Il mister dei record
“Gigetto” Cipriani si racconta

12 campionati vinti tra Seconda e Terza categoria
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Cluentina-allenata-da-Cipriani

La Cluentina stagione 2006/07 allenata da "Gigetto" Cipriani

di Filippo Ciccarelli

Nel microcosmo del calcio dilettantistico nostrano c’è un nome, molto famoso, al quale non è facile associare una faccia, vista la ritrosia del personaggio a farsi fotografare. Stiamo parlando di Luigi Cipriani, autentico mattatore dei campionati di Terza categoria, un tipo assolutamente cordiale ed interessante, con gli occhi chiari ed il sorriso stampato in faccia. Luigi Cipriani, detto “Gigio” o “Gigetto”, detiene alcuni record di tutto rispetto, avendo portato a casa come allenatore 11 campionati di Terza ed un campionato di Seconda categoria. Lo abbiamo incontrato pensando di parlare esclusivamente di calcio, ed invece l’intervista mostra uno sportivo appassionato anche di altre discipline. Con un amore speciale per la Lube.

Buonasera signor Cipriani. Direi di cominciare l’intervista partendo dal piatto forte. So che lei è l’uomo dei record…
“Ehh, quali record… (sorride) diciamo che come allenatore mi sono tolto molte soddisfazioni. Ho vinto 11 campionati di Terza categoria ed 1 in Seconda, con molte squadre diverse. È impossibile ricordarle tutte, ma tra le altre cito lo Sforzacosta, il Rione Pace, il Montolmo con cui ho vinto anche il campionato in Seconda, la Cluentina, la Veregra, il Caldarola, la Lorese, il Villa San Filippo”.

Da quanto tempo non allena più?
“L’ultimo campionato l’ho passato alla Cluentina. Con loro non ho vinto per un solo punto, era la stagione 2006/07. Però quell’anno vincemmo la Coppa Marche di Terza categoria, e non solo quella provinciale perchè fummo pure campioni regionali”.

Come mai ha deciso di smettere?
“Perché non avevo più stimoli per continuare. Eppoi devo dire che quel campionato perso per un solo punto dallo Sforzacosta quando allenavo la Cluentina… mi ha fatto rimanere scottato. Ma d’altra parte quella stagione è forse la più bella che ho passato”.

Parliamo allora di quell’ultimo anno e del campionato sfumato per un solo punto…
“Sì. Ero a Piediripa, con la Cluentina. Fu un anno dove in casa non perdemmo nemmeno un punto: vincemmo sempre. Sia al Valleverde che a San Claudio, dove abbiamo giocato alcune partite perché il campo a Piediripa non era pronto. Tra le persone che ricordo di quell’annata c’è sicuramente Dario Berdini; Dario è una bravissima persona, non crea mai problemi, è un bravo direttore sportivo. In queste categorie difficilmente ne trovi un altro come lui. Quel campionato lo perdemmo contro il Real Macerata. Quella sera me la ricordo benissimo, il Real Macerata dovrebbe ancora ringraziare il loro portiere, Romagnoli, perché parò di tutto. Durante il match, poi, mio figlio Jonathan si infortunò ai legamenti del ginocchio”.

C’è altro che ricorda di quella stagione?
“Certo. Per esempio c’è un aneddoto che riguarda il vostro Andrea Busiello. Giocammo contro lo Sforzacosta una partita che perdemmo per 2-1. In quell’occasione segnò anche Busiello: ricordo che gli dissi “ma come, tu hai i piedi di legno e vieni a segnare proprio oggi!” (ride).

E adesso? Continua a seguire lo sport?
“Certamente. Oltre al calcio, la mia passione è la pallavolo, sono un abbonato di lunga data della Lube. Non perdo una partita e cerco di seguirla sempre anche in trasferta. La pallavolo è uno sport bellissimo, al Palas ci sono sempre tante famiglie, si sta davvero bene”.

Per quanto riguarda il calcio, c’è un episodio che vorrebbe ricordare oppure una squadra, un momento cui si sente particolarmente legato?
“Mi sono trovato bene ovunque, anche perché generalmente dopo che vincevo il campionato me ne andavo, per cui è difficile non lasciare un buon ricordo! Però ricordo con gioia i due anni alla Veregra, e l’ultimo anno con la Cluentina. Sicuramente anche il campionato vinto con il Rione Pace. Pareggiammo la prima partita, e perdemmo la seconda in casa. Poi le vincemmo tutte, tranne l’ultima della stagione”.

Qual è il suo segreto per ottenere così tanti risultati?
“Fare gruppo. Quella è la cosa più importante. Poi lavorare, lavorare, lavorare. Facevo allenamenti di almeno due ore, in Terza categoria, per tre volte a settimana. E se qualcuno si lamentava che voleva andare via un quarto d’ora prima, per esempio, io minacciavo di continuare un quarto d’ora in più. Dico la verità: le mie squadre hanno sempre lavorato, tanto. Non ero certo tenero negli spogliatoi se c’era bisogno di alzare la voce. Il mio motto era “in democrazia comando io” (ride) però sono convinto che l’importante sia la volontà, l’impegno. Ai ragazzi dicevo che la gente li pagava per divertirsi, che il calcio è in primis divertimento. Si può giocare contro chiunque, ma bisogna sempre onorare l’impegno, anche se si è nettamente inferiori. A livello tattico, invece, sono un fanatico del 3-5-2. Per me gli esterni, sia in fase offensiva che in fase di copertura, sono importantissimi”.

C’è un allenatore al quale si è ispirato, o che stima?
“Ilario Castagner. Lo conobbi quando allenava l’Ascoli. Mi fece una grande impressione”.

Cosa pensa della situazione del calcio cittadino?
“Sono andato a vedere la Maceratese di recente. Era la partita contro l’Atletico Piceno. Me ne sono andato sullo 0-4. Io mi ricordo i tempi d’oro di Dugini e Turchetto, con lo stadio pieno di gente. L’ultima volta che ho visto l’Helvia Recina pieno era per la finale della Coppa Primavera. È una desolazione vedere quello stadio semivuoto, davvero una desolazione. Poi non capisco come Macerata si possa permettere una squadra in Eccellenza e una in Promozione, è una frammentazione di risorse incredibile. Macerata è una piazza affamatissima di calcio, e potrebbe fare tranquillamente la C1 o la C2. Poi una cosa la voglio aggiungere…”.

Prego.
“Dopo la finale di Reggio Emilia persa col Livorno la Maceratese ha finito di essere grande, purtroppo. Non solo come immagine, ma anche come squadra. Avevamo un presidente come Monachesi che investiva di tasca sua, spendeva soldi suoi. Ricordo che alcuni tifosi, non arrivavano a 100, gli imbrattarono la casa, lo hanno minacciato insieme alla moglie e alla sua famiglia. Insomma, Monachesi avrà certamente sbagliato, ma in buona fede. E per colpa di qualche tifoso se n’è andato, e la Maceratese non ha tratto giovamento da questo”.

Qual è la sua squadra del cuore?
“Il Torino. Mi dispiace vederla così ridotta male in serie B”.

Concludiamo con un pensiero sul calcio marchigiano: la situazione non è rosea; Fano ed Ascoli, le ultime due rimaste squadre della regione tra i professionisti, sono in difficoltà. Che ne pensa?
“Io penso che il settore giovanile sia fondamentale. È quello il futuro delle società: bisogna puntare sui ragazzi. Invece qui da noi si vuole vincere per forza subito, e si spende solo per questo. Poi però il rischio è che l’anno successivo non ci siano fondi e che la società sia destinata a sparire”.



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