Una scia di droga
dal color rosso sangue

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I Ris di Roma sul luogo dell’omicidio di Felice Brandi, a Tolentino (foto Picchio)

di Giuseppe Bommarito *

Mentre nell’ascolano la pubblica opinione e gli inquirenti sono alle prese con due omicidi dalle forti tinte passionali e con un grande interesse mediatico, che hanno visto come vittime sacrificali due giovani donne, belle e sfortunate, Carmela Melania Rea e Rossella Goffo, nella provincia di Macerata gli ultimi tre omicidi, accaduti in un breve arco di tempo, hanno invece un altro denominatore comune: la droga.

Si comincia in piena estate a Tolentino. E’ il 30 luglio 2010 quando viene ucciso con 24 coltellate un ex barista di Tolentino, Felice Brandi, dopo una lite scoppiata nella sua abitazione. Il presunto assassinino, Sauro Muscolini, amico e vicino di casa del Brandi, viene arrestato dopo oltre un mese mentre di notte stava cercando di disfarsi di un lungo coltello da macellaio e di alcuni abiti intrisi di sangue. Muscolini, i cui occhi spiritati campeggiano per qualche giorno nei giornali, nega tutto, ma gli inquirenti sono convinti che vi siano ben pochi dubbi sul fatto che sia lui l’autore del delitto, scaturito, a quanto sembra, da una improvvisa lite per una dose di eroina negata o per la spartizione dei soldi ricavati da una modesta attività di spaccio.

Passano tre mesi e il sangue scorre di nuovo, questa volta a Porto Recanati. Un giovane marocchino di 25 anni, Loffty Draif, il 10 novembre viene pestato a sangue da un gruppo composto da tre suoi connazionali, un tunisino e due italiani e poi lasciato in fin di vita nel piazzale antistante l’Hotel House. Loffty Draif spira dopo un’agonia di due giorni, senza aver mai ripreso coscienza. Questa volta il movente del brutale pestaggio consiste, secondo la ricostruzione effettuata dai Carabinieri, in un regolamento di conti tra bande di spacciatori.

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L’omicidio di Ardjan Sheag a Porto Recanati (foto Vives)

Ancora non basta in questa tremenda sequela dell’orrore. Sempre a Porto Recanati, a metà gennaio di quest’anno, in un bar sito in pieno centro scoppia all’improvviso una violentissima lite tra albanesi. Alla fine un clandestino di 25 anni, Armando Uka, uccide con due colpi di pistola un suo connazionale, Ardjan Sheag, e viene assicurato alla giustizia quasi in tempo reale. Sia la vittima che il giovane omicida hanno precedenti penali specificamente legati al traffico di sostanze stupefacenti, tanto da far dire agli inquirenti che il movente di tanta ferocia dovrebbe consistere proprio nello spaccio di droga, per una partita non pagata o per la spartizione di un bottino.

Una casualità, certo, questa successione di eventi tragici, peraltro mai così  ravvicinati nella nostra provincia. Le tre drammatiche storie di sangue sopra raccontate sono infatti completamente slegate tra di loro. Sono però, guarda il caso, tutte riconducibili al mondo della droga, agli effetti della droga, ai traffici e ai profitti immensi e lucrosissimi che girano intorno alle sostanze stupefacenti.

La stessa considerazione può essere fatta anche per un altrettanto recente duplice omicidio che ha sfiorato la nostra provincia, quello accaduto il 28 luglio dell’anno scorso a Grotte di Loreto, praticamente una frazione di Porto Recanati che per motivi di tipo storico (che ora sarebbe troppo lungo ripercorrere) appartiene al territorio della città lauretana. Qui, in quel caldo pomeriggio d’estate, un certo Claudio Alberto Sopranzi, cinquantenne, guardiano di un camping, sino a quel momento incensurato, si reca per un chiarimento a casa della sua ex fidanzata e a colpi di fucile la ferisce gravemente, lasciando a terra, senza vita, la madre e la sorella della giovane. Una strage efferata. Nelle prime dichiarazioni rese a caldo al magistrato, riportate dai giornali, il Sopranzi sostiene di non ricordare nulla della atroce bestialità che aveva poco prima compiuto perchè “era sotto l’effetto della cocaina”, un’ammissione che non gli evita l’ergastolo, qualche mese dopo giustamente comminatogli nonostante il rito abbreviato, ma che fa entrare in qualche modo la droga pure in questa drammatica vicenda.

D’accordo, è una coincidenza anche questo doppio delitto, che non è stato triplice solo per una positiva fatalità. Però, diciamo la verità, troppe coincidenze “stroppiano” e dovrebbero far riflettere tutti sulla grave sottovalutazione del fenomeno “droga”, con tutte le sue ricadute sul piano criminale, sociale e della salute pubblica, a cominciare dalle forze dell’ordine per finire alle autorità istituzionali, territoriali e sanitarie.

Nelle Marche, con la scusa che tutta la regione sarebbe indenne dalla criminalità  organizzata, e che quindi le priorità sarebbero altre, la droga, di tutti i tipi, scorre a fiumi, veicolata dalle grandi organizzazioni mafiose italiane in alleanza e sinergia con la delinquenza albanese e nordafricana. Nelle Marche, mentre tutti ci gingilliamo con la formuletta dell’isola felice, accade  – tanto per fare qualche recentissimo esempio rappresentativo dell’indissolubile binomio tra droga e criminalità mafiosa – che al casello di Porto S. Giorgio poche settimane fa vengono sequestrati ben 500 chilogrammi di cannabis (mezza tonnellata); che a marzo di quest’anno a Civitavecchia vengono arrestati due giovani di Fermo con mille (!!!) pasticche di ecstasy a bordo della loro autovettura, destinate a rifornire le discoteche e i locali pubblici del maceratese e del fermano; che a Gabicce i migliori ristoranti e i più rinomati alberghi appaiono essere in mano ai casalesi; che, in un momento di calo pesante e generalizzato dei consumi, non si ferma, nella costa e nell’entroterra marchigiano, il proliferare della grande distribuzione, strumento classico del riciclaggio della criminalità organizzata (è sufficiente infatti fare tanti scontrini in più, tutti i giorni per tutti i mesi dell’anno, per inserire nel circuito legale, pagandoci qualche tassa sopra, con importi largamente abbattuti però dalle spese di edificazione delle strutture, milioni di euro della malavita che altrimenti sarebbero inutilizzabili); è nelle Marche che l’anno scorso, a Montegranaro, viene arrestato un killer della mafia siciliana già condannato all’ergastolo per diversi omicidi, trasformatosi all’ombra delle colline fermane in un tranquillo ristoratore (i ristoranti, e in genere gli esercizi pubblici, specialmente quelli dove non si accettano le carte di credito, sono un’altra pedina fondamentale nella strategia di riciclaggio del denaro sporco).

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che proprio gli arresti e i sequestri di sostanze che vanno a finire sui giornali sono la dimostrazione del fatto che le forze dell’ordine fanno il loro dovere nel contrasto ai trafficanti di morte e alle organizzazioni criminali. E ciò è indubbiamente vero, però sono gli stessi vertici dell’Arma, della Guardia di Finanza, delle varie Questure, mai sufficientemente ringraziati per il loro operato e per l’abnegazione che li caratterizza, a dirci che, nonostante gli sforzi, le sostanze intercettate raggiungono appena il 10% di quelle che invece entrano in regione. Il 90% delle sostanze fatte arrivare nelle Marche (eroina,  cocaina, cannabis, ecstasy, anfetamine) sfugge quindi ai controlli e circola liberamente, facendo tanti danni, a volte purtroppo irreparabili, nelle nostre città marchigiane, da nord a sud, dal mare ai monti, realtà territoriali rese ancora più permeabili dallo scarso allarme sociale e dalla poca consapevolezza della pubblica opinione circa la gravità della situazione.

Tant’è che nell’ultima relazione della Direzione Centrale Servizi Antidroga, pubblicata proprio qualche giorno fa, risulta che nelle Marche vi sono stati nell’anno 2010 ben 23 decessi per overdose, cioè per una causa direttamente correlata alla droga (esulano da questa statistica le morti indirettamente collegate), ben sei morti in più di quelle registrate per lo stesso motivo nell’anno precedente. Un aumento in percentuale impressionante, reso ancora più preoccupante dal fatto che il dato nazionale dei decessi è invece in calo (374 nel 2010 contro 484 nel 2009), sicchè nel 2010 le Marche balzano, veramente con poco onore, al secondo posto, dopo l’Umbria, nel tasso di mortalità per droga, quello che si ottiene rapportando il numero dei decessi alla popolazione residente nelle singole regioni: in pratica, in rapporto alla popolazione residente, la droga uccide più nelle Marche che in Lombardia, in Campania, nel Lazio.

Ecco, a me sembra che questa situazione sia inaccettabile. Non si può più  far finta di niente, non si possono ridurre personale e fondi alle forze dell’ordine impegnate nel contrasto al traffico di sostanze (facendo così, anziché aumentare, diminuire nelle Marche, nel 2010 rispetto all’anno precedente, le operazioni antidroga, i sequestri e le segnalazioni all’autorità giudiziaria), non si può non considerare la lotta al traffico e allo spaccio di droga come la priorità delle priorità, non si può ignorare il fatto che gran parte dei reati predatori (furti e rapine in villa) sono quasi sempre funzionali all’acquisizione di denaro contante per iniziare ad affacciarsi nel grande mercato della droga, quello che garantisce a tutti i livelli della filiera criminale i profitti illeciti più smisurati e più rapidi.

* Avvocato e Presidente dell’Associazione onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza)



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