Premio a Mario Fabbri,
inflessibile giudice
del Vajont

In un processo anche politico riuscì ad affermare la giustizia contro pressioni d'ogni genere
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di Giancarlo Liuti

L’altro giorno, a Bergamo, un’assemblea nazionale di industriali ha salutato con applausi scroscianti l’arrivo di Herald Espenhahn, amministratore delegato della ThyssenKrupp, l’industria siderurgica nel cui stabilimento di Torino, alla fine del 2007, morirono bruciati sette operai. Qual era la ragione di una così entusiastica accoglienza? Manifestare contro il tribunale che l’aveva condannato per consapevole inosservanza delle misure di sicurezza e, quindi, per omicidio volontario. Lo sconcertante episodio di Bergamo mi ha fatto pensare alla manifestazione di tutt’altro segno che venerdì prossimo si svolgerà  all’auditorium “San Paolo”, dove l’associazione culturale “Il Glomere” assegnerà al maceratese Mario Fabbri il premio per “la tenacia, l’impegno civile e il rigore professionale con cui ha svolto il suo lavoro di magistrato”, e soprattutto per aver condotto, praticamente da solo e contro uno dei più influenti potentati economici italiani, l’istruttoria sul Vajont, la catastrofe che il 9 ottobre 1963 distrusse vari paesi – Longarone fu raso al suolo – e provocò quasi duemila morti.

Superando enormi difficoltà d’indagine (anche tecniche, con perizie geologiche, idrauliche e ingegneristiche di livello internazionale) e resistendo a pressioni politiche di ogni genere, quel giovane magistrato – aveva appena trent’anni –  rinviò a giudizio i vertici della Sade, proprietaria di dieci centrali idroelettriche e relativi invasi nella zona dolomitica – il Vajont su tutti – e ottenne, sia pure con pene inferiori alle richieste, la condanna definitiva in Cassazione di alcuni degli imputati, fra i quali il direttore della Sade e l’ispettore generale del Genio civile, per disastro colposo con previsione dell’evento e plurimi omicidi colposi (la gigantesca e imminente frana del monte Toc sulle acque del sottostante bacino poteva e doveva essere prevista, la popolazione poteva e doveva essere avvertita). Questa vicenda giudiziaria fece epoca, allora, perché, forse per la prima volta, un “potere forte” – un Golia dell’economia nazionale – fu trascinato in giudizio e sconfitto da un David che era appena giunto in un tribunale e aveva un’unica arma: la legge e la propria coscienza. Pare che durante l’istruttoria venne da lui un avvocato e gli disse di poter garantire dieci miliardi di lire per i risarcimenti ai danneggiati, con l’auspicio che la questione passasse da penale a civile. Chi era quell’avvocato? Giovanni Leone, l’autorevole esponente della Dc che era già stato capo del governo e nel ’71 sarebbe diventato presidente della Repubblica. Ma il nostro David tenne fermo il suo punto: quello era – e doveva restare – un processo penale. E la sua istruttoria si rivelò talmente solida che nei tre gradi del processo un intero esercito di principi del foro non riuscì a demolirla. Cos’altro accadde durante le indagini? Non risulta che qualcuno l’abbia definito “toga rossa”, eversore della democrazia o cancro da estirpare. E dopo la sentenza della Cassazione? Non risulta che qualche assemblea di industriali abbia salutato con applausi quei condannati. Ma erano altri tempi. Un tantino più decorosi.

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Il maceratese Mario Fabbri, oggi

Adesso lui torna a Macerata per ritirare un premio che, indirettamente, è anche un omaggio alle virtù civili della nostra città. E’ superfluo, qui, ripercorrere a una a una le faticosissime tappe che in otto anni, dal ‘63 al ‘71, portarono la tragedia del Vajont fino alla corte suprema. E per soli 15 giorni si riuscì ad evitare la prescrizione (anche questo va sottolineato, oggi che per certi processi si varano leggi allo scopo di far scattare anzitempo la prescrizione). Preferisco raccontare chi è Mario Fabbri (siamo quasi coetanei, ci conoscevamo bene), come visse gli anni maceratesi, di che tempra è fatto, quale fu, sin dal liceo e dall’università, il suo rifiuto di qualsiasi compromesso (lui di sinistra, ma non militante), la sua testarda fiducia nella legalità, il suo non essere mai opportunista, calcolatore, fiutatore del vento.

Presa la maturità al classico “Leopardi” nel 1951, si iscrisse a giurisprudenza e ottenne una borsa di studio annuale per “studenti meritevoli e bisognosi”. Iniziò anche a collaborare con la pagina locale del Carlino, per la quale seguì il processo in assise contro i partigiani che a Lugo di Romagna avevano sterminato la famiglia dei conti Manzoni. E un giorno, nel ‘53, il “capo” Fernando Scattolini mi propose di sostituirlo perché Mario aveva deciso di compiere il primo salto fuor di provincia col concorso nazionale per cancelliere. Naturalmente lo vinse e fu assegnato dapprima alla pretura di Rovigo, poi a quella teramana di Nereto. Una fortuna per entrambi? Può darsi. Ma, per lui, l’addio a Macerata. Non del tutto, però. Tre anni dopo venne a laurearsi discutendo una problematica tesi sul Concordato col professor Attilio Moroni (indimenticabile figura di “sacerdote laico”, se così posso definirlo) e suscitando polemiche nella commissione – ma lui, come sempre, si batté e vinse – per aver messo in bibliografia il Vangelo secondo Matteo e il Capitale di Marx. Intanto s’era fidanzato con Luisa Paolini (colpo di fulmine alla festa di San Giuliano del ’53, durante una corsa motociclistica alla quale capitò che assistessero insieme). Poi, nel ’59, il matrimonio (hanno tre figli, Antonio, Antonella e Andrea). Sempre nel ’59, vinse il concorso in magistratura e l’anno dopo tornò da uditore a Macerata (ricorda con affetto i giudici Chessa e Sensini). Successivamente fu pretore a Rovigo. Infine, proprio nel ‘63, giudice istruttore a Belluno. Pochi mesi più tardi, come un segno del destino, la catastrofe del Vajont. E oggi? Andato in pensione nove anni fa, dopo essere stato, sempre nel Veneto, giudice di tribunale,  procuratore della Repubblica e  presidente della commissione tributaria regionale, ora abita a Belluno ma l’estate la passa a Sirolo, dove possiede una casa.

Macerata, lo studio, la formazione culturale, il giornalismo, l’amore. Ma anche la caccia (come prova del suo non volersi mai arrendere, Mimì Valori mi raccontò stupefatto che un giorno Mario centrò un fagiano e quello finì nel folto di un inaccessibile dirupo coperto di spini, e lui, invece di rassegnarsi a perderlo, s’infilò nel ginepraio e dopo mezzora ne uscì tutto ferito ma con la preda in mano). E lo sport, giocando nella forte squadra di hockey su prato con, fra gli altri, Paolo Perugini, Enzo de Sanctis, Evaristo Pasqualetti, Tommi Nicolini. E le feste danzanti alla Casa dello Studente, che organizzava con l’Hot club di Silvano Pietroni e le primissime esibizioni canore di Jimmy Fontana. Io ebbi rapporti di più intensa frequentazione col fratello Delio, un altro Fabbri di grande avvenire (amministratore delegato della Sme, la finanziaria alimentare dell’Iri, poi fra i numeri uno del consiglio di amministrazione della Ferrero). Ma con Mario non mancarono passeggiate notturne lungo le mura e discussioni di politica, cinema, varia umanità. Inutile. Vinceva lui. Troppo preciso nei dettagli e nei particolari. Insomma, finivo sempre condannato. Senza attenuanti e senza il beneficio della condizionale.

***

Programma della manifestazione di venerdì 20 all’auditorium “San Paolo”, Macerata, Piazza della Libertà.

– Ore 10: presentazione del premio da parte del professor Placido Munafò, presidente dell’associazione “Il Glomere”.

– Ore 10,15: intervento delle autorità.

– Ore 10,30: “Un mosaico di verità taciute”, spettacolo scritto e interpretato da Omar Rottoli con la collaborazione di Ivan Pollazzon, la regìa di Emilia Vavassori e l’istallazione di Valentina Persico.

– Ore 11,30: intervento di Mario Fabbri che illustrerà la vicenda del Vajont.

Seguirà la premiazione e un dibattito.

Ingresso libero.



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