco’ e adesso ‘Popsophia’ si svolgano proprio a Civitanova. Perché Civitanova, a differenza di Macerata, possiede una maggiore disponibilità alle sfide, alle scommesse sul futuro, all’innovazione. Lo spirito imprenditoriale, certo, e la creatività degli stilisti e delle maestranze nel settore dell’abbigliamento. Non sarà che a Civitanova c’è un più vivace sentimento della contemporaneità?

“Non facciamo steccati. Pure a Macerata non mancano manifestazioni di approfondimento sull’epoca contemporanea, per esempio ‘Musicultura’, gli ‘Aperitivi’ della stagione lirica allo Sferisterio e altre. Mettiamola così: per progettare il futuro Civitanova può mettere a frutto il dinamismo del proprio presente e Macerata la solidità dal proprio passato. Ma la missione è identica: il futuro. Comunque, posto che lo sia stata, Civitanova non è più una periferia industriale. In essa fermentano desideri, esigenze e bisogni culturali molto diffusi. Fra le due città ci vuole sintonia, sinergia, collaborazione. E per questo occorre anche una precisa volontà politica a livello provinciale”.



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